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Le algie vertebrali rappresentano
una vera e propria sindrome endemica nei paesi ad alto livello di
sviluppo. La portata di questo fenomeno si può evincere sia dalla
ricaduta in termini di “salute”, che per l'aspetto socio-economico.
La salute è stata
definita dall'OMS come “condizione di benessere fisico, psichico
e sociale”, concetto predicabile alla definizione di “qualità
di vita” o meglio di “qualità di vita correlata alla salute”
(HrQoL).
La rilevanza socio-economica
delle algie vertebrali può essere oggettivata dal numero di giornate
di lavoro perse e dal tasso di disabili in continuo aumento.
Negli Stati Uniti
si stima che quasi cinque milioni d'adulti siano disabili a causa
della lombalgia, ed il tasso di disabilità sia in costante aumento;
sempre con riferimento agli USA, nelle classi d'età comprese tra i
45 e i 65 anni, la patologia del rachide è al terzo posto fra le cause
d'invalidità, dopo le cardiopatie e le artriti (1). Oltre a ciò numerosi
studi indicano che questa patologia si sta estendendo anche alla popolazione
più giovane (2-7), interessando soggetti in età adolescenziale.
La rachialgia è quindi
un quadro sindromico la cui collocazione nosologica prevede competenze
multidisciplinari in virtù della multicasualità che le è propria e
della valenza sanitaria, sociale, ed economica che presenta.
In questo studio
abbiamo preso in considerazione, sulla base di una revisione critica
della letteratura, il rapporto intercorrente tra rachialgia, assetto
posturale e attivazione delle catene muscolari.
Riporteremo inizialmente
gli elementi bibliografici salienti circa il rapporto intercorrente
tra rachialgia ed assetto posturale (durante l'attività lavorativa
e sportiva); successivamente descriveremo il concetto di catene muscolari
e il ruolo che rivestono nel mantenimento del corretto assetto posturale.
Riguardo all'attività
lavorativa, Mior SA et al sostengono che su 320 chiropratici studiati,
l'incidenza del dolore lombare era nell'87% dei casi, e tale dolore
non è sembrato essere in relazione con le diverse altezze del lettino
di lavoro o con la tecnica utilizzata; Diakow PR et al esaminando
172 dentisti, hanno riscontrato rachialgia nel 35,5% dei casi; Finsen
L et al.(43) hanno rilevato le posture e effettuato uno studio elettromiografico
dei muscoli del collo e della spalla dei dentisti durante l'attività
lavorativa constatando che ad una postura in flessione del rachide
cervicale e abduzione degli arti superiori, corrispondeva una aumentata
attività dei muscoli splenio e trapezi. Molumphy M et al hanno accertato
un'incidenza del 30% di dolore lombare in uno studio effettuato su
344 fisioterapisti; in questi ultimi la rachialgia si manifesterebbe
frequentemente, nei primi quattro anni d'attività. Pope MH et al (44)
hanno dimostrato che vibrazioni di 4-6 Hz, subite dai trattoristi
e camionisti, possono essere in grado di recare dolore lombare, indicando
anche come speciali sedili che attenuino le vibrazioni e una disposizione
più ergonomica della cabina di guida possono ridurre il rischio di
recidiva; nella cavia queste vibrazioni inducono deformazioni, aumento
della pressione discale e cambiamenti nei livelli dei neuropeptidi
nei gangli delle radici dorsali. Gyi DE et al (45) hanno studiato
agenti di polizia del dipartimento di medicina del lavoro in Gran
Bretagna riscontrando che l'incidenza di lombalgia è proporzionale
al numero di km. percorsi e alle ore di guida , ed è maggiore nei
motociclisti rispetto ai colleghi in automobile.
Estryn Behar M et
al infine, esaminando 1500 infermiere, hanno mostrato che in questo
gruppo di studio, il dolore lombare era presente nel 47% dei casi,
che il trattamento medico era stato richiesto nel 28% dei casi, e
che la causa più frequente d'assenza lavorativa era stata il dolore
muscolo-scheletrico. Van Dieen JH et al (46) hanno evidenziato che
in soggetti che svolgono il proprio lavoro in stazione eretta, pause
più brevi ma più frequenti sono più efficaci nella prevenzione di
disturbi lombalgici rispetto a pause più lunghe ma meno frequenti.
Aagaard Hansen et
al suggeriscono come profilassi delle rachialgie giovanili l'utilizzo
di tavoli e sedie ergonomiche, attività sportiva moderata, riduzione
della sedentarietà, etc. Tertti MO et al riscontrano tramite RMN,
numerosi casi di degenerazione discale in giovani con dolore lombare.
Salminen JJ, in uno studio eseguito su 370 scolari aventi età compresa
tra gli undici ed i diciassette aa circa, ha rilevato una sintomatologia
rachialgica nel 19,7% dei casi; tali sintomi erano riscontrati in
percentuali maggiori anche nei genitori (19% genitori sesso femminile,
15,4% sesso maschile).
L'espansione di questa
patologia può essere ricollegata alle particolari abitudini di vita
connesse con la civiltà industriale che, in molte attività, può porre
il lavoratore in posture errate protratte; è indispensabile ricordare
però, che il meccanismo potenzialmente lesivo è molto spesso legato
al sovraccarico cronico legato all'attività lavorativa(8-13) o ad
alcuni tipi di sport(1,14-16).
A
proposito dell'attività sportiva, Saraceni VM et al sostengono che
la ginnastica (specie quella aerobica), il football, il sollevamento
pesi, la lotta, la danza ed il canottaggio, sono tra gli sport a più
elevato rischio di rachialgia. Alle stesse conclusioni è giunto Micheli
LJ studiando ballerini sofferenti di dolore lombare; l'autore ha ipotizzato
tra le probabili cause, le alterazioni posturali agli arti inferiori,
squilibri muscolo-tendinei, tipo di calzatura e pavimentazione utilizzati.
Howell DW ha notato un'incidenza del 75% in diciassette vogatrici
agoniste, ipotizzando un'iperestensione del rachide lombare durante
l'attività sportiva; il dolore lombare diminuiva con regolari sedute
di stretching. Martini G et al sostengono che lo sport non agonistico,
potrebbe avere un ruolo non secondario nella riabilitazione del paziente
rachialgico (17).
È
scopo di questi lavoro prendere in considerazione alcuni aspetti del
dolore derivante dal rachide, in relazione a modificazioni dell'assetto
posturale e, conseguentemente, delle catene muscolari.
Negli ultimi anni,
la definizione “catene muscolari” è entrata nel gergo
dei fisiatri, dei Terapisti della Riabilitazione e dei cinesiologi;
molte tecniche d'uso comune di rieducazione muscolare e posturale
si rifanno ai concetti di “catene muscolari” e di “catene
cinetiche” (42).
Possiamo affermare
che tali riferimenti non sono sempre appropriati e spesso ingenerano
confusione negli addetti ai lavori; pertanto, si rende necessaria
e urgente una riflessione storica, epistemologica e critica, circa
il concetto di catena cinematica, cinetica e muscolare e gli eventuali
risvolti cinesiologici terapeutici.
L'antesignano del
concetto di “catena cinematica” è Reuleaux (1875), il
quale si riferiva ad un sistema meccanico di segmenti, dove il “movimento
di un segmento ha determinati rapporti con ogni altro segmento del
sistema” e il sistema chiuso assicura che le forze siano trasmesse
secondo direzioni positive predeterminate (18).
Tale concetto si
rifà al sistema chiuso di tipo ingegneristico.
Baeyer (1924) ha
definito per primo il “sistema articolare cinematico”,
quindi non più segmenti anatomici semplicemente articolati tra loro,
ma segmenti facenti parte di un sistema più complesso: la catena.
La catena cinematica che reagisce complessivamente a resistenze esterne:
“Le estremità di tali catene sono sempre 'chiuse' da resistenze;
il loro superamento mediante l'attività corporea si attua a livello
delle rispettive catene” (Baeyer, 1924 e Schmith, 1932, 1933).
Le resistenze esterne
di cui parla Baeyer possono essere: il terreno, oggetti tenuti in
mano, pareti. Per quanto riguarda le resistenze offerte dal terreno,
queste rinviano al corpo delle vere e proprie sollecitazioni che “consentono
alle forze muscolari di produrre i propri effetti” (Knoll, 1932)
(19).
Attualmente, in ingegneria
meccanica, la definizione di catena cinematica è la seguente: “l'unione
di più membri ottenuta con coppie cinematiche, in modo che, fissata
la velocità relativa di un membro ad un altro qualsiasi, risultino
univocamente determinate le velocità relative di tutti gli altri membri,
cioè fissato uno dei membri, il sistema ha un solo grado di libertà”.
Sempre secondo tale disciplina, una catena dicesi aperta se i membri
esterni non sono collegati tra loro e, quindi, essa non può essere
cinematica. Una catena dicesi chiusa se ogni membro risulta accoppiato
con quello che lo precede e con quello che lo segue (20). Pertanto,
per la definizione di catena aperta sopra descritta, diviene problematica
l'applicazione del termine “cinematica” alle catene aperte
del corpo umano.
Da una catena cinematica
(Baeyer) si passò a “catena cinetica” (Payr) (19), dove
con tale terminologia si volle sottolineare l'aspetto energetico oltre
quello meccanico. Payr fu tra i primi a mettere in evidenza che una
perturbazione in uno qualsiasi degli anelli della catena si sarebbe
ripercossa sull'intero sistema.
Dempster (1955) (18)
fu tra i primi cinesiologi a riprendere le intuizioni di Reuleaux
(1875) circa il concetto di segmento secondo le modalità proprie della
scienza ingegneristica: “nei meccanismi ingegneristici i segmenti
si muovono in rapporto ad un telaio ed esso stesso forma un anello
del sistema. Così, per trasmettere una forza, i segmenti della macchina
devono formare un sistema chiuso, nel quale il movimento di un sistema
ha determinati rapporti con ogni altro segmento del sistema”
(Reuleaux, citato da Dempster 1955).
Ricordiamo che attualmente,
secondo la scienza ingegneristica, il “meccanismo” è definito
come una catena cinematica nella quale sia fisso uno dei membri, che
viene definito “telaio” o “ponte”. Pertanto,
da una stessa catena cinematica possono derivare tanti meccanismi
diversi quanti sono i membri costituenti (20).
Nonostante che la
maggior parte delle catene cinematiche nell'uomo sia aperta, Brunnstrom
(1962) (18) descrive due catene chiuse nel corpo. La prima è il cingolo
pelvico, dove i tre segmenti ossei sono uniti nelle due articolazioni
sacroiliache e sinfisi pubica. La seconda catena chiusa è il torace,
dove le prime dieci costole sono articolate con il rachide e con lo
sterno.
La definizione di
catena cinematica chiusa, per il cingolo pelvico, verrà in seguito
contestata da Gowitzke (1988), la quale ritiene “immobili”
tali articolazioni. Ma allora che fine fanno gli studi di I.A. Kapandji
sulla nutazione e la contronutazione del sacro?
Steindler (1973)
(21) afferma l'esistenza di una catena chiusa vivente (definita “cinetica”
piuttosto che cinematica), “in tutte quelle situazioni in cui
l'articolazione libera distale della catena incontra una resistenza
invincibile”. Nella vita quotidiana, la mobilizzazione di più
articolazioni determina uno spostamento di diverse catene ossee l'una
rispetto all'altra; tale sistema meccanico complesso è detto “catena
articolata” (22). Ma lo spostamento articolare è frutto dell'attività
muscolare e, pertanto, è stato coniato il termine di “catena
cinetica muscolare”.
I gruppi di muscoli
che partecipano ad una comune azione vengono definiti catene muscolari”
(19). Questa definizione, però, si discosta da tutto l'impianto cinematico
e cinetico della meccanica di tipo ingegneristico, perché l'apparato
muscolare non può essere paragonato ad un sistema meccanico rigido,
ma è da considerare come flessibile e plastico. Nel sistema cinematico
è infatti possibile ricavare le velocità relative di tutti i membri
dopo aver fissato la velocità relativa di un membro rispetto ad un
altro qualsiasi. Cosa impossibile per i muscoli. E non è possibile
neppure ricavare e scomporre con precisione le forze dei vari anelli
muscolari (cinetica).
Chiarite queste contraddizioni
ed ambiguità terminologiche e dei contenuti, siamo purtroppo costretti
a mantenere tali definizioni perché entrate nel linguaggio comune
della biomeccanica e della fisiatria. Le catene “cinetiche muscolari”
vengono abitualmente suddivise in aperte, chiuse, frenate.
Catena
cinetica aperta
S'intende per catena
cinetica muscolare aperta il sistema in cui l'estremità distale è
libera. Esempi sono l'arto inferiore durante la deambulazione nella
fase oscillante, oppure l'estensione della gamba in posizione seduta
, muovere l'arto superiore nel gesticolare o nel lanciare un oggetto
e così via.
Catena
cinetica chiusa
Un'estremità del
sistema è fissa, al contrario della prossimale che è libera di muoversi
durante l'atto motorio. Esempi: l'arto inferiore nella deambulazione
nella fase di carico, gli arti superiori che spingono contro una parete
o gli arti inferiori in un individuo che solleva un peso da terra.
Catena
frenata
"Quando la resistenza
esterna distale di una catena cinetica è inferiore al 15% della resistenza
massimale che essa riesce a spostare , si può ritenere la catena aperta
o poco frenata, se invece tale resistenza supera il 15% la catena
è chiusa o molto frenata (22)”.
Dal
punto di vista biomeccanico le catene muscolari obbediscono alla disposizione
nello spazio delle ossa dello scheletro ed in particolare a quella
in serie (rachide e arti); meno importante la disposizione in parallelo
(mano e piede) o in gruppo (carpo e tarso). Poiché per la disposizione
in parallelo, nell'arto superiore sono prevedibili undici gradi di
libertà (un grado per ogni interfalangea, due per le metacarpo-falangee,
due per la radio-carpica, due per il gomito, tre per la gleno-omerale)
e sette gradi di libertà per l'arto inferiore (tre per l'anca, due
per il ginocchio, due per il piede), sono ipotizzabili diverse varianti
di catene muscolari.
Per ogni grado di
libertà articolare andrà prevista l'attivazione di più muscoli, che
come anello della catena faciliterà la messa in funzione dei successivi
e il coinvolgimento di tutto il sistema.
Sia per l'arto superiore
che per l' inferiore si rileva una riduzione dei gradi di libertà
dall'articolazione prossimale a quella distale, verosimilmente per
realizzare il movimento con la massima precisione possibile. Per la
realizzazione dei movimenti balistici sono necessarie le catene aperte
o poco frenate, che si realizzano con il progressivo aumento della
velocità man mano che si scende verso l'anello distale.
Nelle catene aperte,
per realizzare i movimenti non balistici, lenti ma precisi, è necessario
il bloccaggio del segmento prossimale, attraverso il coinvolgimento
di muscoli stabilizzanti.
Altra caratteristica
delle catene aperte è che l'ordine d'attivazione muscolare avviene
in senso prossimo-distale. Queste riflessioni sono fondamentali per
i risvolti terapeutici nell'uso delle catene muscolari.
La biomeccanica delle
catene cinetiche chiuse va considerata in senso opposto a quelle aperte,
dove l'estremità distale è rappresentata dall'articolazione stabilizzante,
e la direzione dell'attivazione muscolare avviene in senso caudo-prossimale.
Per anello stabilizzante nella catena cinetica chiusa, intendiamo
l'articolazione che, grazie ai suoi muscoli fissatori, solidarizza
l'arto alla resistenza esterna.
Per Steindler (21)
una vera catena cinetica chiusa esiste solo durante l'esercizio isometrico,
poiché durante tale esercizio né il segmento prossimale né il segmento
distale modificano la propria posizione nello spazio. Da quanto detto,
è chiaro che le possibilità di movimento di solito sono più estese
e dinamiche in catena aperta, e più stabilizzanti e statiche in catena
chiusa.
Una conseguenza biomeccanica
rilevante tra le due catene è che la funzione cinesiologica di uno
stesso muscolo può variare, anche diventando opposta, a seconda che
questo sia inserito in una catena cinetica aperta o chiusa. Un esempio:
in posizione accovacciata (catena chiusa), nel tentativo di riguadagnare
la posizione eretta, il soleo estende la tibia, i due gemelli trascinano
indietro i condili femorali, gli ischio crurali estendono l'anca e
tirano posteriormente il piatto tibiale; pertanto, i gemelli e gli
ischio crurali (flessori del ginocchio in catena aperta) diventano
in catena chiusa agonisti del quadricipite.
L'enunciazione di
questi principi, ovviamente, ha condizionato le modalità dell'esercizio
terapeutico in riabilitazione ortopedica.
Ad esempio: nel campo
della rieducazione del ginocchio si sono subito distinti gli esercizi
a catena cinetica aperta (in posizione seduta) da quelli in catena
cinetica chiusa nei quali i piedi incontrano una resistenza (lo squatting).
La rieducazione delle lesioni del leg. crociato anteriore è un esempio
di come le differenti tecniche adottate (a catena cinetica chiusa
o aperta) condizionino in misura rilevante i risultati. Esercizi che
prevedono l'esecuzione sotto carico “weightbearing”, assimilabili
ad esercizi in catena chiusa, hanno mostrato esercitare tensioni di
trazione sul LCA molto inferiori rispetto alle tecniche in catena
aperta (23).
Il decremento della
tensione del LCA in catena chiusa è probabilmente riferibile alla
co-contrazione dei muscoli posteriori della coscia negli esercizi
sotto carico (24).
Tale co-contrazione
ridurrebbe la tendenza alla traslazione anteriore della tibia operata
dal quadricipite. Altro risvolto non secondario per le conseguenze
terapeutiche è la diversa estrinsecazione di “forza” muscolare
a seconda che l'esercizio sia svolto con un solo arto o contemporaneamente
con entrambi gli arti.
Ad esempio: nell'estensione
del ginocchio da seduto, si può rilevare una produzione di forza maggiore
se l'attivazione riguarda un solo arto rispetto a quando l'estensione
riguarda, contemporaneamente, entrambi gli arti inferiori.
Probabilmente, questa
diversità nella forza espressa è conseguenza delle diverse catene
muscolari attivate e, quindi, della diversa stabilizzazione del “sistema”
bacino tronco (25).
Noti
e controversi autori di provenienza osteopatica (Mèziére, Souchard,
Busquet, Bienfait) ed autorevoli autori d'Anatomia Funzionale (K.Tittel,
etc.) descrivono con dovizia di particolari il decorso di catene muscolari
in diverse attività umane o, di riflesso, catene muscolari da correggere
in patologie d'interesse ortopedico. Ciò che salta immediatamente
agli occhi è che, quasi mai, le catene muscolari descritte coincidono
tra un autore e l'altro. Ad esempio, secondo L.Busquet (26), le catene
muscolari possono essere classificate in:
Catene
statiche posteriori
Catene dirette anteriori:
destra e sinistra
Catene dirette posteriori:
destra e sinistra
Catene crociate anteriori:
destra e sinistra
Catene crociate posteriori:
destra e sinistra.
All'interno
di queste catene, secondo Busquet, rivestono un ruolo fondamentale
strutture diverse dai muscoli: fasce, aponeurosi, legamenti, etc.
Per
P. Souchard (27) le catene muscolari vanno classificate in:
Serie
inspiratorie
Serie posteriore
Serie antero-interna
dell'anca
Serie anteriore del
braccio
Serie antero-interna
della spalla.
M.
Bienfait (28) sottolinea l'importanza della catena cervico-toraco-addominale-pelvica,
ed in particolare del collegamento della aponeurosi prevertebrale
con le strutture fasciali, legamentose e con il muscolo diaframma.
Anche Bienfait riprende
i concetti di sistemi crociati anteriori e posteriori, ma questo descrive,
ad esempio, la catena crociata anteriore come formata da: romboide,
gran dentato, grande obliquo e piccolo obliquo del lato opposto; mentre
L Busquet, per una catena crociata dx/sn descrive: piccolo obliquo
sn, grande obliquo dx, intercostali esterni dx, piccolo dentato postero-superiore
dx.
Pochi
sono gli studi sperimentali a supporto delle catene muscolari descritte
in precedenza. Alcuni tentativi di rilevazione elettromiografica di
superficie, durante l'esecuzione d'esercizi in catena cinetica, sono
stati effettuati in Medicina Sportiva, soprattutto nella rieducazione
del ginocchio operato di ricostruzione ligamentosa (29).
Probabilmente, lo
sforzo concettuale di descrivere diverse catene muscolari durante
il gesto sportivo (19), pur se lodevole da un punto di vista di riflessione
cinesiologica, non è più sufficiente sul versante scientifico.
Vari
studi sulla postura in relazione alla rachialgia hanno messo in luce
che modificazioni in tal senso sono in grado di scatenare la suddetta
patologia. Mangione P et al(30) hanno esaminato le modificazioni della
colonna sul piano sagittale e dei muscoli correlati, in rapporto all'estensione
dell'anca durante la stazione eretta; ne è risultata una significativa
correlazione tra l'angolo pelvi-femorale e l'inclinazione posteriore
della pelvi. Variazioni di questi rapporti sarebbero in grado di scatenare
fenomeni dolorosi a carico della colonna.
Day JW et al.(31),
studiando l'influenza dell'inclinazione pelvica sulle curve della
colonna vista dal piano sagittale ed avvalendosi di un sistema computerizzato,
affermano che la curva lombare risulta particolarmente alterata dall'inclinazione
pelvica; in particolare l'inclinazione anteriore aumenta la profondità
della curva lombare, mentre l'inclinazione posteriore la diminuisce.
L'inclinazione pelvica è anche in grado di influenzare l'orientamento
del capo e di altre parti del corpo.
Konno S et al.(32)
hanno messo in relazione la pressione intramuscolare dei mm. paraspinali
misurata con un opportuni strumenti e la rachialgia; la diagnosi di
sindrome compartimentale dei muscoli lombari posteriori è stata sempre
associata ad un aumento della pressione intramuscolare. Inoltre, al
passaggio dalla posizione di lordosi a quella di cifosi della colonna,
si assisteva ad un aumento della pressione intramuscolare ed una diminuzione
del flusso di sangue. Snijders CJ (47) et al hanno evidenziato che
l'utilizzo di una cintura pelvica aiuta a prevenire la lombalgia in
quanto agirebbe in maniera sinergica con il muscolo obliquo interno
per stabilizzare l'articolazione sacroiliaca.
Williams MM et al.(33)
hanno studiato, su 210 pazienti con dolore lombare, gli effetti, in
posizione seduta, di un cuscino piatto in gommapiuma posto in sede
lombare cioè che tende a dare postura cifotica, e di un rullo lombare
cioè ad azione lordosizzante. La conclusione cui sono giunti gli AA
è che in posizione seduta, l'azione antalgica del rullo lombare è
stata la più efficace, tranne i casi di pazienti con stenosi vertebrale
o spondilolistesi, in cui la sintomatologia è peggiorata.
Majeske C et al (34)
concludono che, in posizione seduta, l'utilizzo di un cuscino lombare
sia in grado di modificare la postura modificando la posizione angolare
dell'avambraccio e del braccio, della pelvi e del tronco.
Gill KP et al (48)
hanno testato 20 soggetti con lombalgia e 20 asintomatici, sottoponendoli
ad indagine per scoprire che livello di propriocezione avessero
di un dato segmento corporeo durante il movimento; gli individui
con lombalgia hanno riportato risultati peggiori.
Nell'ambito del rapporto
rachialgia-postura Luoto S et al (49) hanno studiato il controllo
posturale in soggetti in stazione monopodalica sottoposti a sollecitazioni
esterne, divisi in un gruppo con lombalgia e uno di controllo ; i
secondi hanno denotato un migliore controllo posturale. Il dato più
significativo è stato il miglioramento dei risultati nel gruppo dei
lombalgici in seguito a terapia riabilitativa per 6 mesi.
Studi eseguiti da
vari AA sull'influenza della statura e peso maggiori rispetto alla
media della popolazione in rapporto alla rachialgia, hanno dato risultati
incerti, escludendo, in alcuni casi, una diretta correlazione(35-37).
In particolare Kuh DJ et al non hanno rilevato su 3262 individui di
entrambi i sessi e d'età media, una correlazione tra statura superiore
alla media e rachialgia, Bergenudd H et al sostengono che in entrambi
i sessi non c'è relazione tra statura, cifosi, lordosi e rachialgia,
e che nelle donne non c'è correlazione tra età del menarca e menopausa,
numero dei figli avuti e dolore lombare (studio eseguito su 575 soggetti
di 55aa circa), Merriam WF et al utilizzando moderne tecniche antropometriche,
affermano che il dolore rachialgico non è in relazione alla maggiore
statura in generale, ma più precisamente, ad un'altezza della pelvi
maggiore della norma; infine Hickmott KC et al concludono che la statura,
il peso (compresa l'obesità), il sesso, non rappresentino fattori
di rischio per il dolore lombare.
Basmajian
JV(38) et al suggeriscono l'uso del BFB-EMG durante l'esecuzione di
movimenti dinamici del tronco per alleviare lo stato doloroso del
paziente; questa tecnica sarebbe in grado di modificare correttamente
l'alterata postura del paziente nelle lombalgie.
Anomalie elettromiografiche
a carico dei muscoli posturali del tronco sono state riscontrate da
diversi autori in soggetti rachialgici (39-41); Nouwen A registrando
tramite EMG di superficie l'aumento della tensione dei muscoli paraspinali
in venti soggetti con dolore lombare cronico, non ha riscontrato una
diminuzione della sintomatologia dolorosa dopo rilassamento di detti
muscoli tramite BFB. Cram JR et al concludono che “la differenza
tra l'attività dell'EMG di destra e di sinistra nei gruppi muscolari
paraspinali cervicali e lombari, è di notevole importanza per la diagnosi
di rachialgia”. Soderberg GL et al sostengono che pazienti con
rachialgia cronica, mantengono un'attività EMG aumentata anche dopo
aver eseguito esercizi di sollevamento; tale attività elettrica è
stata registrata nei muscoli erettori spinali (T10, L1, L3) e nel
retto anteriore.
In conclusione, da
quanto detto, è chiaro che non tutti gli autori siano in accordo circa
le modificazioni posturali in grado di indurre una rachialgia e i
fattori di rischio scatenanti, inoltre non esistono linee univoche
tra i diversi autori sul concetto di catena muscolare.
Così pure tutte le
metodiche di rieducazione posturale elaborate negli ultimi anni necessitano
di verifiche sperimentali, sia dei risultati clinici ma, soprattutto,
nel riscontro dei presupposti teorici delle catene muscolari.
Lo sforzo culturale
dei prossimi anni probabilmente sarà quello di far uscire le “catene”
dal rigido steccato della meccanica per introdurle nell'alveo della
neurofisiologia, dei patterns motori e degli engrammi cerebrali.
Valter Santilli
Primario Unità Spinale
C.T.O.
Roma
Enzo Paris
Silvia Capici
USU Ospedale CTO Andrea
Alesini
Roma
Stefano Finucci
Scuola di specializzazione
in MFR
Tor Vergata
Roma
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