.................

 

 

Valter Santilli

 

Abstract        Curriculum         Bibliografia  

 

 

Silvia Capici 

Curriculum 

 

Enzo Paris 

Curriculum 

 

Stefano Finucci 

Curriculum 

 

 

Le algie vertebrali rappresentano una vera e propria sindrome endemica nei paesi ad alto livello di sviluppo. La portata di questo fenomeno si può evincere sia dalla ricaduta in termini di “salute”, che per l'aspetto socio-economico. 
La salute è stata definita dall'OMS come “condizione di benessere fisico, psichico e sociale”, concetto predicabile alla definizione di “qualità di vita” o meglio di “qualità di vita correlata alla salute” (HrQoL).  
La rilevanza socio-economica delle algie vertebrali può essere oggettivata dal numero di giornate di lavoro perse e dal tasso di disabili in continuo aumento. 
Negli Stati Uniti si stima che quasi cinque milioni d'adulti siano disabili a causa della lombalgia, ed il tasso di disabilità sia in costante aumento; sempre con riferimento agli USA, nelle classi d'età comprese tra i 45 e i 65 anni, la patologia del rachide è al terzo posto fra le cause d'invalidità, dopo le cardiopatie e le artriti (1). Oltre a ciò numerosi studi indicano che questa patologia si sta estendendo anche alla popolazione più giovane (2-7), interessando soggetti in età adolescenziale. 
La rachialgia è quindi un quadro sindromico la cui collocazione nosologica prevede competenze multidisciplinari in virtù della multicasualità che le è propria e della valenza sanitaria, sociale, ed economica che presenta. 
In questo studio abbiamo preso in considerazione, sulla base di una revisione critica della letteratura, il rapporto intercorrente tra rachialgia, assetto posturale e attivazione delle catene muscolari. 
Riporteremo inizialmente gli elementi bibliografici salienti circa il rapporto intercorrente tra rachialgia ed assetto posturale (durante l'attività lavorativa e sportiva); successivamente descriveremo il concetto di catene muscolari e il ruolo che rivestono nel mantenimento del corretto assetto posturale.  
Riguardo all'attività lavorativa, Mior SA et al sostengono che su 320 chiropratici studiati, l'incidenza del dolore lombare era nell'87% dei casi, e tale dolore non è sembrato essere in relazione con le diverse altezze del lettino di lavoro o con la tecnica utilizzata; Diakow PR et al esaminando 172 dentisti, hanno riscontrato rachialgia nel 35,5% dei casi; Finsen L et al.(43) hanno rilevato le posture e effettuato uno studio elettromiografico dei muscoli del collo e della spalla dei dentisti durante l'attività lavorativa constatando che ad una postura in flessione del rachide cervicale e abduzione degli arti superiori, corrispondeva una aumentata attività dei muscoli splenio e trapezi. Molumphy M et al hanno accertato un'incidenza del 30% di dolore lombare in uno studio effettuato su 344 fisioterapisti; in questi ultimi la rachialgia si manifesterebbe frequentemente, nei primi quattro anni d'attività. Pope MH et al (44) hanno dimostrato che vibrazioni di 4-6 Hz, subite dai trattoristi e camionisti, possono essere in grado di recare dolore lombare, indicando anche come speciali sedili che attenuino le vibrazioni e una disposizione più ergonomica della cabina di guida possono ridurre il rischio di recidiva; nella cavia queste vibrazioni inducono deformazioni, aumento della pressione discale e cambiamenti nei livelli dei neuropeptidi nei gangli delle radici dorsali. Gyi DE et al (45) hanno studiato agenti di polizia del dipartimento di medicina del lavoro in Gran Bretagna riscontrando che l'incidenza di lombalgia è proporzionale al numero di km. percorsi e alle ore di guida , ed è maggiore nei motociclisti rispetto ai colleghi in automobile.  
Estryn Behar M et al infine, esaminando 1500 infermiere, hanno mostrato che in questo gruppo di studio, il dolore lombare era presente nel 47% dei casi, che il trattamento medico era stato richiesto nel 28% dei casi, e che la causa più frequente d'assenza lavorativa era stata il dolore muscolo-scheletrico. Van Dieen JH et al (46) hanno evidenziato che in soggetti che svolgono il proprio lavoro in stazione eretta, pause più brevi ma più frequenti sono più efficaci nella prevenzione di disturbi lombalgici rispetto a pause più lunghe ma meno frequenti.   
Aagaard Hansen et al suggeriscono come profilassi delle rachialgie giovanili l'utilizzo di tavoli e sedie ergonomiche, attività sportiva moderata, riduzione della sedentarietà, etc. Tertti MO et al riscontrano tramite RMN, numerosi casi di degenerazione discale in giovani con dolore lombare. Salminen JJ, in uno studio eseguito su 370 scolari aventi età compresa tra gli undici ed i diciassette aa circa, ha rilevato una sintomatologia rachialgica nel 19,7% dei casi; tali sintomi erano riscontrati in percentuali maggiori anche nei genitori (19% genitori sesso femminile, 15,4% sesso maschile). 
L'espansione di questa patologia può essere ricollegata alle particolari abitudini di vita connesse con la civiltà industriale che, in molte attività, può porre il lavoratore in posture errate protratte; è indispensabile ricordare però, che il meccanismo potenzialmente lesivo è molto spesso legato al sovraccarico cronico legato all'attività lavorativa(8-13) o ad alcuni tipi di sport(1,14-16). 

A proposito dell'attività sportiva, Saraceni VM et al sostengono che la ginnastica (specie quella aerobica), il football, il sollevamento pesi, la lotta, la danza ed il canottaggio, sono tra gli sport a più elevato rischio di rachialgia. Alle stesse conclusioni è giunto Micheli LJ studiando ballerini sofferenti di dolore lombare; l'autore ha ipotizzato tra le probabili cause, le alterazioni posturali agli arti inferiori, squilibri muscolo-tendinei, tipo di calzatura e pavimentazione utilizzati. Howell DW ha notato un'incidenza del 75% in diciassette vogatrici agoniste, ipotizzando un'iperestensione del rachide lombare durante l'attività sportiva; il dolore lombare diminuiva con regolari sedute di stretching. Martini G et al sostengono che lo sport non agonistico, potrebbe avere un ruolo non secondario nella riabilitazione del paziente rachialgico (17).  

È scopo di questi lavoro prendere in considerazione alcuni aspetti del dolore derivante dal rachide, in relazione a modificazioni dell'assetto posturale e, conseguentemente, delle catene muscolari. 
Negli ultimi anni, la definizione “catene muscolari” è entrata nel gergo dei fisiatri, dei Terapisti della Riabilitazione e dei cinesiologi; molte tecniche d'uso comune di rieducazione muscolare e posturale si rifanno ai concetti di “catene muscolari” e di “catene cinetiche” (42). 
Possiamo affermare che tali riferimenti non sono sempre appropriati e spesso ingenerano confusione negli addetti ai lavori; pertanto, si rende necessaria e urgente una riflessione storica, epistemologica e critica, circa il concetto di catena cinematica, cinetica e muscolare e gli eventuali risvolti cinesiologici terapeutici. 
L'antesignano del concetto di “catena cinematica” è Reuleaux (1875), il quale si riferiva ad un sistema meccanico di segmenti, dove il “movimento di un segmento ha determinati rapporti con ogni altro segmento del sistema” e il sistema chiuso assicura che le forze siano trasmesse secondo direzioni positive predeterminate (18). 
Tale concetto si rifà al sistema chiuso di tipo ingegneristico. 
Baeyer (1924) ha definito per primo il “sistema articolare cinematico”, quindi non più segmenti anatomici semplicemente articolati tra loro, ma segmenti facenti parte di un sistema più complesso: la catena. La catena cinematica che reagisce complessivamente a resistenze esterne: “Le estremità di tali catene sono sempre 'chiuse' da resistenze; il loro superamento mediante l'attività corporea si attua a livello delle rispettive catene” (Baeyer, 1924 e Schmith, 1932, 1933). 
Le resistenze esterne di cui parla Baeyer possono essere: il terreno, oggetti tenuti in mano, pareti. Per quanto riguarda le resistenze offerte dal terreno, queste rinviano al corpo delle vere e proprie sollecitazioni che “consentono alle forze muscolari di produrre i propri effetti” (Knoll, 1932) (19). 
Attualmente, in ingegneria meccanica, la definizione di catena cinematica è la seguente: “l'unione di più membri ottenuta con coppie cinematiche, in modo che, fissata la velocità relativa di un membro ad un altro qualsiasi, risultino univocamente determinate le velocità relative di tutti gli altri membri, cioè fissato uno dei membri, il sistema ha un solo grado di libertà”. Sempre secondo tale disciplina, una catena dicesi aperta se i membri esterni non sono collegati tra loro e, quindi, essa non può essere cinematica. Una catena dicesi chiusa se ogni membro risulta accoppiato con quello che lo precede e con quello che lo segue (20). Pertanto, per la definizione di catena aperta sopra descritta, diviene problematica l'applicazione del termine “cinematica” alle catene aperte del corpo umano. 
Da una catena cinematica (Baeyer) si passò a “catena cinetica” (Payr) (19), dove con tale terminologia si volle sottolineare l'aspetto energetico oltre quello meccanico. Payr fu tra i primi a mettere in evidenza che una perturbazione in uno qualsiasi degli anelli della catena si sarebbe ripercossa sull'intero sistema. 
Dempster (1955) (18) fu tra i primi cinesiologi a riprendere le intuizioni di Reuleaux (1875) circa il concetto di segmento secondo le modalità proprie della scienza ingegneristica: “nei meccanismi ingegneristici i segmenti si muovono in rapporto ad un telaio ed esso stesso forma un anello del sistema. Così, per trasmettere una forza, i segmenti della macchina devono formare un sistema chiuso, nel quale il movimento di un sistema ha determinati rapporti con ogni altro segmento del sistema” (Reuleaux, citato da Dempster 1955). 
Ricordiamo che attualmente, secondo la scienza ingegneristica, il “meccanismo” è definito come una catena cinematica nella quale sia fisso uno dei membri, che viene definito “telaio” o “ponte”. Pertanto, da una stessa catena cinematica possono derivare tanti meccanismi diversi quanti sono i membri costituenti (20). 
Nonostante che la maggior parte delle catene cinematiche nell'uomo sia aperta, Brunnstrom (1962) (18) descrive due catene chiuse nel corpo. La prima è il cingolo pelvico, dove i tre segmenti ossei sono uniti nelle due articolazioni sacroiliache e sinfisi pubica. La seconda catena chiusa è il torace, dove le prime dieci costole sono articolate con il rachide e con lo sterno. 
La definizione di catena cinematica chiusa, per il cingolo pelvico, verrà in seguito contestata da Gowitzke (1988), la quale ritiene “immobili” tali articolazioni. Ma allora che fine fanno gli studi di I.A. Kapandji sulla nutazione e la contronutazione del sacro? 
Steindler (1973) (21) afferma l'esistenza di una catena chiusa vivente (definita “cinetica” piuttosto che cinematica), “in tutte quelle situazioni in cui l'articolazione libera distale della catena incontra una resistenza invincibile”. Nella vita quotidiana, la mobilizzazione di più articolazioni determina uno spostamento di diverse catene ossee l'una rispetto all'altra; tale sistema meccanico complesso è detto “catena articolata” (22). Ma lo spostamento articolare è frutto dell'attività muscolare e, pertanto, è stato coniato il termine di “catena cinetica muscolare”. 
I gruppi di muscoli che partecipano ad una comune azione vengono definiti catene muscolari” (19). Questa definizione, però, si discosta da tutto l'impianto cinematico e cinetico della meccanica di tipo ingegneristico, perché l'apparato muscolare non può essere paragonato ad un sistema meccanico rigido, ma è da considerare come flessibile e plastico. Nel sistema cinematico è infatti possibile ricavare le velocità relative di tutti i membri dopo aver fissato la velocità relativa di un membro rispetto ad un altro qualsiasi. Cosa impossibile per i muscoli. E non è possibile neppure ricavare e scomporre con precisione le forze dei vari anelli muscolari (cinetica). 
Chiarite queste contraddizioni ed ambiguità terminologiche e dei contenuti, siamo purtroppo costretti a mantenere tali definizioni perché entrate nel linguaggio comune della biomeccanica e della fisiatria. Le catene “cinetiche muscolari” vengono abitualmente suddivise in aperte, chiuse, frenate. 

Catena cinetica aperta  
S'intende per catena cinetica muscolare aperta il sistema in cui l'estremità distale è libera. Esempi sono l'arto inferiore durante la deambulazione nella fase oscillante, oppure l'estensione della gamba in posizione seduta , muovere l'arto superiore nel gesticolare o nel lanciare un oggetto e così via. 

Catena cinetica chiusa  
Un'estremità del sistema è fissa, al contrario della prossimale che è libera di muoversi durante l'atto motorio. Esempi: l'arto inferiore nella deambulazione nella fase di carico, gli arti superiori che spingono contro una parete o gli arti inferiori in un individuo che solleva un peso da terra. 

Catena frenata  
"Quando la resistenza esterna distale di una catena cinetica è inferiore al 15% della resistenza massimale che essa riesce a spostare , si può ritenere la catena aperta o poco frenata, se invece tale resistenza supera il 15% la catena è chiusa o molto frenata (22)”. 

Dal punto di vista biomeccanico le catene muscolari obbediscono alla disposizione nello spazio delle ossa dello scheletro ed in particolare a quella in serie (rachide e arti); meno importante la disposizione in parallelo (mano e piede) o in gruppo (carpo e tarso). Poiché per la disposizione in parallelo, nell'arto superiore sono prevedibili undici gradi di libertà (un grado per ogni interfalangea, due per le metacarpo-falangee, due per la radio-carpica, due per il gomito, tre per la gleno-omerale) e sette gradi di libertà per l'arto inferiore (tre per l'anca, due per il ginocchio, due per il piede), sono ipotizzabili diverse varianti di catene muscolari. 
Per ogni grado di libertà articolare andrà prevista l'attivazione di più muscoli, che come anello della catena faciliterà la messa in funzione dei successivi e il coinvolgimento di tutto il sistema. 
Sia per l'arto superiore che per  l' inferiore si rileva una riduzione dei gradi di libertà dall'articolazione prossimale a quella distale, verosimilmente per realizzare il movimento con la massima precisione possibile. Per la realizzazione dei movimenti balistici sono necessarie le catene aperte o poco frenate, che si realizzano con il progressivo aumento della velocità man mano che si scende verso l'anello distale. 
Nelle catene aperte, per realizzare i movimenti non balistici, lenti ma precisi, è necessario il bloccaggio del segmento prossimale, attraverso il coinvolgimento di muscoli stabilizzanti. 
Altra caratteristica delle catene aperte è che l'ordine d'attivazione muscolare avviene in senso prossimo-distale. Queste riflessioni sono fondamentali per i risvolti terapeutici nell'uso delle catene muscolari. 
La biomeccanica delle catene cinetiche chiuse va considerata in senso opposto a quelle aperte, dove l'estremità distale è rappresentata dall'articolazione stabilizzante, e la direzione dell'attivazione muscolare avviene in senso caudo-prossimale. Per anello stabilizzante nella catena cinetica chiusa, intendiamo l'articolazione che, grazie ai suoi muscoli fissatori, solidarizza l'arto alla resistenza esterna. 
Per Steindler (21) una vera catena cinetica chiusa esiste solo durante l'esercizio isometrico, poiché durante tale esercizio né il segmento prossimale né il segmento distale modificano la propria posizione nello spazio. Da quanto detto, è chiaro che le possibilità di movimento di solito sono più estese e dinamiche in catena aperta, e più stabilizzanti e statiche in catena chiusa. 
Una conseguenza biomeccanica rilevante tra le due catene è che la funzione cinesiologica di uno stesso muscolo può variare, anche diventando opposta, a seconda che questo sia inserito in una catena cinetica aperta o chiusa. Un esempio: in posizione accovacciata (catena chiusa), nel tentativo di riguadagnare la posizione eretta, il soleo estende la tibia, i due gemelli trascinano indietro i condili femorali, gli ischio crurali estendono l'anca e tirano posteriormente il piatto tibiale; pertanto, i gemelli e gli ischio crurali (flessori del ginocchio in catena aperta) diventano in catena chiusa agonisti del quadricipite. 
L'enunciazione di questi principi, ovviamente, ha condizionato le modalità dell'esercizio terapeutico in riabilitazione ortopedica. 
Ad esempio: nel campo della rieducazione del ginocchio si sono subito distinti gli esercizi a catena cinetica aperta (in posizione seduta) da quelli in catena cinetica chiusa nei quali i piedi incontrano una resistenza (lo squatting). La rieducazione delle lesioni del leg. crociato anteriore è un esempio di come le differenti tecniche adottate (a catena cinetica chiusa o aperta) condizionino in misura rilevante i risultati. Esercizi che prevedono l'esecuzione sotto carico “weightbearing”, assimilabili ad esercizi in catena chiusa, hanno mostrato esercitare tensioni di trazione sul LCA molto inferiori rispetto alle tecniche in catena aperta (23). 
Il decremento della tensione del LCA in catena chiusa è probabilmente riferibile alla co-contrazione dei muscoli posteriori della coscia negli esercizi sotto carico (24). 
Tale co-contrazione ridurrebbe la tendenza alla traslazione anteriore della tibia operata dal quadricipite. Altro risvolto non secondario per le conseguenze terapeutiche è la diversa estrinsecazione di “forza” muscolare a seconda che l'esercizio sia svolto con un solo arto o contemporaneamente con entrambi gli arti. 
Ad esempio: nell'estensione del ginocchio da seduto, si può rilevare una produzione di forza maggiore se l'attivazione riguarda un solo arto rispetto a quando l'estensione riguarda, contemporaneamente, entrambi gli arti inferiori. 
Probabilmente, questa diversità nella forza espressa è conseguenza delle diverse catene muscolari attivate e, quindi, della diversa stabilizzazione del “sistema” bacino tronco (25). 

Noti e controversi autori di provenienza osteopatica (Mèziére, Souchard, Busquet, Bienfait) ed autorevoli autori d'Anatomia Funzionale (K.Tittel, etc.) descrivono con dovizia di particolari il decorso di catene muscolari in diverse attività umane o, di riflesso, catene muscolari da correggere in patologie d'interesse ortopedico. Ciò che salta immediatamente agli occhi è che, quasi mai, le catene muscolari descritte coincidono tra un autore e l'altro. Ad esempio, secondo L.Busquet (26), le catene muscolari possono essere classificate in: 

Catene statiche posteriori 
Catene dirette anteriori: destra e sinistra 
Catene dirette posteriori: destra e sinistra  
Catene crociate anteriori: destra e sinistra 
Catene crociate posteriori: destra e sinistra. 

All'interno di queste catene, secondo Busquet, rivestono un ruolo fondamentale strutture diverse dai muscoli: fasce, aponeurosi, legamenti, etc. 

Per P. Souchard (27) le catene muscolari vanno classificate in: 

Serie inspiratorie 
Serie posteriore 
Serie antero-interna dell'anca 
Serie anteriore del braccio 
Serie antero-interna della spalla. 

M. Bienfait (28) sottolinea l'importanza della catena cervico-toraco-addominale-pelvica, ed in particolare del collegamento della aponeurosi prevertebrale con le strutture fasciali, legamentose e con il muscolo diaframma. 
Anche Bienfait riprende i concetti di sistemi crociati anteriori e posteriori, ma questo descrive, ad esempio, la catena crociata anteriore come formata da: romboide, gran dentato, grande obliquo e piccolo obliquo del lato opposto; mentre L Busquet, per una catena crociata dx/sn descrive: piccolo obliquo sn, grande obliquo dx, intercostali esterni dx, piccolo dentato postero-superiore dx. 

Pochi sono gli studi sperimentali a supporto delle catene muscolari descritte in precedenza. Alcuni tentativi di rilevazione elettromiografica di superficie, durante l'esecuzione d'esercizi in catena cinetica, sono stati effettuati in Medicina Sportiva, soprattutto nella rieducazione del ginocchio operato di ricostruzione ligamentosa (29). 
Probabilmente, lo sforzo concettuale di descrivere diverse catene muscolari durante il gesto sportivo (19), pur se lodevole da un punto di vista di riflessione cinesiologica, non è più sufficiente sul versante scientifico.  

Vari studi sulla postura in relazione alla rachialgia hanno messo in luce che modificazioni in tal senso sono in grado di scatenare la suddetta patologia. Mangione P et al(30) hanno esaminato le modificazioni della colonna sul piano sagittale e dei muscoli correlati, in rapporto all'estensione dell'anca durante la stazione eretta; ne è risultata una significativa correlazione tra l'angolo pelvi-femorale e l'inclinazione posteriore della pelvi. Variazioni di questi rapporti sarebbero in grado di scatenare fenomeni dolorosi a carico della colonna. 
Day JW et al.(31), studiando l'influenza dell'inclinazione pelvica sulle curve della colonna vista dal piano sagittale ed avvalendosi di un sistema computerizzato, affermano che la curva lombare risulta particolarmente alterata dall'inclinazione pelvica; in particolare l'inclinazione anteriore aumenta la profondità della curva lombare, mentre l'inclinazione posteriore la diminuisce. L'inclinazione pelvica è anche in grado di influenzare l'orientamento del capo e di altre parti del corpo. 
Konno S et al.(32) hanno messo in relazione la pressione intramuscolare dei mm. paraspinali misurata con un opportuni strumenti e la rachialgia; la diagnosi di sindrome compartimentale dei muscoli lombari posteriori è stata sempre associata ad un aumento della pressione intramuscolare. Inoltre, al passaggio dalla posizione di lordosi a quella di cifosi della colonna, si assisteva ad un aumento della pressione intramuscolare ed una diminuzione del flusso di sangue. Snijders CJ (47) et al hanno evidenziato che l'utilizzo di una cintura pelvica aiuta a prevenire la lombalgia in quanto agirebbe in maniera sinergica con il muscolo obliquo interno per stabilizzare l'articolazione sacroiliaca. 
Williams MM et al.(33) hanno studiato, su 210 pazienti con dolore lombare, gli effetti, in posizione seduta, di un cuscino piatto in gommapiuma posto in sede lombare cioè che tende a dare postura cifotica, e di un rullo lombare cioè ad azione lordosizzante. La conclusione cui sono giunti gli AA è che in posizione seduta, l'azione antalgica del rullo lombare è stata la più efficace, tranne i casi di pazienti con stenosi vertebrale o spondilolistesi, in cui la sintomatologia è peggiorata. 
Majeske C et al (34) concludono che, in posizione seduta, l'utilizzo di un cuscino lombare sia in grado di modificare la postura modificando la posizione angolare dell'avambraccio e del braccio, della pelvi e del tronco. 
Gill KP et al (48) hanno testato 20 soggetti con lombalgia e 20 asintomatici, sottoponendoli ad indagine per scoprire che livello di propriocezione  avessero di un dato segmento corporeo durante il movimento;  gli individui con lombalgia hanno riportato risultati peggiori. 
Nell'ambito del rapporto rachialgia-postura Luoto S et al (49) hanno studiato il controllo posturale in soggetti in stazione monopodalica sottoposti a sollecitazioni esterne, divisi in un gruppo con lombalgia e uno di controllo ; i secondi hanno denotato un migliore controllo posturale. Il dato più significativo è stato il miglioramento dei risultati nel gruppo dei lombalgici in seguito a terapia riabilitativa per 6 mesi.  
Studi eseguiti da vari AA sull'influenza della statura e peso maggiori rispetto alla media della popolazione in rapporto alla rachialgia, hanno dato risultati incerti, escludendo, in alcuni casi, una diretta correlazione(35-37). In particolare Kuh DJ et al non hanno rilevato su 3262 individui di entrambi i sessi e d'età media, una correlazione tra statura superiore alla media e rachialgia, Bergenudd H et al sostengono che in entrambi i sessi non c'è relazione tra statura, cifosi, lordosi e rachialgia, e che nelle donne non c'è correlazione tra età del menarca e menopausa, numero dei figli avuti e dolore lombare (studio eseguito su 575 soggetti di 55aa circa), Merriam WF et al utilizzando moderne tecniche antropometriche, affermano che il dolore rachialgico non è in relazione alla maggiore statura in generale, ma più precisamente, ad un'altezza della pelvi maggiore della norma; infine Hickmott KC et al concludono che la statura, il peso (compresa l'obesità), il sesso, non rappresentino fattori di rischio per il dolore lombare. 

Basmajian JV(38) et al suggeriscono l'uso del BFB-EMG durante l'esecuzione di movimenti dinamici del tronco per alleviare lo stato doloroso del paziente; questa tecnica sarebbe in grado di modificare correttamente l'alterata postura del paziente nelle lombalgie. 
Anomalie elettromiografiche a carico dei muscoli posturali del tronco sono state riscontrate da diversi autori in soggetti rachialgici (39-41); Nouwen A registrando tramite EMG di superficie l'aumento della tensione dei muscoli paraspinali in venti soggetti con dolore lombare cronico, non ha riscontrato una diminuzione della sintomatologia dolorosa dopo rilassamento di detti muscoli tramite BFB. Cram JR et al concludono che “la differenza tra l'attività dell'EMG di destra e di sinistra nei gruppi muscolari paraspinali cervicali e lombari, è di notevole importanza per la diagnosi di rachialgia”. Soderberg GL et al sostengono che pazienti con rachialgia cronica, mantengono un'attività EMG aumentata anche dopo aver eseguito esercizi di sollevamento; tale attività elettrica è stata registrata nei muscoli erettori spinali (T10, L1, L3) e nel retto anteriore. 
In conclusione, da quanto detto, è chiaro che non tutti gli autori siano in accordo circa le modificazioni posturali in grado di indurre una rachialgia e i fattori di rischio scatenanti, inoltre non esistono linee univoche tra i diversi autori sul concetto di catena muscolare.  
Così pure tutte le metodiche di rieducazione posturale elaborate negli ultimi anni necessitano di verifiche sperimentali, sia dei risultati clinici ma, soprattutto, nel riscontro dei presupposti teorici delle catene muscolari. 
Lo sforzo culturale dei prossimi anni probabilmente sarà quello di far uscire le “catene” dal rigido steccato della meccanica per introdurle nell'alveo della neurofisiologia, dei patterns motori e degli engrammi cerebrali. 
 

Valter Santilli 
Primario Unità Spinale C.T.O.  
Roma 

Enzo Paris 
Silvia Capici 
USU Ospedale CTO Andrea Alesini  
Roma 

Stefano Finucci 
Scuola di specializzazione in MFR 
Tor Vergata 
Roma 
 

 

Leadership Medica® 
  Mensile di scienza  medica e attualita` 
 Copyright 1997© All Rights Reserved