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Alberto Freddi

 

Abstract         Curriculum         

 

Sino a pochi decenni or sono, la presenza di una disabilità era sinonimo di rassegnazione, e le poche iniziative dedicate al recupero funzionale consistevano in modeste misure adattative, per lo più tese ad esaltare la funzione residua e ad affidare alle capacità prestazionali rimaste integre una mera funzione vicariante. 
Ma negli ultimi anni, la Medicina Riabilitativa ha fatto registrare straordinari progressi,  conquistando un posto di tutto rilievo e ritagliandosi un proprio spazio autonomo, anche nell'ambito delle alte specialità  (come accade, ad esempio, nel caso della Riabilitazione  Intensiva dei  gravi traumi cranio - encefalici e nelle Unità Spinali). 
Inoltre, la Medicina Riabilitativa ha saputo arricchirsi di una vasta gamma di sussidi tecnologici che hanno consentito di affiancare, al lavoro riabilitativo tradizionale, il supporto di una serie di strumenti atti al monitoraggio e al potenziamento del recupero. 
Queste nuove tecnologie al servizio della Riabilitazione (ed, in particolare, della neuroriabilitazione) sono numerose e non v'è spazio - in questa sede - per elencarle tutte. 
Vorrei, però, far posto ad una serie di princìpi avvalendomi di qualche esemplificazione. 
In caso di danno neurologico con esiti invalidanti, questi ultimi possono essere distinti - sia pure con grossolana approssimazione - in due grandi “famiglie”: le disabilità motorie e quelle relative alle funzioni corticali superiori  (tralasciando, per esigenze di sintesi, quelle sensitivo-sensoriali, quelle vescicosfinteriche, ecc.). 
Nelle disabilità motorie subisce una turbativa (più o meno grave) una funzione fondamentale del mondo biologico, e dell'uomo in particolare: il movimento. 
Mi riferisco alle disabilità conseguenti a neurolesioni centrali (encefalo-midollari) o a neurolesioni periferiche, in cui - per cause di diversa natura - le vie di moto o i sistemi di coordinazione non funzionano più come prima dell'evento lesivo. 
Le paralisi di tipo centrale o periferico, le sindromi atassiche ed i disturbi del tono muscolare, sono le evenienze in cui il fisiatra deve porre in campo tutta una serie di risorse riabilitative per cercare di attenuare il disturbo quali-quantitativo del movimento. 
Nelle patologie che danneggiano le funzioni corticali superiori si determina una turbativa a carico di quelle competenze che servono all'uomo per rapportarsi con il mondo esterno, per comunicare ed interagire con esso. 
Mi riferisco, in questo secondo caso, alle turbe delle funzioni noetiche superiori (linguaggio, attenzione, memoria, intelligenza, capacità di calcolo, ecc.) che - in questi ultimi anni - hanno ricevuto dalla Medicina Riabilitativa un grosso contributo per velocizzarne il processo di recupero post-lesionale. 
Orbene, in entrambi i settori (quello della patologia del movimento e quello della patologia delle funzioni cognitive) il fisiatra ha richiesto alle nuove tecnologie due compiti fondamentali: quello di contribuire a migliorare la performance e quello di misurarne l'entità, nell'ambito di un corretto bilancio fisiatrico. 
A proposito di misure, v'è da dire che - sino a non molti anni or sono - le diverse  valutazioni erano del tutto empiriche e basate pressochè esclusivamente su criteri clinici. 
Oggi, le moderne tecnologie ci consentono di effettuare bilanci con apprezzabile precisione e di esaltare le nostre capacità di predittività. 
Solo per fare un esempio, l'analisi della forza e della potenza muscolare, della postura e delle possibilità di trasferimento del paziente, possono essere correttamente quantificate ricorrendo all'impiego di piattaforme di forza, pedane posturo-stabilometriche e treadmill, elettrodinamometri, elettrogoniometri ed accelerometri, macchine isocinetiche, indagini polielettromiografiche telemetriche, analisi vettoriale computerizzata del cammino, ecc. 
Insomma, tutte queste risorse atte a misurare gli eventi di interesse fisiatrico, hanno consentito alla Medicina Riabilitativa di adeguarsi ai criteri del rigore scientifico e alle moderne prassi della ricerca e della cura. 
E' stato giustamente affermato che viviamo in un momemto storico per la Medicina in cui si va affermando, sempre di più, la cultura della razionalità documentata (1). 
Il che significa che i risultati ottenuti (o quelli vantati) debbono sottrarsi al vizio arcaico della “manipolazione” e debbono trovare riscontro in evidenze oggettive, tarate, documentate. 
Mai, come ora, appare vero lo slogan “l'arte stima, la scienza misura”. 
Un paradigma forse eccessivamente manicheo, almeno in medicina riabilitativa. 
In questo contesto, infatti, ove il danno del corpo e le conseguenze sulla persona non sono quasi mai sinonimo, varrebbe la pena di riappropriarsi di un provocante pensiero, che molto opportunamente raccomanda: “bisogna riconciliare le nuove scienze valutative con le vecchie arti” (2). 
Impresa difficile, perchè il gelo della precisione molto spesso fonde al calore delle vecchie arti, e le misure - anche quelle più accreditate - appaiono spesso non collimanti con una visione d'assieme, come sempre accade nel conflitto fra il sentire e il misurare. 
Viene in mente, al riguardo, il racconto di Oliver Sacks sui gemelli che non sapevano contare.  
“Un giorno, racconta Sacks, mi cadde al suolo una scatola di fiammiferi, e tutti si dispersero nel pavimento. Un istante dopo, all'unisono, i due gemelli gridarono: novantanove ! 
Era vero, i fiammiferi erano proprio novantanove”. 
Come avevano fatto ? I due, non sapevano contare, eppure avevano “misurato” - in un istante - l'entità numerica dei fiammiferi a terra. 
L'episodio rimanda a certe capacità rilevate in numerosi elementi appartenenti a tribù aborigene del nord dell'Australia.  
Anche questi soggetti non hanno mai imparato a contare, non dispongono di strumenti mentali in grado di eseguire una valutazione numerica, come il sommare, il sottrarre o il dividere. Eppure, di fronte ad un recinto che contiene cento pecore, essi sono in grado all'istante di specificarne la quantità, senza procedere - come faremmo noi - ad una “conta” degli animali, ma vedendo l'assieme. 
Questo è un modello di valutazione “iconica”, ove al dato numerico si sostituisce l'informazione dell'assieme, ove il rilievo quantitativo è rimpiazzato da un “abbraccio sensoriale” in cui si aggiungono - al mero dato numerico - suoni, colori, profumi e quant'altro concorre a riempire la scena. 
Insomma, una sorta di flash che fa incamerare dei dati e che consente un giudizio non soltanto quantitativo, ma una valutazione d'assieme, magari dotata di un potere di risoluzione alquanto modesto (come sempre avviene nelle inquadrature panoramiche, grandangolari, che abbracciano il tutto senza curare troppo il dettaglio). 
Nella pratica clinica, la misura ci deve servire se non come prova, almeno come indizio, perchè al giorno d'oggi - in medicina occorre “svalutare l'intuizione e stressare la consistenza delle informazioni” (3). 
Il che significa eliminare il più possibile l'evidenza empirica per dar luogo a nuove regole metodologiche che - nelle varie specialità - possano poi generare apposite linee-guida, per uniformare la prassi di rilevazione e di gestione dei dati. 
Solo successivamente si potrà percorrere un'ulteriore tappa, che consiste nel passare dal dato all'informazione, la quale ultima altro non è se non un “dato vestito”, che è passato dal “grezzo” allo “specifico”, e che diventa in grado di “farci capire il perchè”. 
Tuttavia, “l'epistemologia ha messo in discussione e sostanzialmente rifiutato l'idea forte di “prova”, al punto che tale termine è pressochè scomparso dalle trattazioni metodologiche ed è stato sostituito dalla parola controllo: nelle scienze più rigorose, infatti, una determinata ipotesi difficilmente potrà essere provata, ma potrà essere soltanto controllata (e se il controllo andrà a buon fine, allora potrà esser dichiarata verosimile” (4). 
In ogni caso, sia che si voglia ottenere una prova, sia che si voglia operare un controllo, è necessario ricorrere ad una misura. 
E l'assieme delle misure rappresenta un feedback informativo dal quale derivare le conclusioni diagnostiche ed i comportamenti clinici. 
Una misura - per essere congrua, corretta ed accettata - si deve fregiare di un sigillo di credibilità (dato dall'oggettività documentata e dall'esperienza condivisa): questo marchio di attendibilità si chiama accreditamento. 
Ma tutto si può misurare ? 
E quali peculiarità intervengono nella Medicina Riabilitativa? 
Qui il discorso diviene assai ampio.  
Infatti, anche se volessimo limitarci al campo delle misure di una “semplice”  prestazione motoria, ben presto ci accorgeremmo che l'impresa è tutt'altro che facile.  
Intanto, per un fisiatra la prestazione motoria - se intesa come mera attuazione di un movimento - non ha un gran valore. 
Infatti, per movimento si intende uno spostamento da un punto ad un altro nello spazio, in un determinato tempo.  
Se ci limitassimo a questo, in un soggetto paraparetico che, in posizione seduta, riesce ad estendere una gamba di qualche grado, si potrebbe dire che si è ottenuto un risultato (e l'evento è facilmente misurabile, attraverso un banale goniometro).  
Tuttavia, se questo risultato si dovesse limitare allo spostamento artuale, senza che esso fosse tale da consentire al paziente di camminare, il risultato riabilitativo sarebbe del tutto insoddisfacente. 
In ambito fisiatrico, ciò che conta non è tanto la capacità di effettuare una performance motoria, quanto ottenere da essa una determinata funzione. 
Quando il movimento diventa utile ai fini funzionali, allora il risultato appare apprezzabile. 
Dal che si evince che la misura della prestazione motoria dovrebbe essere correlata non soltanto alla quantificazione di un movimento fine a se stesso, quanto alla documentazione del perseguimento di un fine funzionale, connesso al movimento. 
Ne deriva che le misurazioni da accreditare per la prestazione motoria in riabilitazione dovrebbero avvenire attraverso strumenti o sistemi capaci di quantificare quei parametri in grado di documentare il livello di ripristino della funzione.  
Se questo è vero, ne consegue che l'apparato di rilevazione destinato a questi fini dev'essere molto complesso, poichè è difficile svincolare il coacervo di informazioni, connesse ad una prestazione motoria, dagli elementi di soggettività (del paziente e dell'esaminatore). 
La cosa è resa ancor più difficile dalla presenza di un gap storicamente esistente fra mondo medico e mondo delle tecnologie e - sopratutto - dalle diverse “lunghezze d'onda” utilizzate da medici ed ingegneri, con possibilità di sintonizzazione che si vanno via via realizzando (ma con grande difficoltà e lentezza). 
Ne deriva che i momenti di soddisfazione che conseguono ad una valutazione tecnica non raramente appaiono ridimensionati ad una valutazione clinica (e viceversa); se a ciò si aggiunge l'esigenza sempre più insistita di una valutazione economica (con i risvolti di commerciabilità del prodotto), ecco che le validazioni di efficienza  e di efficacia di uno strumento (o di un sistema) diventano una necessità sempre più ineludibile. 
Valga, a tal riguardo, un esempio che abbiamo direttamente vissuto in un nostra esperienza. 
Allorchè ci siamo attrezzati per dare il via ad una ricerca europea sull'impiego degli ambienti virtuali in Riabilitazione, abbiamo necessariamente allestito un consorzio di competenze, in grado di progettare il sistema (parte tecnica), verificarne la possibilità di fruizione in ambito fisiatrico (parte clinica) e determinare il rapporto costo/benefici e la sua potenzialità commerciale (parte economica ed economico-gestionale). 
Il primo elemento che è emerso è quello relativo al pesante squilibrio fra la suggestione delle ipotesi teoriche e le possibilità tecnologiche attuali. 
Il che significa, in altre parole, che fra le richieste del committente (cioè del medico) e le realizzazioni del tecnico si apriva un ampio canyon, da una parte del quale sostavano le attese (tanto semplicistiche, quanto esagerate) di chi ignora le difficoltà tecniche connesse a certe richieste e, dall'altra, le realizzazioni - magari tecnologicamente perfette - di chi non conosce bene le esigenze cliniche con cui il prodotto finito doveva misurarsi. 
Ad esempio, la preparazione di un data-glove e di un esoscheletro (necessari per replicare il movimento in ambienti virtuali) era perfettamente riuscita sul versante dell'ingegneria, ma presentava notevoli ostacoli alla “percorribilità” clinica, visto che il sistema appariva pesante, ingombrante, limitato. 
Per non parlare, poi, delle valutazioni sul versante economico, ove la “vendibilità” del sistema, connessa al rapporto costi/benefici, risultava sostanzialmente inesistente. 
Ne deriva che “l'esigenza di interfacciare sempre più insistentemente le esigenze mediche con il know-how ingegneristico” deve realizzarsi, ancor prima di raggiungere l'obiettivo finale dell'accreditamento, attraverso un processo di maturazione teso a consolidare una prassi interattiva, in cui le pretese teoriche del clinico siano correlate alla conoscenza delle  possibilità degli strumenti disponibili. 
Il che si realizza non soltanto attraverso tentativi di avvicinamento dei linguaggi (che resteranno pur sempre diversi), quanto attraverso frequentazioni più assidue, con l'intento di pervenire a prodotti capaci di erogare un risultato in termini il più possibile semplici, oggettivi, economici e condivisi. 
Non è sufficiente che uno strumento (o un sistema) siano dotati di eccellente qualità tecnologica, quando la loro applicabilità clinica risulta troppo complessa o troppo onerosa sul versante economico; nè appare perseguibile l'utilizzo di uno strumento (o di un sistema) che sia “facile”, maneggevole e poco costoso ma, al tempo stesso, dotato di una inaccettabile approssimazione. 
Inoltre, vi sono grandi differenze fra la pratica clinica e la ricerca: quest'ultima, infatti, si può “permettere il lusso” di costi elevati per ottenere rilevazioni complesse, ad opera di pochi esperti, per validare un'esperienza prototipale. 
Ma nella pratica clinica, occorre operare una voltura semplificante del sistema, cercando di sposare l'economicità di gestione (tecnica e ed economica) con una sufficiente attendibilità delle risposte fornite dallo strumento. 
Noi, come ho prima accennato, abbiamo studiato - in questi ultimi cinque anni - le possibilità di utilizzo degli ambienti virtuali in Riabilitazione. Il sistema da noi elaborato (“V.E. T.I.R”, Virtual Environments Technologies in Rehabilitation”)* ha come scopo lo studio delle possibilità diagnostiche e riabilitative connesse all'immersione del soggetto in un ambiente virtuale, ove è chiamato a compiere una batteria di tests ed una serie di esercizi terapeutici. 
Le peculiari condizioni in cui si viene a trovare il soggetto e le innovative possibilità offerte dal sistema, consentono di misurare la prestazione motoria avvalendosi del valore aggiunto di particolarissime situazioni di lavoro in cui è tenuto ad operare il soggetto esaminato. 
Il che significa che noi siamo in grado di cimentare il paziente in una lunga serie di prove, atte a rilevare numerose misurazioni, in cui l'ambiente ed il suo contenuto sono suscettibili di numerose varianti, non realizzabili nell'esperienza reale. 
Il fatto, ad esempio, di poter determinare un rimodellamento di comportamenti fisici (ad esempio, una pallina che rimbalza seguendo una traiettoria bizzarra, un oggetto da sollevare che muta continuamente di peso, un'ombra che non segue l'oggetto che la determina, ecc.) può generare una serie di inganni sensoriali di cui la prestazione motoria può risentire in maniera determinante, innescando condizioni del tutto ignote all'esperienza dell'esaminato. 
E ancora: le misurazioni della “destrezza” del soggetto chiamato ad eseguire una performance motoria non sono determinabili soltanto con il parametro del tempo connesso alla complessità dell'operazione, la velocità di esecuzione e la precisione.  
Il sistema VETIR, infatti, ci consente anche di analizzare le strategie di scelta motoria operate dal paziente; ci permette, cioè, di valutare non soltanto l'esecuzione motoria, ma il pattern di movimento adottato (specie allorchè determinate situazioni patologiche impongono di pervenire a soluzioni adattative per raggiungere uno scopo). 
Inoltre, le possibilità di manipolare l'input sensoriale (ad esempio, screditando l'informazione visiva e 
privilegiando altri canali sensoriali) pone il soggetto in condizione di operare il movimento avvalendosi di parametri inusuali. 
Il che ci offre la possibilità non soltanto di misurare la prestazione in condizioni nuove, ma di verificare se il contributo di queste nuove informazioni può essere sfruttato anche ai fini terapeutici. 
Uno dei tests da noi elaborati prevede di “immergere” il paziente in un ambiente virtuale, rappresentato da una cucina, al centro della quale è posto un tavolo. 
Sopra il tavolo è sito un tostapane, dal quale fuoriescono - a cadenza prima ritmica, e poi aleatoria - dei toasts, che percorrono traiettorie a velocità diverse. 
Ebbene, il sistema è in grado di modificare il normale percorso delle traiettorie compiute dai toasts (il che, ovviamente, rende più difficile l'afferraggio) ma anche di far fuoriuscire dal toaster non più l'immagine del toast, bensì un suono, che si sposta nello spazio seguendo una determinata traiettoria. 
Il che vuol dire che il soggetto, nel tentativo di afferrare qualcosa che vola, non si affida all'informazione visiva, bensì a quella acustica. 
In altre parole, il suo movimento di afferraggio non è la risultante di un progetto motorio, pensato e realizzato in correlazione alla visione dell'oggetto, bensì all'informazione acustica. 
Questo significa che il fisiatra può rilevare le potenzialità cliniche di recupero del paziente, testando le possibilità di attivazione di circuiterie neuronali accessorie, esaltandone il contributo attraverso il successivo esercizio terapeutico. 
Tutto ciò può entusiasmare da un punto di vista teorico, ma v'è da dire che ben diversa è la pratica clinica, specie in Riabilitazione, perchè la misurazione di una prestazione motoria non significa soltanto quantificare le modalità di un fenomeno biologico: per un fisiatra, come si è già accennato, è un fatto troppo limitativo. 
Questo, naturalmente, non significa votarsi alla rassegnazione dell'empirismo e della sua inaccettabile approssimazione. 
E' servito soltanto per dire, attraverso qualche sporadico esempio, quanto sia complesso - in ambito fisiatrico - rinvenire strumenti e metodologie di misura. 
Ma la strada imboccata è sicuramente quella giusta. 
Mille altre cose saranno ancora da perfezionare ed altrettante verranno sperimentate nell'intento di rivestire coi panni del rigore scientifico la Medicina Riabilitativa. 
E' comunque certo che i progressi sin qui maturati (e di cui ampiamente si parla negli articoli che seguono) sono la testimonianza più valida per documentare l'evoluzione di questo così importante settore della Medicina. 

Alberto Freddi 
Dir. Servizio di Neurofisiopatologia 
Medicina Fisica e Riabilitazione 
Azienda Ospedaliera “S. Maria” - Terni 

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* Progetto elaborato da un consorzio europeo, nell'ambito del Programma TIDE, con il concorso della Scuola Superiore S. Anna di Pisa, dell'Azienda Ospedaliera di Terni, della Ferrari di Maranello (Modena), della Medialab di Parigi, dell'Head Acustic di Herzoghenrath e dell'Università di Bochum. 

Note: 
1. G. Tognoni (1997) 
2. D. Naylor (1995) 
3. A. Liberati (1997) 
4. G. Federspil (1998) 

  
 

 

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