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Tra gli interrogativi che ormai tutti hanno cominciato a porsi sulle tendenze dominanti del Terzo millennio, ce n'è uno che ci riguarda più di tutti: quale sarà il destino dell'Italia alla luce dell'unico primato che oggi detiene, quello di Paese con il più basso tasso di natalità del mondo? Con un numero medio di 1,16 figli per donna, la popolazione autoctona è destinata quasi a dimezzarsi nell'arco di settant'anni, riportandoci ai livelli dell'Ottocento. Qualche pazzo pensa che questo sarebbe uno sviluppo tutto sommato positivo, perché in un Paese meno affollato (quindi con meno automobili, meno inquinamento, eccetera) la qualità della vita sarebbe migliore. Ma poiché il vuoto in natura non esiste, e che alla riduzione, oggi appena iniziata, del numero degli italiani corrisponde già una immigrazione equivalente o addirittura superiore, l'ipotesi più attendibile è che, verso il 2070, gli abitanti del Bel Paese saranno, etnicamente, per metà italiani e per l'altra metà magrebini, slavi, albanesi, filippini, sudamericani, senegalesi, che tra l'altro sono infinitamente più prolifici. Assai prima della fine del XXI secolo, perciò, avverrà il “sorpasso”, e l'Italia, quale noi la concepiamo, resterà soltanto come entità geografica: per il resto, avrà cambiato colore, cultura, religione, pelle, tutto. 
Fantapolitica? Neppure tanto. Nella storia dell'umanità, i casi di ricambi di questo genere, dovuti alla combinazione tra la graduale decadenza di una popolazione e possenti fenomeni migratori non mancano di certo. Per limitarsi alle aree geografiche a noi vicine, basti pensare al radicamento delle popolazioni germaniche a detrimento dei Celti nell'Europa centrale dopo la fine dell'Impero romano, alla “occupazione” dell'Ungheria da parte degli uro-finnici, al subentro della popolazione e della cultura turca in Anatolia a partire dal XIV secolo o, nell'era nostra, alla sostituzione degli arabi con gli ebrei in Palestina. E' vero che, spesso, questi cambiamenti sono stati determinati da eventi bellici, ma non si tratta di una condizione necessaria. Basta la stanchezza di un popolo, la sua mancanza di reattività, insomma l'esaurimento della sua spinta propulsiva, un po' come è avvenuto per gli antichi Greci che per alcuni secoli sono stati i principali vessilliferi della civiltà e poi sono quasi scomparsi dalla ribalta. 
Quando si formulano previsioni a così lungo termine, le variabili sono naturalmente infinite, e inversioni di tendenza che modifichino i termini del problema sono più che plausibili. Per valutare le probabilità che ciò avvenga, converrà perciò analizzare le origini del fenomeno di denatalità, i fattori che lo hanno provocato, la loro persistenza nel tempo e le possibilità di una reazione di segno contrario. Proviamo ad elencarle, non necessariamente in ordine di tempo e neppure di importanza. 

Diminuzione  dell'influenza della Chiesa 
Quando l'Italia era un Paese cattolico con la C maiuscola, e gli insegnamenti della Chiesa pesavano di più sul costume, le famiglie di cinque, sei, perfino dieci figli erano abbastanza comuni. I figli venivano considerati, comunque, una benedizione del Signore, anche in presenza di condizioni economiche disagiate. Il controllo delle nascite era ritenuto, dalla maggioranza della popolazione, contro natura, perfino con il sistema Ogino-Knaus, che pure a un certo punto è stato ammesso dalla dottrina cattolica. A mano a mano che l'influenza della Chiesa si è ridotta, o che la Chiesa stessa si è adeguata ai tempi, le famiglie con più di tre figli sono diventate una eccezione: ormai, le s'incontra soltanto in una ristretta cerchia di borghesia cattolica delle provincie bianche, o in un sottoproletariato non ancora al passo con le tendenze prevalenti.  E' improbabile, ma non impossibile, che questa situazione si modifichi nel prossimo futuro. Qualcuno, per esempio, prevede un rafforzamento dell'influenza della Chiesa come reazione all'invasione musulmana connessa con l'aumento dell'immigrazione. 

Diffusione dei  contraccettivi  
Una generazione fa, c'erano solo i preservativi, che molti avevano un certo ritegno a comprare in farmacia e  non funzionavano sempre. Oggi, i preservativi sono non solo migliorati di qualità, ma possono essere acquistati nei supermarket e perfino dai distributori automatici. Ma, soprattutto, sono arrivate le pillole: alla originaria pillola contraccettiva, che ha rivoluzionato il costume (e, rispetto agli inizi, è diventata anche più sicura), si sono aggiunti vari altri strumenti anticoncezionali, dalle capsule a tempo da iniettare sotto pelle alla pillola del giorno dopo. Ormai, chi vuole ricorrere a questa forma di protezione ha solo l'imbarazzo della scelta, e neppure più la preoccupazione per la propria salute futura che una volta era legata al suo uso prolungato.  E' ovvio che, dal punto di vista farmacologico, la situazione è destinata a migliorare ulteriormente e una eventuale riduzione del ricorso a questi strumenti potrà essere dovuta solo a un cambiamento del costume. 

Legalizzazione dell'aborto 
I tentativi dei cattolici italiani di modificare in senso restrittivo la legislazione in materia si stanno facendo più intensi e frequenti, e non è da escludere che, aiutati dal clima di allarme che si sta diffondendo sulla riduzione della natalità, essi non possano ottenere qualche successo. Oggi, si calcola che ci sia un aborto legale ogni 3-4 nascite, ed è perciò evidente che l'imposizione di regole più severe in materia potrebbe aumentare il numero di queste ultime,  gradite o no che siano alla madre.  
Ma in Italia le regole che vanno “controcorrente” vengono di solito aggirate. Un giro di vite in materia potrebbe, perciò, avere solo l'effetto di aumentare il numero degli aborti illegali o, per le classi più agiate, di quelli effettuati all'estero. La presenza di una forte conflittualità in materia potrebbe tuttavia, in qualsiasi momento, portare a una riduzione del numero delle donne che ricorrono alla interruzione di gravidanza non per ragioni terapeutiche o sociali, ma semplicemente per liberarsi di un figlio non desiderato. 

Liberazione  della  donna  e suo  ingresso  in  forze  nel mercato  del  lavoro 
Non siamo più, per fortuna, all'epoca dello slogan “L'utero è mio e me lo gestisco io”, ma l'evoluzione della condizione femminile influisce profondamente sul fenomeno della denatalità. Anzitutto, la conquista della parità nel matrimonio fa sì che la donna abbia figli solo nei tempi e nella misura da lei desiderati, e non accetta più, in materia, le richieste del marito (o, meno che meno, quelli del compagno). In secondo luogo, la donna ha sviluppato esigenze di carriera, che da un lato la spingono a procrastinare spontaneamente nel tempo il momento della maternità, dall'altro le pongono pesanti condizionamenti, perché molte aziende concedono solo controvoglia i benefici relativi e tendono comunque a penalizzare nella carriera chi si assenta troppo spesso per i figli.  Qui, tuttavia, ci si può ragionevolmente aspettare una inversione di tendenza, quale abbiamo già registrato in altri paesi occidentali (Scandinavia in testa) che hanno preceduto l'Italia sulla strada della emancipazione femminile. A mano a mano che raggiunge, se non supera, l'uomo nel livello d'istruzione e acquista maggiore sicurezza, l'affermazione professionale della donna è non solo destinata a continuare, ma anche ad estendersi  ai settori in cui oggi essa è ancora penalizzata. Tuttavia, la necessità sociale di combinare le esigenze della carriera con quelle della famiglia riceverà più ampio riconoscimento, la legislazione vigente potrà essere adeguatamente modificata e questo particolare impedimento alla natalità, oggi assai forte, dovrebbe perdere almeno una parte del suo peso. 

Trasformazione  
dell'economia  da agricola in  industriale 
Ormai è quasi un  luogo comune: in un'economia agricola, i figli rappresentano una ricchezza economica (o meglio, la rappresentavano prima del grande processo di meccanizzazione), mentre in una economia industriale, o addirittura postindustriale, costituiscono un peso.  
Il tasso di natalità è perciò strettamente correlato all'attività dei genitori. Questa è una delle ragioni per cui, nel Terzo mondo, esso rimane molto più alto che da noi. In Italia l'effetto di questa metamorfosi dovrebbe, peraltro, essersi esaurito, nel senso che il travaso da un settore all'altro è stato completato. 

Urbanesimo 
Il discorso è parallelo a quello precedente: allevare figli in città è più difficile, più costoso e anche più impegnativo che allevarli in campagna. Tuttavia, la fuga verso le città che ha caratterizzato il dopoguerra appare terminata. Anzi, da qualche tempo stiamo registrando il fenomeno inverso, una fuga dalle metropoli verso località circostanti meno affollate e più vivibili, in cui è più facile tirare su una famiglia. Se i paesi prescelti sapranno dotarsi tempestivamente di strutture adeguate, questo “ritorno alla campagna” potrebbe diventare un incentivo demografico non trascurabile.  

Matrimoni in età più avanzata  
Sono la conseguenza inevitabile di una serie di fattori: il prolungamento dell'impegno scolastico, i ritardi nell'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, la promiscuità che permette di soddisfare i propri desideri anche fuori dal matrimonio, la voglia di fare più esperienze prima di assumere impegni definitivi, e molti altri ancora. Potrebbero, secondo i sociologi, anche costituire un fenomeno transitorio, a mano a mano che, dopo la rivoluzione del costume degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, la società trova un nuovo assetto. 

Diffusione  della  coppia di  fatto  
E' un altro aspetto della evoluzione sociale, in cui peraltro l'Italia è ancora in ritardo rispetto ad altri Paesi. Se, da noi, la natalità ne ha sofferto di più, è perché in molti ambienti, specie in provincia e soprattutto nel Sud, i figli nati fuori dal matrimonio non sono ancora pienamente accettati e la legislazione non li tutela sempre in maniera adeguata.  In Gran Bretagna o in Danimarca, dove questa discriminazione è ormai caduta e le ragazze madri sono particolarmente “protette”, la prevalenza della convivenza sul matrimonio non rappresenta più un ostacolo alla natalità. 

Cultura  dell'edonismo 
Nell'ottica di molti sociologi, è la causa principale per cui i giovani italiani, e in particolare i giovani italiani della classe media, non fanno più figli: non sono più disposti a fare i necessari sacrifici, preferiscono investire i propri risparmi in viaggi o automobili, hanno ormai troppe esigenze per accettare le costrizioni che una famiglia, specie se numerosa, impone.  
La società dei consumi, con tutte le nuove tentazioni che offre rispetto alle generazioni precedenti, esaspera questa tendenza.  
Il cinema, la discoteca, le vacanze all'estero, Internet, le settimane bianche  non richiedono solo soldi, assorbono anche tempo ed energie che, non potendo sempre essere sottratte al lavoro, vengono fatalmente sottratte alla vita famigliare, rendendo la presenza di figli piccoli ingombrante.   
Quanto durerà questa frenesia di vivere, è difficile prevedere. Potrebbe trattarsi di un fenomeno ciclico, legato all'attuale fase di nuovo benessere generalizzato, e quindi transitorio.  
Esso non risulta, comunque, avere avuto effetti così devastanti sulla natalità di Paesi anche più prosperi dell'Italia. 

Mancanza  di  strutture di  supporto 
Anche se talvolta si esagera, qui lo Stato italiano ha veramente delle gravi responsabilità.  
Dal momento che molti dei fenomeni illustrati più sopra erano tanto inevitabili quanto prevedibili, i governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni avrebbero dovuto cercare di contrastarli fornendo asili nido, case a condizioni agevolate per le nuove famiglie e quant'altro ha dimostrato la sua efficacia nel resto dell'Europa.  
Probabilmente, non sarebbe servito a modificare la tendenza generale, ma certamente l'avrebbe attenuata, magari togliendo un alibi alle giovani coppie. Se ci fossero i soldi, si potrebbe ancora rimediare, anche se forse oggi i maggiori beneficiari sarebbero gli immigrati 

Mancanza  di  una  politica fiscale  a  favore della  famiglia 
Leggi sopra.  
Nessuno vuole tornare alla tassa sugli scapoli di mussoliniana memoria, ma le agevolazioni italiane per i figli, nonostante alcuni recenti ritocchi, sono quasi una presa in giro.  
Qui l'esempio della Francia, che fu la prima a essere colpita dalla crisi demografica ma ha saputo invertire la tendenza, potrebbe essere di aiuto. 

Disoccupazione giovanile e prolungata dipendenza dai genitori 
Siamo di fronte al fenomeno forse più preoccupante del momento, senz'altro decisivo nel ridurre il tasso di natalità. Sebbene la diminuzione delle nascite colpisca anche i giovani occupati (e in certi casi ancora di più), la mancanza di un impiego e la conseguente dipendenza finanziaria dai genitori è spesso un ostacolo quasi insuperabile anche per chi i figli li vuole davvero. Ci sono, tuttavia, concrete speranze che questa condizione sia superabile, e che di conseguenza possa esserci, da parte dei giovani, una maggiore assunzione di responsabilità. 

Alla luce di queste considerazioni, la situazione appare grave, ma non disperata. Ci vuole una maggior presa di coscienza della situazione, un cambiamento di costume, forse anche uno scatto di orgoglio etnico, nel senso buono della parola. Un ritorno a tassi di natalità normali non eliminerà certo la pressione dei diseredati alle nostre frontiere, ma dovrebbe aiutare a contenerla, rendendo in prospettiva meno pressante la domanda di braccia, meno urgente la supplenza dei giovani stranieri per una popolazione che sta rapidamente invecchiando. Certo, un mutamento che avesse luogo adesso farebbe sentire i suoi effetti solo tra vent'anni, e una parte del danno sarebbe comunque inevitabile. Ma almeno eviteremmo l'estinzione. 

 

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