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Carlo Franza
Lo scultore Angelo Alessandro Minuti ha alle spalle un apprendistato di tutto rispetto, in quanto giovanissimo frequenta il corso di scultura del Castello Sforzesco e gli studi degli illustri maestri Furla, Mazzolani e Pepe. Egli risente dall'ultimo del fattore ricerca delle materie, e dal Mazzolani della maestria nel tirare il lucido, della ceramica, e soprattutto dell'ingobbio, una sorta di imbeveramento della forma. 
La realizzazione di opere di grandi commissioni e dimensioni, sia private che pubbliche, in Italia e all'estero, gli hanno già dato una fama significativa, basti pensare alla fontana del complesso alberghiero di Napolitano a Cervinara, il monumento dei caduti per il Comune di Torlino Vimercati (Cremona), un San Francesco a Manfredonia, un Papa Giovanni XXIII a Lissone, i ritratti dei fratelli Brusamolino a Cassano d'Adda, di Pavarotti e infine di Papa Giovanni Paolo II a Cervinia. 
Tutto ciò dà un'idea del felice lavoro che prende l'artista in un fare di forti emozioni, di grande industria culturale, di sapiente magia del vivere.  
Ultimamente una grande mostra alla Basilica di S. Antonio in Via Farini, con tracce di sacro che hanno scandito il senso recente del suo lavoro sul tema del fiume. Fiume-metafora, come significato profondo del tutto che si forma  e conforma, e della vita che trascorre e d'un tempo che tutto avvolge e scandisce l'esistenza di tutte le cose e di tutto il creato. 
Minuti non è uno scultore qualsiasi, perché prima d'ogni cosa conosce bene la materia.  
Per lo più lavora l'argilla che poi diventa terracotta, nel suo colore naturale, talvolta striato, che si adegua all'impasto. Il tema del fiume per un lombardo come Minuti (è nato a Romano Lombardo nel 1947) è elemento vitale, giacché la Lombardia è tutt'oggi terra padana, di fiumi e Navigli, di acque felici che hanno fatto la sua storia fin dai tempi di Leonardo da Vinci. 
Moderna e antica questa sua scultura perché lega la ricerca alla tradizione e sperimenta un tempo primigenio, infantile, un'eco antica che respira l'universale. Dalle acque la vita, in ogni parte di questo trascinamento orizzontale con le sue anse, i suoi anfratti, i suoi gorghi, il battito della vita si conclude nel momento che si configura come rappreso dalla materia, che in parte scivola, anche facendosi specchio, lucidità, e in parte si accende di rotture, informalità, separazioni, crateri. 
La preziosità del colore, in parte naturale, in parte pulviscolare, rossiccio, terroso, come buona parte dei lavori etruschi, e i rossi delle chiese lombarde, lascia intendere che queste forme di Minuti si configurano legate al senso del mito, del mitologico, della sacralità; questa materia si nutre poi anche di una luce che battendovi la fa maggiormente vivere, impreziosendo la commistione di toni dall'aranciato al biancastro. 
Quel che più affascinante è che da questa materia sinuosa, serpentina, da queste magmatiche acque, si levano delle figure, dei visi maschili e femminili, dee, e dei, per cui il moto delle acque pur lasciando intravedere il profilo dei visi, si libera nel movimento ondulatorio delle barbe o delle folte capigliature. 
Nettuno e Venere, dio del mare il primo e della bellezza la seconda, espongono le loro storie antiche nel tempo presente, mentre i fiumi, quelli cantati dai poeti come Ungaretti e Mario Luzi, continuano il loro percorso. 
Questi volti sono come statici le onde, le acque, con le loro geometrie dei visi colti di profilo o frontali, in un'armonia che spesse volte accentra anche delle tensioni erotiche. 
Minuti ha capito che dare forma alla materia è progetto basilare del fare scultura, e che ogni metafora, ogni analogia, ogni riflessione si accerta in questa ripresa neoclassica della sua ricerca, ormai conosciuta in tutta Italia, con opere inserite, come la recente, anche nel M.I.M.A.C. (Museo Internazionale Mariano d'Arte Contemporanea) di Alessano, legata alla Fondazione dell'illustre vescovo Mons. Antonio Bello, profeta della pace.  
Alle figure aeree di queste materie toccate dalle mani del nostro scultore lombardo, si affida stupefatta la grazia, la bellezza, la magia dell'esistenza. 

Krisztina Megyeri è arrivata in Italia delle piane dell'Ungheria, dove è nata nel 1970, e ha trovato dimora a Milano, dove esercita in modo professionale l'attività di scultrice, fin dal 1992. 
Giovanissima inizia i viaggi di studio attraverso l'Europa, proprio nel periodo del crollo delle ideologie  e dello storico muro di Berlino, ampliando così la cultura delle proprie origini ungheresi. 
Incontrarla e sentirla parlare, esprimere il proprio credo e le proprie emozioni, quel sentire tutto particolare che solo un artista sa vivere, lascia trasparire la bell'anima, la pulizia mentale e morale, la volontà di credere nella parte bella di ogni uomo; soprattutto quella volontà sacra di comunicare anche a parole, una parte di ciò che poi visibilmente si osserva nella materia da lei lavorata, nella materia che diventa scultura, plastica, creazione. 
Questo dato primo, su cui voglio insistere, e che muove tutta la scenografia della sua scultura, parte proprio da quel contesto di provenienza, da quelle terre dell'est che si sono scrollate di dosso il buio delle libertà private; ecco perché questo percorso della scultrice vive umanamente e culturalmente le contraddizioni di un'Europa risorta e che stenta a chiudere il millennio per aprirne uno nuovo. 
Il suo studio-laboratorio è alla periferia di Milano, fra fabbriche dismesse, dove aleggia ancora il ricordo degli anni Cinquanta-Sessanta, quando frotte di operai entravano e uscivano da quei cancelli di periferia.  
Nello studio a piano terra, che si affaccia in un grande cortile su cui si apre tutta una serie di laboratori, la giovane scultrice dà vita con argille e smalti selezionati personalmente in Germania, a forme scultoree di armonia e sensibilità raffinate. 
Non bronzi o altri materiali, come il legno o il marmo, ma unicamente la terra, l'argilla, una scelta che si rapporta meglio al fare costruttivo, a vivere l'impasto che dà forma a espressività memoriali, a sapienti ritualismi, a scelte poetiche che si fanno cariche di simboli. 
Uno dei motivi forti e carichi di senso del suo lavoro più recente, è quello che si rapporta all'uomo, alla sacralità dell'uomo-dio, alla Croce. La sua fervente sensibilità verso l'uomo che soffre la porta ad avere interesse per quella parte di storia che sente vittima.  
La Croce, il totem, la verticalità della vita si oggettualizzano in una materia  che si innalza verso il cielo, motivandosi plasticamente sui lati con escrescenze, striature, come un'energia che si movimenta in un corpo doloroso. 
La Croce, si diceva, simbolo e metafora, ma anche il corpo crocifisso, con le sue ansie e i suoi tremori, le sue paure e il suo intenso collocarsi in questo secolo, cosiddetto breve, per via di quelle due gravi guerre; questa materia sfilacciata che si alza esilissima nel cielo terrestre ha un che di minimalismo, senza piegarsi a forme decorative e barocche, dando prova di quel clima “neoinformale” che anche la scultura contemporanea sta vivendo. 
Croci antiche  e moderne, dalla ebraica alla greca, con la fragilità della carne che si inchioda ancora oggi con le torture in tutto il mondo, ove il cotto svela elementi come cavità, pieghe, tasche, bocche, orecchie, piedi.  
Valori simbolici e costruttivi versati in quella sollecitazione della superficie che diventa pelle, pelle delle sculture, con le sue vibrazioni luminose, di luce e ombra che illuminano e nascondono, come corpi in penombra il cui respiro diventa l'elemento dominante di vita dell'intero corpo. 
Così la Megyery riporta questa materia a una storia antica che è storia dell'uomo e del mondo, cresce nella memoria e si definisce nello spazio e nel tempo, come le schegge che sedimentano con gli strati, alimentando il mondo della geologia. 
I riti a questo punto sono strutturali, verticali e orizzontali, pongono la materia non sottovuoto ma sotto-spinta, e nel silenzio emanano echi di poesia, di una poesia che pervade anche la scultura che non ha i connotati figurali, ma ha i battiti della vita. 

 

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