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LONDRA

Stenio Solinas



Un ragazzo dislessico, cresciuto nell'East End, la City nella mente, il working class nella pelle. “Se quello è il tuo presente, il futuro che ti aspetta è: ladro di macchine, pugile o, forse, musicista”. 
Il servizio militare lo sorprende mentre, delle tre ipotesi, cerca di coltivare l'ultima, e sogna di essere Chet Baker. Di stanza a Singapore, una foto ripresa con l'autoscatto lo coglie nel suo alloggio di servizio: una riproduzione di Picasso sopra il letto, la divisa che fuoriesce dall'armadio e lui sdraiato, pantaloncini militari corti e torso nudo, lo sguardo fisso di chi ostenta sicurezza, ma non sa esattamente cosa l'aspetta.
Il 1956 e il giovane David Bailey, fra le mani  una sottomarca della Rolleiflex comprata da uno strozzino cinese, comincia a chiedersi se il suono che lo tirerà fuori dal suo status di disadattato non assomigli a quello del clic. 
Smobilitato due anni dopo, allo scoccare degli anni Sessanta è già una certezza: ha trovato la sua fonte di ispirazione in una goffa e inesperta diciottenne, si chiama Jean Shrimpton, le gambe esageratamente lunghe che ricordano Bambi, un misto di sensualità e pudore. 
Che lei sia diversa, rispetto alle modelle patinate allora in auge, Bailey lo capisce subito, eccentrico com'è anche lui al mondo della moda. 
“Fino ad allora un fotografo di moda era alto, magro e omosessuale...Io ero differente: piccolo, tozzo e eterosessuale!”. Dal sodalizio, Jean uscirà come la nuova “sex icon” del decennio, “non una bellezzza classica, qualcosa di ribelle”, e David come il cantore  per immagini della propocracy, ovvero di quel singolare fenomeno di costume, sociale, culturale e musicale, che fu il pop, la strada che invadeva gli studios, una nuova forma di libertà nei movimenti e nei rapporti, in breve e per  tagliar corto, quei favolosi, mitici anni Sessanta su cui in seguito si sono abbattuti, soffocandoli, fiumi di retorica.
"Birth of the Cool" si intitola la mostra che la Barbican Art Gallery ha  dedicato a Bailey, alle sue immagini e allo spirito  di quel tempo: oltre 300 fotografie, alcune delle quali così note e così indicative del periodo da aver perso per strada la firma di chi le fece e aver assunto una vita propria.
Ecco il giovane Mick Jagger del 1964, giacca di tweed e colletto della camicia a due bottoni, l'innocenza perversa di un volto ancora non bruciato dagli eccessi. Ecco Jane Birkin e i suoi seni da bambina, Roman Polanski e Sharon Tate ripresi nell'intimità pochi mesi prima che la banda Manson faccia strame di lei e precipiti nell'inferno lui. 
Ecco Catherine Deneuve, che Bailey sposerà e da cui poi divorzierà, la perfezione  consapevole come il pavone che le sta accanto. 
Ecco Michael Caine e la sua classe senza classe mentre si prepara a impersonare l'anti James Bond, l'agente Palmer della Pratica Ipcress, occhialuto, dimesso, fisico normale, niente champagne e tutto libri. Ecco i Beatles, e Mary Quant, l'inventrice della minigonna, e Beate Schultz eroticamente a cavalcioni di una bitta portuale per Vogue America. 
Ecco, ancora, la Shrimpton imitare il modo di muoversi e di incurvarsi di Jagger, e un giovanissimo David Hockney cosi lontano da quella caricatura di artista pensionato che diverrà invecchiando.
Modelle, cantanti, stilisti, affaristi, malavitosi, la swinging London di Bailey è un concentrato di sfacciataggine e di indifferenza, di freddezza e di naturalezza, tutti significati che la parola “cool” incarna, che al termine “cool” fanno riferimento. 
Quando Michelangelo Antonioni pensò con Blow up di immortalare un clima e uno stile, è al mondo e alla figura di Bayley che si riferisce, a quello scivolar via con disincanto a fianco di modelle mozzafiato, a quel contrasto fra lusso e quartieri periferici, a quell'idea che tutto si potesse vedere e fermare con un'immagine senza per questo divenirne complici, o vittime, o esegeti.
La fine di un'epoca si intravede  dalla scelta di chi è chiamata a impersonarla. Penelope Tree, la modella diciassettenne figlia di un banchiere e di un'ambasciatrice alle Nazioni unite, che sul finire del decennio diviene la nuova musa di Bailey, spiega con il suo volto, l'eccesso dei suoi lineamenti, un che di febbrile e di grottescamente infantile, cosa si sta preparando dietro l'angolo. 
Bailey, che ha il senso dell'umorismo, che vede nella apoliticità “l'unico modo per fare politica”, ricorderà in maniera icastica quella fine di un mondo, allorché “Penelope si appassionava delle cause più estreme, il Black Power, per esempio: la nostra casa divenne un luogo di incontri per gente che fumava la mia marijuana, beveva il mio brandy e poi mi accusava di essere capitalista”.
Il venire dall'East End, da quell'incredibile substrato di proletariato senza socialismo, di nazionalismo popolare, lì dove le classi si mischiavano perché nessuno sa più quale sia la sua, e dove la delinquenza è anarchica, non cerca scuse, è un modo come un altro di “lavorare”, non ha riscatti da pretendere, gli impediscono di intellettualizzarsi così come di fossilizzarsi. 
I Sessanta cedono il posto a una controcultura più violenta e più messianica, piena di furori e foriera di orrori. 
Bailey la attraverserà facendo altro, il regista, il ritrattista, e continuando a fare quello  che ha sempre fatto senza preoccuparsi di passare per “impegnato”. 
"Goodbye Baby & Amen" è il saluto in forma di libro che fa all'irripetibile decennio che lo ha visto protagonista. Un saluto a ciglio asciutto, freddo e divertito, “cool”, per usare la parola che è il suo marchio d'autore.
 

 

 

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