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Oliviero Beha

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Rientriamo giornalisticamente dalle vacanze rifacendoci a un paio di notazioni che ci avevano scortato alle ferie: una è micro, l'altra è macro, ma è poco più che un aneddoto, almeno apparentemente, l'altra è una questione addirittura epocale. Entrambe sono però significative del medesimo morbo italiano, quello per cui siamo sempre altrove, non sappiamo mai davvero di che cosa stiamo parlando, siamo inautentici, mediati, strumentali, in definitiva “falsi”, sia pure d'autore. Insomma, alla lettera, abbiamo sempre un alibi, come individui, come collettività, come paese, una specie di “Alibi, Italia”, parafrasare titoli di trasmissioni tv di grande o medio successo. 
Vediamo se riusciamo a fare questo percorso insieme, dal piccolo all'essenziale. Dunque: in Piazza Venezia, a Palazzo Venezia, viene restaurata la facciata. Giacché restaurare costa un mucchio di quattrini, l'amministrazione comunale cerca giustamente degli sponsor. Come forse saprete, invale ormai da anni, e sempre più diffusamente, il costume di pagare i lavori “prestando” lo spazio a megalopici pannelli pubblicitari che coprono i ponteggi e che poi lasciano all'occhio e allo stupore degli astanti la superficie restaurata. Nel caso di Piazza Venezia, però, nel mese di giugno i lavori erano già finiti e i pannelloni non ancora montati, perché lungaggini contrattuali lo avevano impedito. Così la facciata è tornata pulita, ma per riavere dopo giorni ponteggi e manifestoni pubblicitari perché il Comune doveva adempiere agli accordi con lo sponsor. 
La giustificazione degli amministratori è stata: con quello che costano i lavori, figuriamoci se potevamo rinunciare ai denari pubblicitari. In senso stretto è vero. 
Ma così si tradisce il rapporto che c'è tra mezzo e fine. Un conto è inventare un cespite dall'affitto di uno spazio pubblico e importante che viene coperto e abbellito, perché un disegnone di Folon è meglio di giganteschi ponteggi. Un altro conto è sponsorizzare un monumento senza mostrarlo, cioè sostituire la facciata di Palazzo Venezia con Folon, sia pure a fin di bene (amministrativo). Altrimenti detto, il rapporto sembra così rovesciato. Se il problema sono solo i soldi, con questo criterio perché aver bisogno di giustificarli con il finanziamento di restauri? 
Copriamoli direttamente, i palazzi, e basta. Che ci frega dei lavori? I lavori, in sostanza, stanno diventando o sono diventati un alibi. 
Per un episodio minore, ma istruttivo, una questione di fondamentale importanza per il prossimo futuro italiano: dico della riforma delle pensioni, agitata dal governo D'Alema appunto all'altezza del solstizio d'estate, e poi rientrata per la reazione della trimurti sindacale e genericamente della sinistra storica. E' fin troppo ovvio che in un paese di nonni, padri (molti) e figli (pochi), rivedere la situazione pensionistica in generale non è un'opzione, bensì una necessità. Con la percentuale di disoccupati che circola, l'accusa ai sindacati di difendere chi ha lavoro contro chi non ce l'ha vale in ogni caso la pena di essere seriamente soppesata. 
Ma è appunto questo il nocciolo. Come per i monumenti romani, si ha l'impressione che venga tutto rovesciato strumentalmente, che il nodo-pensioni sia un colossale alibi: ce lo stanno dicendo gli stessi  attori sul palcoscenico Italia. Si accusa D'Alema di aver fatto perdere elezioni europee e ballottaggi amministrativi tirando fuori il discorso pensioni intempestivamente. D'Alema allora lo rimette in fodero. Sindacati e Confindustria, sinistra storica e centro-destra fanno delle pensioni un tiro alla fune, un motivo di scontro politico, di sopravvivenza, di sviluppo ma sembrano tutti stare “da un'altra parte”, cioè alla lettera di avere un alibi. 
Nessuno sembra credibile, sembra serio, quando parla di pensioni. O per il passato che non passa, o per il presente che pesa troppo, o per l'incapacità di prefigurare scenari futuri. Non sembrano contare davvero le pensioni, insomma, e le persone che ad esse sono legate, bensì l'uso strumentale del micidiale strumento che esse massivamente rappresentano. Non è un fine, ma un mezzo, la spada di Damocle di questa benedetta o maledetta riforma. 
Ragionando a freddo, qualunque persona di decente onestà intellettuale, di  qualunque estrazione politica, dovrebbe riconoscere che come per i restauri prima viene la ricchezza storica, poi il denaro degli sponsor, così per le pensioni prima viene l'urgenza della complessa questione, poi l'uso  politico della stessa. Invece, tutto a rovescio ad “Alibi, Italia”. 
Questo accade in un paese che da una generazione ha smarrito il rapporto tra mezzi  e fini, non avendo più fini chiari e dicibili e rimanendo solo ai mezzi peraltro discutibili e immoralmente elevati a fini essi stessi. Il tutto mascherato politicamente da improbabile scontro tra sinistra e destra, pupi simili e confondibili manovrati da pupari in agonia.  

 
 

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