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Rientriamo giornalisticamente dalle
vacanze rifacendoci a un paio di notazioni che ci avevano scortato alle
ferie: una è micro, l'altra è macro, ma è poco più che un aneddoto,
almeno apparentemente, l'altra è una questione addirittura epocale.
Entrambe sono però significative del medesimo morbo italiano, quello
per cui siamo sempre altrove, non sappiamo mai davvero di che cosa stiamo
parlando, siamo inautentici, mediati, strumentali, in definitiva “falsi”,
sia pure d'autore. Insomma, alla lettera, abbiamo sempre un alibi, come
individui, come collettività, come paese, una specie di “Alibi,
Italia”, parafrasare titoli di trasmissioni tv di grande o medio
successo.
Vediamo se riusciamo a fare
questo percorso insieme, dal piccolo all'essenziale. Dunque: in Piazza
Venezia, a Palazzo Venezia, viene restaurata la facciata. Giacché restaurare
costa un mucchio di quattrini, l'amministrazione comunale cerca giustamente
degli sponsor. Come forse saprete, invale ormai da anni, e sempre più
diffusamente, il costume di pagare i lavori “prestando” lo spazio a
megalopici pannelli pubblicitari che coprono i ponteggi e che poi lasciano
all'occhio e allo stupore degli astanti la superficie restaurata. Nel caso di
Piazza Venezia, però, nel mese di giugno i lavori erano già finiti e i
pannelloni non ancora montati, perché lungaggini contrattuali lo avevano
impedito. Così la facciata è tornata pulita, ma per riavere dopo giorni
ponteggi e manifestoni pubblicitari perché il Comune doveva adempiere agli
accordi con lo sponsor.
La giustificazione degli
amministratori è stata: con quello che costano i lavori, figuriamoci se
potevamo rinunciare ai denari pubblicitari. In senso stretto è vero.
Ma così si tradisce il
rapporto che c'è tra mezzo e fine. Un conto è inventare un cespite
dall'affitto di uno spazio pubblico e importante che viene coperto e
abbellito, perché un disegnone di Folon è meglio di giganteschi ponteggi. Un
altro conto è sponsorizzare un monumento senza mostrarlo, cioè sostituire la
facciata di Palazzo Venezia con Folon, sia pure a fin di bene
(amministrativo). Altrimenti detto, il rapporto sembra così rovesciato. Se il
problema sono solo i soldi, con questo criterio perché aver bisogno di
giustificarli con il finanziamento di restauri?
Copriamoli direttamente, i
palazzi, e basta. Che ci frega dei lavori? I lavori, in sostanza, stanno
diventando o sono diventati un alibi.
Per un episodio minore, ma istruttivo,
una questione di fondamentale importanza per il prossimo futuro italiano:
dico della riforma delle pensioni, agitata dal governo D'Alema appunto
all'altezza del solstizio d'estate, e poi rientrata per la reazione della
trimurti sindacale e genericamente della sinistra storica. E' fin troppo
ovvio che in un paese di nonni, padri (molti) e figli (pochi), rivedere la
situazione pensionistica in generale non è un'opzione, bensì una necessità.
Con la percentuale di disoccupati che circola, l'accusa ai sindacati di
difendere chi ha lavoro contro chi non ce l'ha vale in ogni caso la pena di
essere seriamente soppesata.
Ma è appunto questo il
nocciolo. Come per i monumenti romani, si ha l'impressione che venga tutto
rovesciato strumentalmente, che il nodo-pensioni sia un colossale alibi: ce
lo stanno dicendo gli stessi attori sul palcoscenico Italia. Si accusa
D'Alema di aver fatto perdere elezioni europee e ballottaggi amministrativi
tirando fuori il discorso pensioni intempestivamente. D'Alema allora lo
rimette in fodero. Sindacati e Confindustria, sinistra storica e
centro-destra fanno delle pensioni un tiro alla fune, un motivo di scontro
politico, di sopravvivenza, di sviluppo ma sembrano tutti stare “da un'altra
parte”, cioè alla lettera di avere un alibi.
Nessuno sembra credibile,
sembra serio, quando parla di pensioni. O per il passato che non passa, o per
il presente che pesa troppo, o per l'incapacità di prefigurare scenari
futuri. Non sembrano contare davvero le pensioni, insomma, e le persone che
ad esse sono legate, bensì l'uso strumentale del micidiale strumento che esse
massivamente rappresentano. Non è un fine, ma un mezzo, la spada di Damocle
di questa benedetta o maledetta riforma.
Ragionando a freddo,
qualunque persona di decente onestà intellettuale, di qualunque
estrazione politica, dovrebbe riconoscere che come per i restauri prima viene
la ricchezza storica, poi il denaro degli sponsor, così per le pensioni prima
viene l'urgenza della complessa questione, poi l'uso politico della
stessa. Invece, tutto a rovescio ad “Alibi, Italia”.
Questo accade in un paese
che da una generazione ha smarrito il rapporto tra mezzi e fini, non
avendo più fini chiari e dicibili e rimanendo solo ai mezzi peraltro
discutibili e immoralmente elevati a fini essi stessi. Il tutto mascherato
politicamente da improbabile scontro tra sinistra e destra, pupi simili e
confondibili manovrati da pupari in agonia.
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