
Non
ci sperava nessuno. E paradossalmente qualcuno ha capito che poteva scapparci qualcosa di importante dopo una sconfitta.
Quella iniziale con la Croazia, dove gli azzurri del basket contro una delle nazioni cestisticamente più forti del mondo aveva dilapidato nel solo secondo tempo quasi venti punti di vantaggio. Se è vero che dietro una grande vittoria c’è sempre come punto di partenza una sconfitta bruciante, allora il gruppo di Tanjevic ha avuto il 'La' proprio dal Ko contro i nostri vicini di casa. Abbiamo appena parlato di gruppo perché l’Italia del canestro è stata nella marcia trionfale europea soprattutto questo; dodici uomini uniti dentro e fuori il parquet, nonostante l’incidente iniziale della esclusione di Pozzecco, play maker estroso ma non ritenuto indispensabile dal coach azzurro. Il varesino neo-campione d’Italia è stata forse l’unica spada di Damocle, o meglio l’unico incubo, che ha accompagnato Tanjevic nel suo soggiorno transalpino. Una scelta coraggiosa anche dal punto di vista tecnico, poiché privava la nazionale di un talento capace di imprimere brusche accelerazioni e aprire varchi nelle difese avversarie. L’Italia ha però dimostrato di poter sopperire tranquillamente a questa ipotetica carenza organizzativa; alzi la mano chi, anche tra gli addetti ai lavori, ha mai avuto la sensazione che gli azzurri avessero un ventaglio di varianti tattiche tali da far rimpiangere anche solo per un secondo l’esclusione del “Poz”. I vari Myers, Fucka, Meneghin, Abbio e Galanda, pur con mezzi e caratteristiche differenti, hanno sempre dato quel contributo individuale sopra le righe che la fase “clou” di un match imponeva. Siamo così partiti per centrare la qualificazione alle Olimpiadi del 2000 di Sydney, nel caso fossimo riusciti ad approdare nelle prime quattro d’Europa. Ci siamo ritrovati, con meriti indiscussi, sul trono continentale,capitalizzando al meglio quell’onda psicologica favorevole nata dal traguardo centrato. Battere nell’ordine, prima della Spagna in finale, vicecampioni e campioni del mondo (Russia e Jugoslavia) rende l’idea dell’impresa compiuta dal quintetto di Tanjevic.Un quintetto per modo di dire, visto che di tutto si è
trattato meno che di un gruppo ridotto a cinque/sei titolari ruotati con
parsimonia. Rispetto proprio alle nazioni più blasonate, rafforzate anche dalla presenza di assi NBA, la nostra nazionale, ha avuto proprio nell’intercambiabilità degli elementi la chiave di volta positiva. In nessuna occasione le scelte di Tanjevic hanno prestato il fianco al più classico dei mugugni italioti: “Meglio questo di quello, togli questo per quest’altro”. Eppure dei 60 milioni di possibili commissari tecnici di solito scatenati al cospetto delle prestazioni calcistiche degli azzurri, se ne sono radunati parecchi davanti ai teleschermi per seguire soprattutto le fasi finali di questo Europeo.
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