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| L'implantologia
dentale è quella branca dell'odontoiatria per mezzo della quale,
quando una persona rimane in parte o totalmente priva di denti può
riavere, mediante delle radici dentali artificiali inserite al posto di
quelle perdute, nuovamente i denti che su tali radici vengono fissati.
La metodica ha alle spalle lunghissimi anni di studio. Fin dai tempi più remoti, infatti, si è cercato con sistemi e materiali diversi, di sostituire i denti mancanti. E' ben comprensibile comunque la difficoltà dell'impresa, se solamente ai nostri giorni si è arrivati finalmente a mettere a punto delle metodologie che risolvono, nella maggior parte dei casi, tale problematica. Già gli Aztechi, gli Egizi, i Cinesi, gli Etruschi, fino ai tempi più moderni della dominazione araba in Spagna, tanto per fare riferimento ai popoli che ci hanno preceduto nei secoli in questa ricerca, hanno tentato di praticare l'implantologia dentale. Scavi archeologici e ritrovamenti tombali hanno portato alla luce crani e ossa mandibolari nei quali, al posto di qualche dente mancante, erano stati inseriti degli elementi ricalcanti la forma, più o meno ben modellati, dei denti umani. I materiali usati per ottenere questi denti erano ricavati talvolta da valve di conchiglie, talaltra da particolari pietre o addirittura, come in un caso riportato su un numero della rivista Nature (Gennaio '98), la radice inserita nell'alveolo vuoto, fu scoperta essere di ferro lavorato e martellato al fuoco. E' sorto naturalmente, fra i ricercatori, il dubbio che tali impianti dentali, dato il culto dei morti esistente nell'antichità, fossero stati inseriti “post mortem”. Sembra però che in vari casi di ritrovamento, gli impianti siano stati inseriti in vita, e abbiano anche funzionato per un certo periodo. Lasciando ora da parte i reperti storici, si può affermare che ormai sono più di 70/80 anni che fervono seri studi attorno a questa branca dell'odontoiatria. Pur ammettendo che, a confronto di altre specialistiche mediche o chirurgiche, curanti infermità che possono mettere a repentaglio la vita, l'implantologia dentale riveste un'importanza secondaria, essa è tuttavia di grande utilità. Per nostra buona sorte ci furono professionisti che si applicarono con fervore quasi religioso a trovare il sistema di reimpiantare i denti, di modo che fossero stabili come quelli naturali. E' doveroso ricordare, seppure con rapidi accenni, alcune tappe dell'iter implantologico nei tempi più recenti. E proprio perché noi italiani siamo spesso particolarmente esterofili, voglio sottolineare che fu un italiano a dare inizio a quel filone di studi che, negli ultimi decenni, ha portato all'affermazione e al riconoscimento di questa metodica. Si tratta del dott.Formiggini di Modena, che nella seconda metà degli anni '40, ideò un impianto in metallo “a forma di spirale”, da inserire negli alveoli dei denti estratti. Egli riteneva che fra le varie spire si sarebbe generato del tessuto osseo o fibroso, il quale, trattenendo questa particolare radice, avrebbe poi permesso di fissare sulla stessa, nella parte emergente della gengiva, dei denti fissi. In realtà ben prima di Formiggini altri ricercatori come l'americano Strock e lo svedese Dahl (inizio '900) avevano cercato rispettivamente di inserire in profondità nel tessuto osseo, privo di denti, o di appoggiarvi sopra, delle particolari radici metalliche, sulle quali poi fissare dei denti artificiali. Gli impianti furono chiamati "endossei" se inseriti in profondità, e “iuxtaossei” se invece venivano solo appoggiati sul tessuto osseo, quando questo era scarso e non permetteva di inserirli in profondità. Tali metodi, tuttavia, probabilmente a causa dei tempi, delle attrezzature poco adatte, della mancanza di materiali adeguati, non riscossero allora i risultati sperati, finché con l'avvento di un'epoca più vicina a noi (attorno agli anni '50/'60), si incominciarono ad ottenere i primi successi. C'è da essere grati pertanto a quei precursori (Cherchev, Muratori, Tramonte, Pasqualini, Linkow, Scialon, il citato Formiggini e parecchi altri), dei quali molti ormai scomparsi, che portarono avanti in modo determinante la ricerca. Per merito loro anche in Italia, oltre che in America, in Francia, in Argentina, L'implantologia dentale incominciò a prendere piede e a diffondersi e dare risultati soddisfacenti. Purtroppo tutti questi ricercatori - che scoprirono il metodo e cominciarono a diffonderlo - non seppero mai accordarsi fra loro e rendere ufficiali e credibili le loro scoperte. A loro discolpa va detto che essi furono spesso, anzi quasi sempre, aspramente combattuti dalle Università e dalla Scienza Ufficiale, forse perché non si riteneva che dei semplici privati potessero portare a compimento una così grande scoperta, la quale, per i tempi, aveva del miracoloso. E tale ostilità nei confronti dei precursori non si è ancora del tutto spenta, poiché continua l'assurda diatriba tra coloro che praticano sia i metodi tradizionali che quelli moderni e coloro che invece si avvalgono solo di questi ultimi. Come ricordato l'implantologia dentale fu in passato molto contestata e anche quando la si dovette accettare - dato che era diventata realtà incontestabile - si continuò ad affermare che su quella disciplina non erano mai state svolte serie ricerche. Secondo mal fondate opinioni l'implantologia dentale sarebbe da accettarsi solo perché uno scopritore svedese (che tra l'altro non è nemmeno dentista) ha reso noto ciò che da moltissimo tempo i vecchi ricercatori avevano cercato invano di mettere in evidenza. E cioé che delle radici artificiali (naturalmente di metallo inerte che non dà reazione), se immesse nel tessuto osseo e mantenute ferme e stabili fin dal primo momento della loro inserzione, si includono perfettamente nello stesso. Fu subito coniata allora la parola “osteointegrazione”, che altro non è che “l'osteoinclusione” dei vecchi ricercatori! Attualmente si vuol far credere che solamente con gli impianti dell'ultima generazione, cioé con quelli inventati dallo scopritore svedese e simili, si possa ottenere la cosiddetta “osteointegrazione”. Ciò non è vero! La maggior parte degli impianti, se ben eseguiti, si “osteoincludono”, poichè i principi delle metodiche, sia moderne che tradizionali, rimangono sempre i medesimi. Sotto un'ottica più corretta, anzi i vari impianti e metodi esistenti (sia tradizionali che moderni) sono fra loro complementari si completano a vicenda. Conoscendo infatti più metodi ed usando diversi tipi di impianti, date le stesse varianti anatomiche dell'osso mandibolare e mascellare, è possibile risolvere in modo più soddisfacente e completo, quasi tutti i casi si presentano all'osservazione e nella pratica professionale. Come
corollario a quanto ho sinteticamente esposto, c'è da dire che
purtroppo tutta l'implantologia tradizionale - attraverso la quale è
possibile risolvere egregiamente il 99% dei casi di edentulia (mancanza
di denti) - se continuamente combattuta e respinta, nei prossimi anni
andrà a morire. Massimiliano Apolloni
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