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Livio Caputo


Un’analisi approfondita dell’operazione “Allied Force" della NATO in Kosovo mette in rilievo più ombre che luci. 
Quando scoppiò la guerra del Kosovo (che qualcuno si ostina tuttora a non chiamare guerra, ma solo “operazione di polizia”) molti cittadini americani ed europei non sapevano neppure dove si trovasse esattamente il teatro delle operazioni. Oggi non è più così: dopo essere stata per tre mesi sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, “Allied Force”, l'offensiva aerea contro la Serbia che in 78 giorni ha piegato la resistenza di Milosevic e ha consentito alla popolazione di etnia albanese di rientrare nel Paese da cui era stata cacciata, è diventata oggetto di profonde analisi da parte di militari, politologi, diplomatici e studiosi di diritto internazionale. Qualcuno prevede addirittura che entri a vele spiegate nei libri di storia, come la prima di una serie di “guerre umanitarie” combattute in nome dei diritti dell'uomo. Ma, nell'insieme, il post mortem non ha dato risultati esaltanti, e la maggior parte degli addetti ai lavori prevede che l'esperimento non sarà ripetuto tanto presto, soprattutto se non sarà possibile definire con maggiore precisione le “regole d'ingaggio”. A dispetto della regola del “tutto è bene quel che finisce bene”, molti dubbi persistono infatti non soltanto sulla legalità dell'operazione, ma anche sulla sua reale efficacia e soprattutto sulle sue conseguenze a lungo termine.  
Ma andiamo per ordine, e cerchiamo di capire dove la NATO ha sbagliato e quali sono stati i punti deboli di “Allied Force”. Il primo errore è stato di non avere previsto tempestivamente lo scoppio della crisi, e quindi di non avere messo in opera, quando forse sarebbe stato ancora possibile, adeguate misure di diplomazia preventiva. Che il Kosovo presentasse, potenzialmente, la situazione più esplosiva dei Balcani era noto fin dal 1989, quando Milosevic, prima di rivolgere la sua furia nazionalista contro altri obbiettivi, revocò lo statuto di autonomia di cui la regione godeva e vi impose una sorta di apartheid. Era difficile immaginare qualcosa di più pericoloso di un governo slavo e ortodosso che, contando sull'appoggio di appena il 10 per cento della popolazione, cercava di sottomettere - e possibilmente di espellere - il restante 90 per cento, di etnia albanese e di religione musulmana, che per giunta poteva contare su importanti appoggi esterni (il governo di Tirana, la diaspora kosovara, numerosi paesi islamici). Invece, nonostante il precedente della Bosnia, l'Occidente si comportò come gli struzzi e, forse confidando nell'approccio gandhiano del leader kosovaro Rugova, non esercitò mai su Belgrado pressioni veramente serie affinché recedesse dai suoi propositi: non ci fu cioè ricorso né a sanzioni economiche, né a embarghi petroliferi, né ad alcun'altra delle misure che di solito (vedi Rodesia negli anni Settanta) vengono adottate quando si vuole mettere un Paese con le spalle al muro. 
Un errore ancora più grave - dovuto forse a una distorta interpretazione della storia - è stato commesso quando, di fronte all'escalation della pulizia etnica di Milosevic, le potenze occidentali hanno finalmente deciso di intervenire: quello di assimilare il Kosovo alla Bosnia, senza tenere conto che il primo era non solo parte integrante della Repubblica jugoslava, ma addirittura la culla della civiltà serba, mentre la seconda era una Repubblica indipendente abitata da serbi per solo un terzo. Nell'illusione di ripetere lo scenario del 94-95, quando gli Stati Uniti imposero con un ricorso alla forza molto contenuto gli accordi di Dayton a Milosevic, il Dipartimento di Stato preparò il cosiddetto Diktat di Rambouillet che costringeva - in pratica - Belgrado a rinunciare al Kosovo a favore dell'UCK. L'alternativa non lasciava spazio al negoziato: o la Jugoslavia accettava, o rischiava un'ondata di bombardamenti. Con sorpresa degli alleati (e soprattutto degli americani), Milosevic, forte anche del sostegno della sua opinione pubblica, scelse una guerra che pure sapeva di non poter vincere. Alla NATO non rimase che lanciare la sua offensiva, di nuovo nell'illusione che sarebbero bastati pochi giorni (Clinton ha ammesso pubblicamente di averne previsti al massimo quindici) per piegare Belgrado. E quando i Serbi, nonostante un martellamento sempre più pesante, hanno tenuto duro oltre i limiti previsti, rispondendo alle bombe vere con la bomba profughi, l'Alleanza si è ritrovata senza una strategia alternativa, perché i suoi governi avevano fin dall'inizio, per ragioni di politica interna, scartato l'ipotesi dell'invasione di terra. 
 Per evitare che il conflitto si incancrenisse, e che con l'approssimarsi della cattiva stagione il problema dei profughi diventasse ingestibile, la NATO ha perciò dovuto rassegnarsi non solo ad accettare la mediazione russa, che ha permesso al Cremlino un trionfale ritorno nei Balcani, non solo a ritornare sotto l'ombrello delle Nazioni Unite, ma anche di accettare come interlocutore un Milosevic di cui il Tribunale internazionale dell'Aja aveva appena richiesto l'arresto come criminale di guerra. 
Prima di lanciare “Allied Force”, al dibattito su legalità e legittimità dell'operazione fu messa la sordina, perché nessuno voleva vestire i panni del protettore di Milosevic. Ma questo non significa che il problema non esista. Se prendiamo come punto di riferimento lo Statuto delle Nazioni Unite, che dichiara illegale ogni attacco a uno stato sovrano se non per ragioni di legittima difesa, è difficile trovare una base giuridica per l'operazione, soprattutto in assenza di una specifica risoluzione del Consiglio di Sicurezza.  
Per aggirare l'ostacolo, è stato invocato il principio della cosiddetta ingerenza umanitaria, entrato nella prassi dopo il 1990 e utilizzato per gli interventi in Somalia (1992), in Ruanda (1994), ad Haiti (1994) e in Albania (1997), peraltro tutti previamente autorizzati dalle Nazioni Unite. E' vero che, nel caso del Kosovo, questa autorizzazione mancava, e che l'intervento è stato ratificato solo a posteriori, e indirettamente, quando il Consiglio di Sicurezza ha respinto con 12 voti contro 3 una risoluzione di condanna di “Allied Force” proposta da Russia, Cina e Namibia. Ma gli esperti hanno cercato di giustificare questa anomalia con la impossibilità di seguire la normale procedura di autorizzazione all'uso della forza in presenza di una minaccia di veto da parte di Pechino e di Mosca. 
Più validi sono gli argomenti a favore della legittimità dell'intervento, che può essere basata sulla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del 1948, e trovare ulteriore conforto nello statuto dell'OSCE sulla protezione delle minoranze, sottoscritto anche da Belgrado. Ma da nessuna parte sta scritto che toccasse alla NATO, un'alleanza difensiva che non “copre” il territorio dell'ex Jugoslavia, prendere l'iniziativa. Siamo, insomma, in quella che i giuristi chiamano un'area grigia, in cui prevale - almeno per il momento - la logica del fatto compiuto, ma le regole generali rimangono vaghe.  
Nell'analisi dell'operazione vera e propria, è stato posto soprattutto l'accento sulle “tre E”: efficienza, efficacia ed etica. E anche qui, le critiche non sono mancate. Avere conseguito - sostanzialmente - il risultato voluto senza subire una sola perdita umana rappresenta senz'altro un grosso successo per la NATO, che ha contribuito a rendere l'operazione accettabile all'opinione pubblica occidentale. Ma “Allied Force”, costata 13 mila miliardi di lire, ha messo anche a nudo gli squilibri esistenti all'interno dell'Alleanza tra gli USA e i suoi partner. Tre quarti degli aerei, e nove decimi delle munizioni impiegati erano americani, e la differenza qualitativa tra aerei e missili messi in campo da Washington e quelli forniti dagli altri è stata più volte impietosamente sottolineata dal Pentagono. L'Italia si è salvata per avere messo a disposizione le basi, non certo per il contributo della sua Aeronautica.  
I piani della NATO, comunque, non si sono rivelati molto accurati. Partita con 400 aerei, l'Alleanza ha dovuto via via metterne in campo altri 600 per avere una potenza di fuoco sufficiente. La regola di volare sempre sopra i 5000 metri di quota per non esporsi ai tiri della contraerea serba si è rivelata molto penalizzante in termini di efficacia, ed è almeno in parte responsabile dei frequenti errori commessi dai piloti nel colpire obbiettivi sbagliati e causare un numero eccessivo di vittime tra i civili. I danni inflitti alla macchina bellica serba in Kosovo, cioè il numero dei carri armati, dei blindati e dei cannoni distrutti, è infine risultato molto inferiore alle previsioni, perché, almeno fino a quando non sono stati costretti dall'UCK a venire allo scoperto, i reparti di Belgrado sono riusciti a limitare l'impatto dell'offensiva aerea: una volta entrati in Kosovo, gli alleati hanno dovuto costatare che molti dei “bersagli” che ritenevano di avere colpito erano in realtà modelli gonfiabili. 
Che “Allied Force” sia risultata efficace nessuno può negarlo: Milosevic ha finito col cedere, pur riuscendo a ottenere condizioni migliori che a Rambouillet, e il diritto dei kosovari di etnia albanese a vivere nella loro terra è stato affermato. Gli esperti militari fanno inoltre notare che è la prima volta nella storia che il solo impiego della forza aerea riesce a piegare un avversario, cioè che agli americani è riuscito nei Balcani quello che avevano tentato invano, sia pure in circostanze molto diverse, prima in Vietnam e poi in Iraq. E' stato, tuttavia, necessario fare molti aggiustamenti di tir
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