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qualche anno il cinema americano produce film che sono dure denunce contro
le degenerazioni della televisione. Non posso citarli tutti, ma almeno
su due mi sembra giusto soffermarmi. Il primo è del 1994, s'intitolava
“Quiz Show” anche nell'edizione italiana, diretto dall'attore-regista Robert
Redford, protagonista John Turturro.
Raccontava una storia vera, accaduta nel 1958, quando cominciò a calare l'audience di un programma a quiz e lo sponsor della trasmissione impose che uscisse di scena un proletario ebreo che ne era la star per cedere il posto a un giovane bello, colto e figlio di un premio Pulitzer. L'altro film è dell'anno scorso, “La seconda guerra civile americana (“ The Second American Civil War”) del regista Joe Dante. Qui si entra in un futuro abbastanza prossimo. Nel centocinquantesimo anniversario della Guerra civile (1861-'65), quindi intorno al 2015, in un paradossale ricorso storico undici Stati dell'Unione scelgono un'altra volta la via della secessione armata. Tutto comincia con una decisione del governatore razzista dell'Idaho che chiude le frontiere agli immigrati. Da questo spunto si arriverà al massacro fratricida. L'intera “escalation” della vicenda è raccontata e spiegata dall'osservatorio dell'emittente News Net, il cui direttore obbedisce a un solo assioma: “Etica e buon gusto sono cose superate”. E, del resto, lo stesso presidente USA si adegua ai metodi della News Net, accettando di spostare di alcune ore l'ultimatum ai ribelli per non ostacolare la messa in onda della puntata di un teleromanzo di successo. Le
due situazioni che ho cercato di sintetizzare al massimo (l'una nel suo
realismo quasi brutale, l'altra all'insegna della fantastoria e, soprattutto,
del paradosso) intendono introdurre il vero tema del “Lunario” di questo
mese: tema anch'esso legato a un film, presentato fuori concorso alla Mostra
di Venezia lo scorso settembre, elogiato all'unanimità dalla critica
(fenomeno, quest'ultimo, assolutamente eccezionale, anche di fronte a capolavori
riconosciuti del passato).
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Un
copione veramente geniale. E quando Truman avverte, da certi minimi segnali,
che è spiato e controllato, e riesce ad evadere applaudito come
un eroe, lo spettacolo è finito, e gli stessi suoi “fans” vanno
oltre. “Cosa fanno al posto del Truman Show?”, si domandano in milioni
di case.
Stranamente, pur avendo letto molti giornali quando il film è stato presentato alla Mostra di Venezia, ho notato che nessuno ha ricordato un esperimento che fu realizzato nel 1971 in America e, in quel caso, non affidato, come “The Truman Show”, alla fervida immaginazione di un soggettista e di un regista. A Santa Barbara di California, la famiglia Loud accettò di fare da cavia per un “test” a cui nessuno aveva ancora pensato. Padre, madre e i cinque figli, compresi in un arco di età fra i venti e i dodici anni, vissero per sette mesi sotto l'occhio delle telecamere, sistemate nelle varie stanze della casa, ai bordi della piscina e nel giardino. L'esito dell'esperimento fu, a dir poco, disastroso. I Loud avvertirono fino alle estreme conseguenze quella magica realtà che li circondava, quegli occhi elettronici che li stavano frugando e li strappavano al grigio anonimato in cui erano fino ad allora vissuti. E la conseguenza fu che si trovarono inconsciamente a imitare altre storie, a vivere spregiudicatamente come se fossero divi dello schermo e del teleschermo. Che cosa accadde in quei sette mesi? I signori Lord scoprirono insormontabili diversità caratteriali e decisero di divorziare. Uno dei figli si dichiarò omosessuale. I vecchi, sopiti rancori tra genitori e figli vennero tutti a galla ed esplosero in catastrofiche scene-madri come nei più collaudati teleromanzi. A questo punto, mi sembra giusto ricordare quello che scrisse il poeta Eugenio Montale dopo una visita agli studi della B.B.C. in Inghilterra. Era il 1948 e in Italia la televisione apparteneva ai programmi del futuro. Nella stessa Inghilterra si era ancora nella fase sperimentale. Senza l'aiuto di studi sociologici, soltanto con le vivide intuizioni dell'intelligenza, Montale affermò che la televisione “permetterà di frugare senza limiti nella vita privata dei cittadini” e diventerà “ il maggiore attentato a una delle più grandi libertà individuali: la libertà di non sapere e non vedere”. Lo ripeto: era il 1948. Montale concluse quel profetico articolo con queste parole: “ Introdotto nelle case, in tutte le case, lo spettacolo televisivo sarà fonte di gioie e di guai senza precedenti. Ucciderà forse il senso dell'interno, il senso stesso della clausura domestica e familiare; nessuno si sentirà più 'dentro' tutti si sentiranno sempre 'fuori', sempre partecipi, eternamente in ballo. E nuove distrazioni anche distrazioni sono già prevedibili”. Tutto si è avverato: nel drammatico caso della famiglia Loud che appartiene alla realtà, nella geniale invenzione di “The Truman Show” che appartiene all'alta parodia della realtà. Ma i due esempi di cui ci siamo occupati in questo “Lunario” sono soltanto un minuscolo contributo a un fenomeno universale che si manifesta ogni giorno, sotto tutti i cieli e in tutte le latitudini.E' il mondo che abbiamo cercato o che ci hanno imposto, rendendoci sudditi delle tre luci d'un semaforo, d'una striscia bianca dipinta sull'asfalto, d'un telefono che adesso può stare nel taschino della giacca o d'un piccolo schermo colorato che riempie le sere di storie che non sono nostre ma che, a poco a poco, diventano nostre. |
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