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Proprio nel momento in cui sta per entrare in vigore la moneta unica, l'Europa comunitaria si sta avvitando in una crisi morale, strutturale e politica dagli esiti imprevedibili.
“Siamo come un alpinista - spiega uno dei Commissari  più influenti- che dopo essere arrivato in cima a un crinale si trova di fronte tre o quattro strade diverse e non sa quale prendere. 
L'Euro è stato un traguardo importante per tutti, anche se - all'atto pratico - ha sottratto poteri a Bruxelles per darli alla Banca Centrale Europea di Francoforte. Ma adesso? 
Dobbiamo dedicarci alle riforme strutturali, all'allargamento verso Est, al varo di una politica estera e di sicurezza comune? 
O dobbiamo provvedere anzitutto a fare pulizia in casa nostra, eliminando gli sprechi e le storture burocratiche che si sono rivelati in questi anni? 
O dobbiamo prendere atto che, con il prevalere dei governi socialisti nell'Unione, i parametri di Maastricht non sono più il Vangelo e che bisogna tornare alle politiche di sviluppo keynesiane nella speranza di creare occupazione? 
Oppure  la Commissione deve rassegnarsi al fatto che, apparentemente in controtendenza rispetto alla moneta unica, siamo in presenza di un processo di rinazionalizzazione dei problemi, un po' in nome del famoso principio di sussidiarietà, un po' in odio a una burocrazia europea che molti  Paesi hanno preso a considerare nemica?"
Una visita anche breve nei palazzi di Bruxelles permette  di toccare con mano questo diffuso senso di smarrimento. Per alcuni Commissari, tra cui per fortuna gli italiani Mario Monti ed Emma Bonino, che sono sempre presenti e svolgono con entusiasmo ed efficienza il proprio lavoro, ce ne sono altri che si fanno vedere sì e no due giorni la settimana e lasciano la gestione dei loro dicasteri nelle mani di funzionari che - dopo la recente ondata di scandali - hanno sempre più paura di assumersi le loro responsabilità. 
Anche sotto la spinta dell'allargamento (ogni nuovo Paese membro ha diritto a una quota di dipendenti, che non sempre può essere coperta togliendone agli altri), l'organico ha superato quota 17.000, continua, sia pure lentamente, a crescere e gli stipendi assorbono ormai il 5% del bilancio comunitario.
Il finlandese Likanen, Commissario al Bilancio con il mandato di razionalizzare la struttura, non ha peli sulla lingua: “Quando sono arrivato qui quattro anni fa” dice,”ho scoperto che le spese non hanno mai rappresentato un problema e che non usava commisurare l'esborso ai risultati. Non c'erano criteri uniformi nelle varie direzioni generali e ognuno si regolava come meglio credeva. 
Per dirla tutta, l'Euro aveva un valore diverso per i vari Commissari, e molti programmi venivano continuati per inerzia, anche se non servivano più a niente. Io ho cercato di introdurre una dose di mentalità imprenditoriale, ma il cammino da fare è ancora molto lungo”. 
Ma con ogni probabilità Likanen, che ha dato fastidio a un sacco di gente, sarà fatto fuori o spostato a un altro portafoglio quando, tra un anno, il mandato della Commissione Santer scadrà e i quindici governi rinnoveranno le loro rappresentanze a Bruxelles. 
Questo ormai imminente cambio della guardia - oltre a rappresentare un freno a nuove iniziative - pone moltissimi interrogativi. 
Esso cade in un momento in cui, su quindici governi europei, undici sono diretti da uomini di sinistra, due sono grandi coalizioni e solo due sono di centro-destra. 
Anche se, in alcuni grandi Paesi, esiste la tradizione di nominare un Commissario appartenente alla maggioranza e un altro proveniente dall'opposizione, è inevitabile che la prossima Commissione avrà un orientamento più a sinistra dell'attuale. 
Per giunta, per una regola non scritta dell'alternanza, anche la presidenza dovrebbe toccare a un socialista, o almeno a un uomo (come sarebbe Romano Prodi) che ai socialisti è gradito. 
Ma se la sinistra, già maggioritaria a livello di Consiglio Europeo, “occupasse” anche la Commissione, molte priorità a Bruxelles potrebbero cambiare, con una enfasi crescente sul sociale e una nuova fase dirigistica in arrivo. 
Tra i cosiddetti “apostoli di Maastricht”, cioè coloro che vogliono perseguire la strada del rigore finanziario ed evitare che l'Europa si lanci in nuove avventure prima di avere “digerito” la moneta unica, serpeggia una grande inquietudine. “Sta emergendo con chiarezza”dice un alto funzionario che vuole rimanere anonimo, “che la quaterna di socialisti al potere nei maggiori Paesi dell'Unione - Schroeder, Jospin, D'Alema e, in misura minore, lo stesso Tony Blair - “ha voglia di accantonare la politica monetarista e impegnare l'Europa in grandi e costosi progetti che possano creare occupazione. Ebbene, qui molti sono persuasi che questo ritorno del partito della spesa sia prematuro, perché il risanamento non è ancora stato completato e c'è il rischio di compromettere i sacrifici di anni. Bruxelles non potrà comunque assistere inerte a questa deriva. 
Per fortuna il patto di stabilità ha introdotto dei criteri automatici anche per i bilanci futuri, e prevede sanzioni per i trasgressori. Oggi come oggi, un governo può “sforare” autonomamente il deficit consentito del 3% del PIL solo in presenza di un calo del medesimo superiore al 2%, o chiedere una eccezione se questo calo è compreso tra lo 0,75 e il 2. 
Non mi risulta che queste condizioni esistano in un solo Paese, anzi, il PIL è in crescita quasi dappertutto. 
Dunque, un mutamento di rotta in materia di bilanci richiederebbe una modifica del patto di stabilità, che a sua volta deriva dall'articolo 104/C del Trattato di Maastricht, con tutte le relative complicazioni diplomatiche”.
Quanto gli “apostoli di Maastricht” saranno influenti nella prossima Commissione, e quanta resistenza potranno opporre ai risorgenti eurospendaccioni, rimane da vedere. 
Ma, anche se a Bruxelles le difese fossero smantellate, a Francoforte la BCE, il cui direttivo è stato nominato prima della svolta politica, si appresta ad alzare le barricate. 
Se gli orientamenti emersi a metà ottobre dal vertice informale dei nuovi capi di governo a Portschach dovessero tradursi in iniziativa politica, ci troveremmo infatti di fronte, forse per la prima volta in Europa, a uno scontro a sfondo ideologico tra diverse istituzioni, che potrebbe anche fare morti e feriti.
Ma questi non sono i soli crucci degli eurocrati, oggi alle prese con una serie di dossier scottanti che hanno scadenze talvolta improrogabili. 
Come è noto il trattato di Amsterdam, che avrebbe dovuto portare avanti l'unità europea nella falsariga di Maastricht è poco più di una scatola vuota, una affermazione di principi che solo in pochi casi avranno una effettiva applicazione pratica. 
Ma l'allargamento dell'Unione prima a Polonia, Ungheria, Cechia, Slovenia e Cipro, poi a una mezza dozzina di candidati di seconda schiera, incombe e tutti si rendono conto che non sarà possibile affrontarla nelle condizioni attuali. 
Bisogna prima ridurre il numero dei Commissari (oggi ogni Paese grande ne ha due, ogni Paese piccolo uno), ridurre i membri del Parlamento europeo, ristrutturare gli stessi Consigli dei ministri e riscrivere una serie di regole economiche e finanziarie, che potevano andare bene quando tra i membri dell'Unione c'era una certa omogeneità, ma diventano esplosive quando bussano alle porte cinque Paesi che, tra tutti, hanno un PIL equivalente a quello della sola Olanda. 
 Nel mirino sono, in particolare, la Politica Agricola comune, che oggi assorbe il 44% del bilancio comunitario, e i cosiddetti fondi strutturali, destinati ad aiutare le regioni più povere dell'Unione a portarsi al livello delle altre e che hanno già cambiato la faccia di Paesi come l'Irlanda e il Portogallo.
La cosiddetta PAC è un retaggio - fortunato per alcuni, assai meno favorevole per altri - dell'Europa dei padri fondatori, che ha ormai fatto il suo tempo ma che riesce molto difficile smantellare. 
Una importante ristrutturazione è prevista nella cosiddetta “Agenda 2000”, in seguito anche ai nuovi obblighi contratti con il GATT, ma la strada si sta rivelando in salita, con strane alleanze che si formano e si disfano per difendere le varie posizioni di privilegio o costringere altri a rinunciarvi. 
L'obbiettivo è un abbassamento dei prezzi per renderli più competitivi a livello globale. Per questo si cerca di passare gradualmente dalla politica dei sussidi alla produzione a quella degli aiuti diretti agli agricoltori.

Questi verranno cioè pagati per garantire la protezione del mondo rurale ed evitare l'esodo dalle campagne, anzichè per sostenere le coltivazioni. 
Queste nuove sovvenzioni, anziché uscire come ora dalla cassa comunitaria,  ricadranno, almeno parzialmente, sulle spalle dei governi nazionali, con il risultato di trasferire l'onere degli interventi. La differenza concettuale è enorme, e potrebbe anche portare - gradualmente - alla abolizione di mostruosità come le quote latte, che tra perdite di produzione e ammende sono costate all'Italia migliaia di miliardi. 
Tutto è finalizzato, oltre che a un ridimensionamento generale del bilancio, a evitare che con l'ingresso nella UE di Paesi a bassa produttività ma forte produzione, come la Polonia e l'Ungheria,  la spesa vada fuori controllo. 
Uno per uno i vari dossier, olio d'oliva, vino, ortofrutta, stanno andando a posto, ma per carne, prodotti lattiero caseari e seminativi (per noi il problema principale è il riso) la battaglia è ancora accesissima.
Un discorso simile riguarda I fondi strutturali, che con l'allargamento a Est rischierebbero di finire tutti ai nuovi membri, lasciando gli attuali beneficiari (tra cui l'Italia, nella misura in cui è capace di presentare progetti validi e finanziarli al 50%) quasi a bocca asciutta. 
Evidentemente, le regole vanno cambiate, ma non è semplice, specie alla luce della riluttanza della Germania, maggiore contribuente al bilancio comunitario, a fare ancora la parte della vacca da mungere. 
Le commissioni si succedono alle commissioni, ma spesso il lavoro dei tecnici è poi rifiutato dai politici, che hanno interessi nazionali da difendere. 
Di conseguenza i tempi si allungano, mentre si avvicina la data in cui i primi Paesi candidati dovrebbero essere ammessi nell'Unione, sia pure con molte eccezioni, fasi transitorie e compagnia bella. 
I negoziati tra Bruxelles, Varsavia, Praga, Budapest e Lubiana sono comunque in ritardo sulla tabella di marcia, e gli entusiasmi iniziali si stanno raffreddando sia da una parte, sia dall'altra. 
L'Unione, che all'inizio considerava l'apertura a Est come una specie di atto dovuto, una riparazione obbligata verso Paesi che avevano vissuto la sciagura di quarant'anni di comunismo, si sta rendendo conto piano piano che il loro ingresso senza un lungo periodo di preparazione e di adeguamento legislativo presenta in molti casi difficoltà quasi insormontabili. 
Per esempio, la prospettiva di offrire la libera circolazione in Europa a quattro milioni di lavoratori polacchi espulsi dal loro sistema spaventa a morte i tedeschi, e l'idea di avere sulla frontiera orientale una Slovenia capace di attirare con i suoi bassi salari gli imprenditori del Nord Est non entusiasma affatto il governo italiano. 
Ma anche nei Paesi interessati prevale il disincanto: essi sono un po' irritati di essere continuamente sotto esame, di perdere a favore dell'Europa quella autonomia decisionale così faticosamente recuperata dall'URSS e di dovere procedere, a passo di carica, a un adeguamento normativo pesantissimo, senza neppure la garanzia di potere accedere subito a tutti I benefici cui aspiravano. Inoltre una delle principali attrattive della Unione, quella di offrire una garanzia internazionale aggiuntiva contro un'eventuale rinascita dell'espansionismo russo, è venuta un po' meno dopo la loro ammissione alla NATO.
Con l'ombrello americano, quello europeo - talvolta più virtuale che reale - può sembrare quasi un lusso inutile.
Sotto questo punto di vista, tuttavia, qualcosa potrebbe cambiare in tempi abbastanza brevi. Una politica estera e di sicurezza comune, resa particolarmente necessaria dalla fine del mondo bipolare e dal continuo scoppio di conflitti ai margini dell'Europa comunitaria, è un obbiettivo perseguito, senza grande successo da ormai quasi mezzo secolo. 
Se nel 1954 fu la Francia a bocciare all'ultimo momento il progetto di esercito comune, negli ultimi tempi era stata soprattutto la Gran Bretagna, timorosa di perdere la propria autonomia e la “relazione speciale” con gli Stati Uniti, a fare resistenza. 
Adesso, sotto la spinta della Bosnia e del Kosovo, anche Tony Blair sembra essersi convinto che bisogna fare qualcosa. E il prossimo passo potrebbe essere, fin dalla primavera del '99, la nomina a Mr.PESC, a ministro degli Esteri dell'Unione, di una personalità di alto prestigio capace di rappresentarne gli interessi nelle aree di crisi.
Sarebbe un passo importante non solo per fare contare di più l'Europa, ma anche per darle una ulteriore spinta sulla strada dell'unità e contribuire così alla soluzione della crisi esistenziale che attanaglia Bruxelles.
Qualcosa, comunque, si deve muovere, se non si vuole che l'attività della Commissione si riduca a una routine. 
Ci sono ancora cose enormi da fare per completare il mercato unico e facilitare l'entrata in funzione dell'Euro: in primo luogo, il coordinamento delle politiche fiscali, con l'adozione di un codice di condotta in materia di tassazione delle società che eviti la concorrenza sleale tra i Paesi delnione.
Si tratta peraltro di materie molto tecniche, poco adatte stimolare la immaginazione e quindi di fare progredire l'idea dell'Europa presso i cittadini.
Anche il progetto di una Costituzione europea, caro al Movimento federalista, può essere utile, non sufficiente. Spetterebbe ai nuovi leader di inventarsi questo “colpo di reni”. 
Ma, viste le idee un po' retro che hanno manifestato in materia di economia, ne saranno poi capaci?
 

 
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