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Gianfranco Malafarina
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Essere figli di un padre celebre non sempre è una garanzia di successo. A volte, anzi, proprio l'ombra troppo ingombrante del genio paterno può creare complessi, crisi di identità, insormontabili difficoltà esistenziali.  
Nel caso di Pieter e Jan Brueghel, i figli del grande Pieter Brueghel il Vecchio onorati oggi a Cremona da una splendida mostra, per fortuna è avvenuto il contrario. Pittore il padre, artefice di una epopea rurale ora ironica ora dolente in cui la vicenda umana si spoglia di ogni contingenza storica o aneddotica per intridersi di significato universale e di amara consapevolezza.  
Pittori i figli, che per nulla intimiditi dall'eccezionale talento e dal sublime magistero pittorico del genitore, si danno allo stesso mestiere e tra Cinque e Seicento, in area fiamminga, non solo riescono a stare all'altezza della fama paterna, ma per così dire ne prolungano e perfezionano il messaggio, dando fondo alle più geniali intuizioni di Pieter il Vecchio ed esplorando inedite soluzioni tematiche e formali. 
E' questo infatti, nelle Fiandre e in Olanda, il momento in cui nasce e si sviluppa la cosiddetta “pittura di genere”, una delle manifestazioni più significative dell'arte europea legata all'essenza stessa dei nuovi ceti mercantili e borghesi che si vanno affermando in questi territori.  
I committenti degli artisti non sono più i principi, i mecenati e le alte gerarchie ecclesiastiche della tradizione rinascimentale, ma sono privati cittadini che desiderano arricchire le loro case, oltre che di mobili, di oggetti e di stoffe, anche di quadri, considerati alla stregua di suppellettili destinate ad adornare la nuda superficie delle pareti dando piacere agli occhi e decoro e dignità ai padroni di casa.  
Scade quindi l'esigenza di un linguaggio pittorico aulico e celebrativo e si impone la riproduzione degli aspetti reali dell'esistenza: la vita quotidiana, l'intimità domestica, gli oggetti d'uso comune, il volto degli uomini e della natura. 
Nel Seicento, i Paesi Bassi, con la loro etica calvinista tutta centrata sulla responsabilità individuale e sul legame tra grazia divina e opere terrene, saranno la patria d'elezione della pittura di genere, che qui vivrà appunto il suo secolo d'oro.  
Ma anche le Fiandre cattoliche, separatesi nel 1585 dai vicini protestanti, sono tutt'altro che indifferenti a questa pittura di intonazione laica e civile, capace di volgere anche i temi sacri in scene di spoglia e dimessa quotidianità. 
Ecco allora sgorgare dalla tavolozza di Jan Bueghel, non a caso soprannominato “dei velluti” per la magistrale delicatezza del suo tocco e la sgargiante varietà della sua tavolozza, i più bei fiori della pittura europea. Grandi mazzi vibranti di colore e quasi odorosi di mille fragranze.  
E il fratello maggiore Pieter darsi a sapide ed argute variazioni di quei reportages di vita contadina tanto cari all'ispirazione paterna. Non certo repliche di quei capolavori, ma opere ricche di personalità, legate alle stagioni, alle attività, agli avvenimenti e alle feste di quei paesi e di quella gente fiamminga di cui il pittore si sentiva parte integrante. 
Il fascino della mostra sta tutto nella straordinaria imbandigione di temi sacri e profani allestita con inesauribile fantasia dai due geniali fratelli: allegorie, proverbi, eventi storici, feste contadine, battaglie, ritratti, paesaggi, nature morte, visioni del Paradiso e dell'Inferno, fiori rari e preziosi. Insomma una festa per gli occhi lontana mille miglia dalla contrizione penitenziale di tanta pittura barocca.  
E Cremona, con le sue brume autunnali di sapore quasi fiammingo, con la sua fama di solida e attiva concretezza padana non disgiunta da una particolare inclinazione per i piaceri sensoriali, si presenta come la sede ideale di quest'evento, candidandosi a replicare il grande successo della memorabile mostra sui “Cinque sensi”.  
 
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