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 Gianfranco Malafarina


E' come essere nello stesso tempo a Lilliput e a Brobdingnag. Intorno a noi il fasto barocco della Palazzina di Caccia di Stupinigi, in fase di graduale ripristino grazie a un accurato intervento di restauro finanziato dalla Fiat e dalla Fondazione CRT di concerto con l'Ordine Mauriziano e le soprintendenze locali.  
E nel trionfale scenario di questa leggiadra residenza, che non potrebbe riassumere meglio il gusto teatrale e scenografico della spazialità barocca, il fior fiore dell'architettura sei-settecentesca, i capolavori di Bernini e di Borromini, di Guarini e di Mansart, di Vanvitelli e di Juvarra, ma ridotti e miniaturizzati in una serie di modellini rigorosamente d'autore. 
Concepita come sequel storico-artistico del memorabile omaggio al “Rinascimento, da Brunelleschi a Michelangelo” allestito cinque anni fa a Palazzo Grassi dallo stesso curatore di oggi, Henry A. Millon, la mostra di Stupinigi riprende infatti la formula di quel grande successo espositivo.  
Presentare un periodo, un ampio arco temporale della storia dell'architettura attraverso i modelli, per lo più ignoti al grande pubblico, che i grandi architetti dell'epoca predisposero per studiare meglio le loro creazioni e presentarle ai committenti.  
Gli ottanta modelli lignei che formano il clou della rassegna diventano così lo spunto per una indagine a tutto campo che investe non soltanto il concetto di barocco, e la sua rapida e capillare diffusione in tutta Europa, ma in un certo senso anche la nostra condizione attuale, anch'essa pervasa dalla retorica omologante di mode e linguaggi transnazionali, anch'essa sottilmente innervata da quel “trionfo dell'apparenza” che il fragore dei media amplifica e dilata su scala planetaria, anch'essa costretta a confrontarsi – come in quel Seicento che fu in un certo senso la “prova generale” della modernità – con realtà inedite, foriere di progresso ma anche di insidie. Ieri i nascenti stati nazionali, l'incipiente urbanesimo, i primi vagiti della scienza sperimentale.  
Oggi il primato dell'impresa, le nuove tecnologie, il mercato globale.  
Enucleata dal contesto e assemblata in scala ridotta in una sintesi estremamente suggestiva, l'architettura ridiventa così la cartina di tornasole di una temperie storica e culturale, il suo più eloquente sistema di segni, e il modello finisce quasi per far premio sul progetto finito perché, con l'immancabile, laborioso corredo di studi, abbozzi e disegni, riconduce all'intuizione originaria dell'architetto, come se il pensiero, nella sua inafferrabile leggerezza, fosse già tutto lì, catturato nel modello, e il prodotto finito nient'altro che una messinscena ingombrante e superflua soggetta alle vicissitudini della materia e dell'umana fatica.  
Eccolo dunque tutto qui, il gran teatro dell'architettura barocca: chiese e altari, regge e dimore private, municipi e fortificazioni, porti e fari. Insomma l'apparato persuasivo, retorico e difensivo del potere civile e religioso ma anche i luoghi da esso preposti all'aggregazione, al divertimento, alla cura della salute, le biblioteche e i teatri, i monasteri e gli ospedali, i giardini e le fontane.  
Mentre ci aggiriamo come novelli Lemuel Gulliver in questa sorta di Swissminiatur dell'Europa barocca, la Palazzina di Caccia di Stupinigi sfodera in un tripudio di luce il suo ritrovato splendore.  
Doveva essere un semplice padiglione destinato agli svaghi venatori di Vittorio Amedeo II e della sua corte.  
Grazie al genio di Filippo Juvarra divenne una delle gemme del barocco europeo. I poteri del nuovo millennio – la banca, l'impresa – ne hanno fatto nuovamente un prezioso scrigno d'arte e di cultura. 

 

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