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Un personaggio del “Mercante di Venezia” (“The merchant of Venice”)  di Shakespeare dice: “Il diavolo può citare le Sacre Scritture per i suoi fini”. In poche parole, l'immenso genio del drammaturgo inglese riesce a esprimere la vera natura delle citazioni, cioè la possibilità di usarle anche in contesti e situazioni che sono il loro contrario.  
Come, appunto, fa il diavolo con le Sacre Scritture. 

Perché questo inizio del “Lunario”? Perché vorrei parlare del grande consumo (“consumo” mi sembra la parola adatta) di citazioni che si fa sui giornali, alla radio, nei talk-show televisivi. Cominciamo con una curiosità: quali sono, in Italia, gli autori più citati? Facendo riferimento a un recente dizionario delle citazioni che attinge da tutte le letterature antiche e moderne, ho contato nell'indice degli autori il numero delle loro presenze. 

In testa a tutti è Dante Alighieri con 98 citazioni. Seguono, nell'ordine, Seneca (79), Leopardi (73), Goethe (69), Shakespeare (48), Orazio (43), La Rochefoucauld (42), Aristotele e Cicerone, a pari merito (39), Cervantes (38), Machiavelli (35), Alessandro Manzoni (34), Karl Kraus (32)... 
Aprire un discorso sulle citazioni è come sempre entrare in un labirinto: si conosce l'inizio, ma resta ignota e improbabile la conclusione. Facciamo un esempio: mettendo a confronto una frase del filosofo tedesco Walter Benjamin e una del biografo inglese Thomas Pearson, si dimostra quanto vario e contraddittorio possa essere l'atteggiamento nei confronti di questo dotto puntello (perché tale è la citazione...) del nostro scrivere e del nostro parlare. 
Per Benjamin, le citazioni sono “come briganti ai bordi  della strada, che balzano fuori armati e strappano l'assenso dell'ozioso viandante”. Per Pearson, “un uomo che ha letto molto non cita mai con precisione”, Il che significa offrire un insperato salvagente a quelli che fingono (e sono tanti) di aver letto molto. 
E' un dovere, a questo punto, esprimere qualche preferenza. Si tratta di scegliere in una specie di oceano di parole, di indicare qualche luccichio dell'intelligenza umana, sapendo benissimo di commettere errori di valutazione, inevitabili e, spesso, degni del perdono  dei lettori. 
Mi piace questa battuta, insieme vera e paradossale, del romanziere inglese E. M. Forster che, in “Casa Howard” (“Howard's end”), scrive: “La Quinta Sinfonia di Beethoven è il rumore più sublime che sia mai penetrato nell'orecchio umano”. 
 Mi piace e mi turba questa affermazione di Jean Paul Sartre, il caposcuola dell'esistenzialismo: “Noi siamo condannati a esser e  liberi”. 
Ma se devo esprimere una preferenza assoluta, se devo assegnare un ipotetico premio Oscar, ogni perplessità scompare. La mia citazione prediletta è questa: “L'amore è l'infinito alla portata dei barboncini”. Secondo me, è un colpo di genio. Lo si incontra all'inizio di quel capolavoro del Novecento che è il romanzo “Viaggio al termine della notte” (“Voyage au bout de la nuit”) di Louis-Ferdinand Céline. 

Ogni tanto risuona l'allarme. Finché siamo in tempo, cerchiamo di salvare la lingua italiana. Troppe “infiltrazioni straniere”, troppo dilagante spreco degli anglicismi. In una notizia di cronaca musicale, pubblicata da un quotidiano, è stata segnalata, nello spazio di cinque righe, la presenza di “hit parade, self-made star,long-playing, performance, sprint, mix, medley, titletrack”, cioé di otto parole angloamericane. Un'esagerazione, ammettiamolo. 
Ma prima di “partire lancia in resta” (anche gli inglesi hanno questa espressione figurata: “to go full tilt”), meditiamo su un pericolo: il pericolo, come è stato dichiarato da un linguista, “di esagerazioni come durante il fascismo, con il rischio di cadere nel purismo ridicolo”. 
Parlo per esperienza professionale. Chiamate gli italiani a difendere la lingua ed essi indosseranno subito la divisa di sentinelle con nastri tricolori e stellette.  
Se resta indiscutibile che i più truci orrori a danno  della nostra identità linguistica continua a compierli la burocrazia, è altrettanto vero che la nostra  storia di ieri e di oggi offre  un efferato campionario di “italianizzazioni”: una brutta parola, quest'ultima, che introduce a ulteriori brutture. 
C'è chi non vuole “hobby”, chi rifiuta “foulard” e propone di sostituirlo con “fazzoletto da collo” o “fazzoletto da testa”.  
C'è chi pensa di cambiare “marketing” con l'invenzione del neologismo “vendistica”. Anche “smog” è sotto accusa e si consiglia di soppiantarlo con “fubbia”, risultato della somma tra “fumo” e “nebbia”, come “smog” lo è di “smoke” e di “fog”. 
Ci sono parole straniere che ormai bisogna accettare perché si possono considerare insostituibili ed è giusto che i nostri dizionari le registrino. E' impossibile tentare un elenco completo, ma vorrei ricordare, oltre a hobby, foulard, marketing e smog, già citati, anche gag, best seller, puzzle, camper, sexy, spider, revival, identikit, show, sketch, quark, blitz, poster, hotel, fan, record, pullman, zoom, stress, derby, tunnel, recital... 
E' inutile strillare, suonare le sirene d'allarme.  
L'inglese è ormai “una sorta di esperanto utile per viaggiare, commerciale, comunicare con tutti gli abitanti del globo”.  
La storia ci insegna che, già nel Settecento, si temeva che il francese avrebbe sconfitto l'italiano. Ma il risultato fu che, con il prestito di molti francesismi, l'italiano divenne invece più ricco. 
Lo stesso fenomeno sta succedendo con l'inglese.  
Un famoso linguista ha posto così il problema: “Come si può chiedere a un sociologo di non usare 'status symbol', a un critico d'arte di non usare 'pop art', a un giornalista sportivo di fare a meno di 'stopper'? E' molto più grave non capirle, quelle parole, come difatti molto spesso succede”.  
Dunque, se c'è un pericolo di sclerosi che incombe sulla nostra lingua, esso non deriva dal numero di termini stranieri accettati, ma semmai dall'impoverimento, dal ricorso ai luoghi comuni, dalla mediocrità degli studi, dai sempre bassissimi indici di lettura. 
Quanto alle lamentele e allo sconforto dei puristi, mi affido per replicare alle parole di quel vero genio del sapere che fu il conte Giacomo Leopardi.  
Nel suo “Zibaldone”, scritto fra il 1817 e il 1832, Leopardi lasciò questi pensieri: “L'uomo dev'essere libero e franco nel maneggiare la sua lingua. La libertà nella lingua deve venire dalla perfetta scienza e non dall'ignoranza”.  
E poi aggiunse che i puristi sono “sempre sospettosi e vanno così legati che pare che camminino fra le uova”.
 
 

 

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