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E'
come essere nello stesso tempo a Lilliput e a Brobdingnag. Intorno a
noi il fasto
barocco della Palazzina di Caccia di Stupinigi, in fase di graduale
ripristino grazie a un accurato intervento di restauro finanziato dalla
Fiat e dalla Fondazione CRT di concerto con l'Ordine Mauriziano e le
soprintendenze locali.
E nel trionfale scenario di questa leggiadra
residenza, che non potrebbe riassumere meglio il gusto teatrale e scenografico
della spazialità barocca, il fior fiore dell'architettura sei-settecentesca,
i capolavori di Bernini e di Borromini, di Guarini e di Mansart, di
Vanvitelli e di Juvarra, ma ridotti e miniaturizzati in una serie di
modellini rigorosamente d'autore.
Concepita
come sequel storico-artistico del memorabile omaggio al “Rinascimento,
da Brunelleschi a Michelangelo” allestito cinque anni fa a Palazzo
Grassi dallo stesso curatore di oggi, Henry A. Millon, la mostra di
Stupinigi riprende infatti la formula di quel grande successo espositivo.
Presentare un periodo, un ampio arco
temporale della storia dell'architettura attraverso i modelli, per lo
più ignoti al grande pubblico, che i grandi architetti dell'epoca predisposero
per studiare meglio le loro creazioni e presentarle ai committenti.
Gli ottanta modelli lignei che formano
il clou della rassegna diventano così lo spunto per una indagine a tutto
campo che investe non soltanto il concetto di barocco, e la sua rapida
e capillare diffusione in tutta Europa, ma in un certo senso anche la
nostra condizione attuale, anch'essa pervasa dalla retorica omologante
di mode e linguaggi transnazionali, anch'essa sottilmente innervata
da quel “trionfo dell'apparenza” che il fragore dei media
amplifica e dilata su scala planetaria, anch'essa costretta a confrontarsi
– come in quel Seicento che fu in un certo senso la “prova
generale” della modernità – con realtà inedite, foriere
di progresso ma anche di insidie. Ieri i nascenti stati nazionali, l'incipiente
urbanesimo, i primi vagiti della scienza sperimentale.
Oggi il primato dell'impresa, le nuove
tecnologie, il mercato globale.
Enucleata dal contesto e assemblata
in scala ridotta in una sintesi estremamente suggestiva, l'architettura
ridiventa così la cartina di tornasole di una temperie storica e culturale,
il suo più eloquente sistema di segni, e il modello finisce quasi per
far premio sul progetto finito perché, con l'immancabile, laborioso
corredo di studi, abbozzi e disegni, riconduce all'intuizione originaria
dell'architetto, come se il pensiero, nella sua inafferrabile leggerezza,
fosse già tutto lì, catturato nel modello, e il prodotto
finito nient'altro che una messinscena ingombrante e superflua soggetta
alle vicissitudini della materia e dell'umana fatica.
Eccolo dunque tutto qui, il gran teatro
dell'architettura barocca: chiese e altari, regge e dimore private,
municipi e fortificazioni, porti e fari. Insomma l'apparato persuasivo,
retorico e difensivo del potere civile e religioso ma anche i luoghi
da esso preposti all'aggregazione, al divertimento, alla cura della
salute, le biblioteche e i teatri, i monasteri e gli ospedali, i giardini
e le fontane.
 Mentre
ci aggiriamo come novelli Lemuel Gulliver in questa sorta di Swissminiatur
dell'Europa barocca, la Palazzina di Caccia di Stupinigi sfodera in
un tripudio di luce il suo ritrovato splendore.
Doveva essere un semplice padiglione
destinato agli svaghi venatori di Vittorio Amedeo II e della sua corte.
Grazie al genio di Filippo Juvarra divenne
una delle gemme del barocco europeo. I poteri del nuovo millennio –
la banca, l'impresa – ne hanno fatto nuovamente un prezioso scrigno
d'arte e di cultura.
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