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Tra i centenari che scadono quest'anno, il centenario che sicuramente supera tutti in popolarità è quello di Alfred Hitchcock, nato a Londra il 13 agosto 1899 e morto a Los Angeles il 29 aprile 1980. La nostra domanda è retorica: chi non ha visto due o tre dei suoi film? Chi non è stato conquistato da questo indiscusso maestro del “thriller”? 
Allo scopo di orientare il lettore, citiamo subito alcuni titoli tra i più memorabili: “Rebecca” (1940), “Io ti salverò” (“Spelbound”, 1945), “Notorius” (1946), “Il caso Paradine” (“The Paradine Case”, 1947), “Io confesso” (“I confess, 1953), “La finestra sul cortile”(“Rear Window”, 1954), “Caccia al ladro” (“To Catch a Thief”, 1955), “La congiura degli innocenti” (The trouble  with Harry”, 1955), “La donna che visse due volte” (“Vertigo, 1958), “Intrigo internazionale” (“North by Northwest”, 1959), “Psycho” (“Psyco”, 1960), “Gli uccelli” (“The Birds”, 1963), “Marnie” (1964), “Il sipario strappato” (“Torn Curtain, 1966),  “Frenzy” (1972), “Complotto di famiglia” (“Family Plot”, 1976), che fu l'ultimo dei cinquantatré film firmati dal regista. 

La notizia della morte di Hitchcock arrivò nei giornali italiani proprio ventiquattr'ore dopo aver rivisto  e ancora una volta ammirato alla televisione una riproposta di “Notorious”. Sul video c'era stato un piccolo galà dei ricordi: la luminosa Ingrid Bergman, Cary Grant con i capelli nerissimi, il rigido Claude Rains, e quella storia di bottiglie di champagne che contengono invece polvere d'uranio. Diciamo la verità: per quanto la vicenda fosse tutta scontata e prevedibile scena per scena, il brivido non era calato d'intensità. In termini letterari, accade così per i classici che non tradiscono mai. A suo modo, nel regno del controluce e delle ombre, Hitchcock  è stato un classico. 
“Notorius”, in particolare, ha realizzato uno dei più sicuri modelli dell'angoscia: quello del veleno versato nella tazzina della vittima ignara, un modello di cui Hitchcock si serviva per spiegare ai profani che cos'è la “suspense”. Lui non avrebbe mai detto che “l'angoscia vera è fatta di noia”, come ha sostenuto qualche poeta. 
Se, infatti, si ripercorre un po' in  fretta il mondo di Hitchcock, quali immagini arrivano dalla memoria? Tentiamo un elenco, sicuramente imperfetto: i complicati e allucinanti sogni presi in prestito da Freud, torme di uccelli voraci più nere degli uragani, uomini in bilico sui costoni dei grattacieli, cadaveri adagiati come innocui manichini nel fondo di vecchie cassapanche, intrighi di spie, inseguimenti mozzafiato, segreti inconfessabili, traumi acquattati nel passato, cigolii di porte, tutto l'ossessivo inventario delle sorprese... 
Eppure, in questo mondo non abitava l'orrore, se si eccettuano certi momenti di “Psyco”. Quasi una sorta di sottile disincanto frenava l'eccesso. Il brivido di Hitchcock assomigliava a una complicata espressione algebrica nella quale il dominio è delle incognite. Gli piaceva anche il ricorso alle buie magie di certi paesaggi. Il primo film realizzato in America dopo gli esordi inglesi, “Rebecca”, tratto dall'omonimo romanzo di Daphne Du Maurier, ebbe successo anche per quegli squarci di scogliere deserte sotto la furia del mare. 
  

Ho intervistato Alfred Hitchcock, una sera di settembre del 1966. L'intervista avvenne in un albergo di Milano, in una sala foderata di velluto scarlatto. La prima impressione fu quella di avere di fronte non il mago del brivido, l'inventore del fiato sospeso, il maestro del nodo alla gola, ma un serafico signore conscio d'interpretare il ruolo dell'oracolo. Dai vecchi taccuini dei miei appunti tornano le domande e le risposte di quell'incontro. 

- Mister Hitchcock, se quelli che vanno a vedere i suoi film fossero tutti malati di cuore, come si comporterebbe? 
“Smetterei di fare il regista e, nonostante l'età, diventerei uno studente di medicina”. 
- Come mai, in tanti anni di carriera, non ha mai vinto un festival importante? 
“ Non sarò mai una sposa, sarò sempre una damigella”. 
- Come giudica la lunghissima serie di filmetti che ha realizzato per la televisione? 
“ Io mi addormento davanti al teleschermo: se  non sbaglio, la televisione serve a questo”. 
- Perché appare per pochi attimi in tutti i film di cui è il regista? 
“ Appaio per pochi attimi per non far soffrire di più la mia dignità”. 
- Si sentirebbe di girare un film sulla favola di Cenerentola? 
“No, perché il pubblico si aspetterebbe di trovare almeno un cadavere nel cocchio dorato”. 
- Vorrebbe essere il regista di un film con protagonista il personaggio di James Bond? 
“No, perché le emozioni di Bond non sono le mie: nessuno si preoccupa di sapere se Bond uccida più o meno bene”. 
- Cosa pensa degli attori in genere? 
“Mi accusano perché una volta ho detto che gli attori sono degli animali, ma io li amo perché sono degli animali molto simpatici”. 
- Cosa pensa del cinema contemporaneo? 
“Troppi film mostrano soltanto persone fotografate mentre parlano”. 

Mi ero preparato (non dimentichiamo la data del 1966 che spiega, per esempio, la domanda su James Bond, allora dominatore degli schermi) a una dissertazione sull'estetica del delitto e invece arrivava il fuoco d'artificio dell'arguzia.  
Una volta soltanto Hitchcock si lasciò andare ai suoi amati teoremi della paura: “Io non faccio film di mistero - disse - Nel mistero ci si chiede quando una cosa succederà, nei miei film ci si  chiede che cosa succederà”. 

Posò per i fotografi, nascose metà del volto dietro un angolo per ripetere quel profilo che abbiamo visto come sigla dei brevi film realizzati per la televisione. Così lo ricordo. E la sua andatura un po' curiale mentre si allontanava verso i corridoi dell'albergo, si ripresenta nitida ora che sto scrivendo queste righe per il centenario. 
Un regista lascia un'eredità controllabile. Anche per Hitchcock ci sono stati e ci saranno “revival” e retrospettive. La grandezza non si discute. Ma se qualche ingranaggio delle sue macchine del brivido mostrerà ruggini o rivelerà scatti appannati, forse proveremo un senso di liberazione. L'incubo sta sempre dietro le spalle o cova nel nostro segreto. Come mi accadde quella sera lontana, dopo l'intervista, quando il ricordo dei film prese il sopravvento e mi aspettavo di trovare un cadavere nel bagagliaio dell'auto. 

 

 

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