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Stenio Solinas
Praga - La guida ha una bella faccia, e il corpo, da massaia. Parla solo ceco, ma i quadri, gli oggetti, i mobili traducono al suo posto.   
Una musica settecentesca fa da sottofondo e acuisce la teatralità di un luogo dove niente o quasi è ciò che era.  
La biblioteca è una copia ridotta di quella originale che con i suoi 40mila volumi, copertina bianca con su lo stemma dei Waldstein, ex libris barocco dell'incisore praghese A. Birckhardt, occupa ora tre sale del castello di Mnichovo Hradiste.  
La camera da letto ospita una dormeuse buona per una persona di statura media, non per chi, come il suo legittimo abitatore, ancora tre centimetri e sarebbe arrivato al metro e novanta. Alla parete, il nudo di Louison O' Morphy, favorita di Luigi  XV e di chi commissionò il dipinto, “supina, le braccia e il petto su un cuscino, e tenendo la testa come se fosse sdraiata sul dorso, gambe e cosce disegnate in modo tale che l' occhio non potesse desiderare di veder di più”. E' una copia del quadro di François Boucher, ma, dicono gli specialisti, quella non è Louison, ritratta dal vero dallo svedese Gustav Lundberg per esplicito desiderio del suo amante non regale. 
Originale, in compenso, è la poltrona rosa di fianco alla finestra, dove passò dal sonno alla morte (“in hoc archisellis aptus est mortem...in anno...”) in quello che era il suo gabinetto di lavoro. Un mobile libreria, rifatto anch'esso, è l'oggetto che la guida tocca e ritocca parlando fitto con aria furbetta. Finché, toccata e fuga, vi scompare dentro... 
E' una porta  nascosta che rimanda a un'altra stanza: a una scrivania, intento a lavorare, c'è una figura seduta in tre quarti. 
E' Casanova, il manichino di Giacomo Casanova davanti all'Histoire de ma vie...La guida ride felice. 
A Dux, che oggi si chiama Duchov, estremo nord fra Repubblica ceca e Germania, boschi impenetrabili di conifere e abeti, lunghi e sottili, temporali estivi da non vedere la strada davanti a te, un'umidità che si trasforma in nebbia, Casanova arrivò che aveva sessant'anni. “Non posso andarmene a piedi.L'inverno arriva bruscamente. Se penso di ritornare avventuriero, mi metto a ridere guardandomi allo specchio”, aveva scritto prima di accingersi al viaggio.  
Davanti al  castello arancio e bianco, quattro ercoli e ninfe di marmo sorvegliano l'entrata. Sul portale d'ingresso, lì dove la scalinata si suddivide, la statua di un vecchio nerboruto stringe una fanciulla nuda e in lacrime, Le Temp qui enlève la Jeunesse, “il tempo prodigioso passato” e la prosaicità impotente del presente, il balsamo e il veleno. 
Nella vicina chiesa di Santa Barbara, un'iscrizione “Jakob Casanova-Venedig 1725-Dux 1798” lo immortala; di fronte a essa, una costruzione bassa, la Pension-Restaurance Casanova lo secolarizza. 
Lo scorso anno, in occasione del bicentenario, la mostra praghese di Palazzo Lobkovic ha allineato manoscritti, epistolari, prime edizioni, gli archivi di famiglia dei Waldstein-Wartenberg, i diari di Karl Clary.  
Nell'archivio di Stato la sua eredità letteraria attende ancora d'essere studiata per intero e interpretata per esteso.  
C'è insomma tutto il necessario per ricostruire il crepuscolo di una vita e il mondo che le fece da cornice.  
Quello che è certo è che fu un crepuscolo dorato all'interno di una cornice raffinata.  
Per il suo compito di bibliotecario Casanova aveva una rendita inferiore soltanto all'agente del conte Waldstein a Vienna e all'ispettore dei terreni. Per la pubblicazione dell'Icosameron, il romanzo utopico che avrebbe dovuto assicurargli l'immortalità, tre quarti della nobiltà praghese si fece sottoscrittrice.  
E' comunque da Dux che comincia la sua leggenda letteraria.  
Fra Praga, Dresda, Hornì Litvìnov, le terme di Teplice, incontri, racconti, feste, appuntamenti, divertimenti, discepoli lo videro presente e da protagonista. 
Un documento, da poco ritrovato, delle Poste di Teplice, sulle notevoli uscite per spese postali, del resto pagate dall'amministrazione della signoria dei Waldstein, attesta una corrispondenza ricchissima, maschile e femminile, filosofica e politica.  
E' a  Praga che si fa complice di Da Ponte e Mozart per il libretto del Don Giovanni (l'aria di Leporello “il solo Don  Giovanni / m'astrinse a mascherarmi...”, ritrovata fra le carte di Dux è sua) e l'isola di Kampa, che si estende sotto il ponte San Carlo e in faccia alla Moldava, con i suoi campi, calli e campielli doveva rendergli meno amaro il ricordo di Venezia, l'orgoglio di esserne figlio scapestrato ma non degenere che all'Opéra di Parigi gli aveva suggerito una risposta tranchante alla marchesa di Pompadour che lo interrogava curiosa: “De Venise? Vous venez vraiment de là-bas?”. “Venise, Madame, n'est pas là-bas, elle est là-haut”.  
Quanto a Dux, era allora una comoda residenza aristocratica, con un vasto parco ben curato, laghetti, fontane, oggetti d'arte di cui oggi si possono ancora cogliere pallidi echi. 
Crepuscolo dorato, crepuscolo operoso. Un'attività frenetica di poligrafo di cui le migliaia di pagine dell'Histoire de ma vie sono il più alto contributo, capolavoro che sfida i secoli. 
Libro della memoria, era l'unica arma che potesse usare contro “il più grande e il più potente degli esseri astratti, il Tempo”.  
Resoconto di una vita inimitabile, l'unico modo per tenere a bada le tristezze della sera, degli inverni, dell'età. 
"Casanova e la malinconia" (Einaudi) s'intitola il libro di Giorgio Ficara appena pubblicato in Italia, "Casanova" il saggio in forma di romanzo di Andrew Miller (Sceptre editore) uscito in Inghilterra e che per alcune settimane è stato nella lista dei più venduti.  
Fanno parte di quella letteratura della decadenza casanoviana che ha il suo capostipite nel  "Ritorno di Casanova" di Arthur Schnitzler: “Il suo potere sulle donne come sugli uomini, era svanito. Solo dove viveva nel ricordo la sua parola, la voce, lo sguardo potevano ancora ammaliare; al suo presente era negata l'efficacia. Aveva fatto il suo tempo!”.  
Il seduttore non abita più qui, non gli è più concessa ogni licenza, non è più in grado di superare ogni difficoltà: “Non era lui un dio? Giovinezza e vecchiaia solo una favola inventata dagli uomini?” Nello sguardo dell'ultima conquista, trova scritta la sua fine: “Non ciò che avrebbe mille volte preferito leggere: ladro-dissoluto-farabutto. Lesse solo una parola, la parola che era per lui la più terribile di tutte, poiché esprimeva la sentenza definitiva. Vecchio”. 
Eppure, l'Histoire de  ma vie non è né il libro di uno sconfitto, né il testamento di un vecchio, né il de profundis per un'età che non tornerà più.  
Philippe Sollers, cui si deve questo "Casanova l'admirable" (Plan editore) appena  tradotto ("Il mirabile Casanova",Il Saggiatore), definisce il suo autore “un filosofo in azione” e bene ne coglie il libertinismo innocente, né cieco né egoista, che lo caratterizza, la “grecità” di cui parlerà Saint-Beuve: “Ciò che colpisce dei suoi amori è la facilità, la felicità, l'amore all'antica, nudo, come lo intendevano i Greci e Orazio”.  
Ma chi ha saputo rendere in maniera perfetta quell'insieme di gioia di vivere, gusto dell'avventura, sensazione di immortalità, desiderio di grandezza che ne fanno un unicum è stato l'ungherese Sàndor Màrai, l'autore di "Le braci", caso letterario di questi ultimi anni.  
Di suo Adelphi pubblicherà "L'amante del sogno" che dello schnitzleriano "Ritorno di Casanova" è un po' la controfaccia, tanto che, è un suggerimento, i due libri si potrebbero riunire in un unico cofanetto.  
Con la sensibilità propria del grande narratore, Màrai rende di Casanova ciò che legioni di sociologhi, storici, e psicologi i cui orizzonti estetici non sono mai andati al di là delle due camere e cucina, hanno finito con l'offuscare, complicare o negare.  
“Un uomo che era uomo, che era maschio e null'altro, così come la quercia non era che una quercia e anche la roccia era semplicemente una roccia. Un uomo che non voleva far altro che dare e avere, senza fretta e senza avidità, perché tutta la sua vita, ogni suo nervo come tutte le scintille della sua coscienza e del suo  fisico li aveva consegnati all'attrazione della vita. Questo tipo di uomo era l'apparizione più rara del genere umano”. 
Romanzo sentimentale e filosofico, "L'amante del sogno" rende giustizia anche al Casanova innamorato e non macchina sessuale e disegna una figura femminile, Francesca contessa di Parma, all'altezza delle Henriette, Teresa, Lucrezia...da lui amate nella realtà. Siamo lontani anni luce dalla sbrigativa liquidazione felliniana: “Uno stronzone fascista”;  e l'aggettivo accrescitivo ricade implacabilmente sulla testa di chi lo pronunciò. 
Nella sala di rappresentanza  del castello di Dux, trasformata in museo nazionale dell'arte e della cultura ceca, il "Venere e Adone "di Bartolomeus Spranger porta una luce di improvviso realismo in un mondo di crinoline, parrucche e uniformi. Adone è un mulatto, e le sue cosce fanno da cuscino a una Venere nera mollemente adagiata.  
Per il principe de Ligne, Casanova era “l'africano”, dal colore scuro della sue pelle; per una delle sue amanti era “il mio bel brunetto”.  
Lì in Boemia l'Ancien Régime poteva ancora illudersi sul suo futuro, ma Casanova capiva benissimo che un mondo era finito e che la struggente tela del Tiepolo datata 1791 e dedicata al “Mondonovo” ne sanciva in realtà l'irreparabile scomparsa.  
La Rivoluzione francese con i suoi  “immortali princìpi” gli faceva orrore e l'eguaglianza gli sembrava “la cosa più ineguale che esista”. 
Come ogni vero libertario, era aristocratico: sapeva che la trasgressione cosciente dei pochi si trasforma nell'eccesso incosciente dei molti.  
Come ogni vero anarchico, era un uomo d'ordine; la punizione era un male necessario, antidoto per chi non sa regolarsi da sé.  
Come ogni vero libertino, era un moralista: le passioni andavano guidate, a chi non era in grado restava solo la depravazione. 
Nelle due camere che furono la sua ultima dimora, l'edizione dell'"Histoire de ma fuite de prisons de la République de Venise qu'on appelle les Plombes ecrite à Dux en Boheme l'annéè 1787" fa bella mostra in bacheca, sotto  un'iscrizione in italiano che recita: “Marmo che in San Samuele a Venezia, sostenesti i passi di Casanova vivente, testimonia oggi a Dux che per quelli che lo amano, Giacomo non è mai morto”.  Epitaffio felice per chi aveva scritto: “Per l'uomo pensante, niente è più caro della vita, e però il più voluttuoso è colui che esercita al meglio la difficilissima arte di farla scorrere veloce. Non perché sia più breve, ma perché il piacere ne renda insensibile il corso”. 
 
 
 

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