E' indubbio che lo sviluppo economico di un'area presuppone la presenza di un sistema bancario efficiente, articolato ed in armonia con il contesto socio-economico in cui opera.  
E' indispensabile, in altre parole, l'esistenza di banche in grado di sintonizzarsi sui temi  e sui  problemi della raccolta e degli impieghi, nell'ottica di promuovere lo sviluppo delle economie locali con una prospettiva di periodo. 
Nel perdurare di una irrisolta “questione meridionale” non pare venga dato sufficiente rilievo alla carenza, al Sud, di una efficiente “struttura” del sistema bancario inteso, appunto,  come motore di sviluppo.  

 
Ciò è senza dubbio concausa del disagio permanente di una economia che non riesce a decollare. All'emergente imprenditorialità, infatti, più che il supporto del credito, viene a mancare l'apporto di competenze che il sistema bancario dovrebbe assicurare, come avviene nelle zone più evolute del Paese. 
Ha dunque un fondamento logico la cosiddetta “colonizzazione” della rete bancaria del Mezzogiorno da parte delle banche del Settentrione. 
Altre sono le sedi per analizzare la degenerazione del clientelismo politico e para-politico che ha caratterizzato l'iter di alcune grandi banche come il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia o la Caripuglia.  
Altre sono le sedi per approfondire il sorgere ed il perdurare della inadeguatezza delle banche locali nel Mezzogiorno a svolgere un ruolo propulsore dell'economia nelle zone di insediamento. 
Altre sono le sedi per individuare la cronica incapacità di attuare accorpamenti significativi, per beneficiarne in efficienza, in competitività, in presidio del territorio. 
 Se le banche localizzate nel Mezzogiorno (grandi, medie, piccole o monosportello che siano) sono “colonizzate” dagli  istituti del nord, evidentemente è perché concorrono almeno due fattori: 

- la carenza di iniziativa da parte di chi vende;  
- la valutazione positiva delle prospettive socio-economiche della zona fatta da parte  di chi acquista.  
Basta, del resto, saper di aritmetica per rendersi conto degli “affari” in cui si sono tradotti i quattrini investiti acquistando banche al sud.  
Valgono come esempio i benefici ottenuti dalla Popolare di Lodi, in seguito ad una accorta politica di acquisizioni, che ha interessato Molise, Lucania e Sicilia.  
Altrettanto positivi si sono dimostrati gli investimenti della Credem in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia; della “Bergamo” in Campania; della Cariplo in Abruzzo, Campania e Puglia. In quest'ultima regione, con molto meno di duemila miliardi, la Cariplo si “ritrova” le 327 filiali  della ex Caripuglia oggi Carime. 
E' necessario perciò che nell'impostare ed attuare la nuova politica per il Mezzogiorno venga esaminato  con attenzione il tema di come “riformare” la cultura delle banche locali; di come sensibilizzarle ed incentivarle a forme di aggregazione; di come “addestrarle” ad un più costruttivo rapporto/supporto con la piccola impresa - anche artigianale - asse portante di una politica occupazionale.  
L'annuario ABI consente di annotare quanto elevato sia il numero delle banche locali nel Mezzogiorno, ma anche quanto modesto sia il loro “peso” nell'economia delle aree in cui  
risiedono. 
Il neo Ministro del lavoro, Bassolino, ha nella sua Regione elementi di approfondimento e di studio del rapporto fra il credito ed il territorio. 
Dalla crisi del Banco di Napoli, al cambio di proprietà di molti istituti campani il Ministro può infatti trarre preziose conclusioni per la crescita del credito come “infrastruttura” necessaria per favorire il sorgere di nuove attività e, con esse, di posti di lavoro. 
L'urgenza determinata da una situazione economica ed occupazionale ai limiti di rottura, impone che dai “tavoli”, dalle “enunciazioni”, dalle “proposizioni”, dalle “concertazioni” si passi finalmente ai fatti. 
Un detto napoletano ben sintetizza questa esigenza: “chiacchiere e tabacchiere di legno il Banco di Napoli non le impegna!” 
 
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