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Rimini, 15-19 settembre 1999
Gianfranco Caradonna

Dopo tanti anni di militanza e di partecipazione attiva all'interno del sindacato, è giunto il momento per il dr. Biasioli di assumerne la carica più alta.   
Infatti i partecipanti al Congresso hanno votato unanimemente per la sua elezione quale successore di Carlo Sizia.   
Nella  nuova veste di presidente Cimo, lo abbiamo incontrato e con lui abbiamo affrontato in un'intervista le tematiche e i propositi a riguardo che si pongono per il sindacato.  
 
 
Intervista  
al dr.STEFANO BIASIOLI,  
nuovo presidente  
della Confederazione
.  
GFC: Presidente, come affronta  questo nuovo incarico nella Confederazione?  

Biasioli: E' un incarico in continuità con la mia precedente attività all'interno della Cimo. Da parecchi anni sono tesoriere della Confederazione e ormai da 17 sono segretario di quella regionale veneta, seconda in ordine di grandezza a livello nazionale.   
Certo fare il presidente non è facile, bisogna svolgere funzioni di coordinamento, di mediazione, instaurare un certo rapporto con le istituzioni e con gli altri sindacati. Tutto questo cercando di mantenere una certa coerenza, come finora, credo, abbiamo sempre fatto.  

GFC: Forse il compito più difficile è quello di fronteggiare una certa demagogia da parte del ministro Bindi.  

Biasioli: In effetti il ministro ha gioco facile quando, ad ogni incontro cui partecipa, invita tutti a stare con lei, perché lei tutela il cittadino, tutela la sanità pubblica, tutela tutti, insomma, anche all'interno dello stesso suo governo. Ma una cosa è dire, un'altra è fare.   
Dal momento che la legge di riforma 229 prescrive che i livelli minimi di assistenza vengano definiti di anno in anno, nella finanziaria, in base alle disponibilità esistenti,  la tutela sanitaria del cittadino non viene garantita una volta per tutte, ma torna sempre in discussione. Quindi il cittadino è, io credo, destinato a pagare sempre di più per la sanità, in particolare quella ambulatoriale.   
Allora i casi sono due: o chi lavora nella Sanità, medici e amministratori, è colpevole di gestire male le risorse, oppure c'è qualcuno che imbroglia.   
Sarebbe più corretto dire al cittadino che non è più possibile assisterlo come è stato fatto fino a qualche tempo fa.  

Cosa bisognerebbe fare, quindi?   

Si può, questo sì, ridurre la spesa sanitaria, e fornire, allo stesso tempo, assistenza completa solo a chi soffre di malattie fortemente invalidanti, le cui spese sono impossibili da sostenere per chiunque. In aggiunta a questo occorre incoraggiare l'adozione dell'assicurazione integrativa.   
Al contrario, si comprime la sanità pubblica, facendone pagare le conseguenze al cittadino, come succede, se vogliamo, anche per le pensioni. Razionare i finanziamenti alla Sanità  è un provvedimento che va contro la storia delle singole Sanità regionali.   
Secondo noi ci vorrebbe invece uno stato centrale leggero, che indicasse le linee generali, mentre le regioni dovrebbero attingere al loro prodotto interno lordo, ricevendo dallo stato solo una quota di solidarietà.   
Questo consentirebbe, tra l'altro, al cittadino di controllare molto meglio come vengono spesi questi soldi; oggi contrariamente non c'è un tavolo serio di trattativa regionale, e di fatto il governo centrale continua a controllare pesantemente l'azione degli assessorati regionali, come nel caso degli accreditamenti e della libera professione.  

Dove ci sono state anche delle disparità di comportamento...   

Esatto. Per esperienza so che di fronte a situazione identiche ci si comporta in maniera diversa. E questo crea incertezza tra i medici, il personale infermieristico e gli stessi pazienti.  

Come si può tentare di ricreare un clima di fiducia?   

Innanzitutto bisogna rimettere il medico al centro del sistema. In un'organizzazione sanitaria così notevolmente modificata occorre mettere più a contatto il territorio con la struttura sanitaria.   
Va integrata l'attività del medico di famiglia con quella del medico ospedaliero, senza pretendere per questo che esista un solo contratto per entrambe le categorie. Io questa la chiamerei “omogeneità dell'area medica”.  

E in secondo luogo?  

Stop alla concertazione ministeriale e dare l'avvio ad una trattativa seria sul federalismo regionale. Noi chiediamo un tavolo regionale  che dia delle regole vincolanti su alcuni punti e delle indicazioni su altri, un tavolo che possa poi verificare l'operato dei direttori generali e la loro congruità rispetto all'impostazione iniziale.   
Infine uno slogan: “pensione unica”, un solo istituto pensionistico per tutti i medici.   
Noi ospedalieri facciamo parte dell'ex CPS, che fa parte dell'INPDAP, ed è l'unica cassa che attualmente tiene in piedi tutto l'ente. Siamo molto preoccupati per le nostre pensioni e proponiamo che di esse si occupi invece l'ENPAM, l'Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Medica. Questo ci renderebbe molto più tranquilli.  

Cosa ne pensa dell'accorpamento dei ministeri, decretata dal governo recentemente?  

Questa è una delle poche cose in cui concordo con la Bindi nel sostenere che mettendo insieme il Ministero della Sanità con quello del welfare  si aggraverà ulteriormente la situazione della sanità pubblica.   
 Questo perché la spesa assistenziale avrà sempre la precedenza su quella sanitaria. Ancora una volta è una questione di chiarezza: proseguendo su questa strada il cittadino dovrà sempre fare più ricorso alle polizze integrative, siano esse per la tutela sanitaria o, nel caso dei fondi pensione, per la previdenza.      

Come vede la funzione degli  ospedali, dopo l'ultima riforma?  

Prima di tutto bisogna capire se c'è l'intenzione di trasformarli in strutture solo per malati acuti: se è davvero così, mi chiedo se ci sono le condizioni per dare inizio a questa trasformazione. In secondo luogo, visto che la riforma 229 comporta una pesante ristrutturazione dell'intero servizio sanitario nazionale, bisognerebbe investire.    
Ed invece, non solo mancano le risorse per nuovi investimenti, ma anche quelle per l'attività ordinaria.    
Occorrerebbe quindi ridistribuire la rete sanitaria ospedaliera, e questo sarebbe molto più fattibile a livello regionale che a livello centrale.  

Come ha intenzione di agire la CIMO di fronte alla perseveranza della Bindi nel portare avanti il suo progetto?  
Quello che chiediamo al ministro è il rispetto per le nostre posizioni. Se questo avverrà, anche noi rispetteremo l'azione del ministro.   
Tuttavia la riforma ormai è legge e anzi i prossimi decreti di attuazione, dal nostro punto di vista, potrebbero peggiorare la situazione.  

Del resto anche l'arma dello sciopero finisce col ripercuotersi su di voi, poiché il cittadino è portato a condannarla.  
Proprio così. Lo sciopero in Sanità è decisamente poco popolare. Comunque la storia dei medici in Italia non è una storia di scioperi, i quali vanno fatti con parsimonia, tenendo conto anche del danno economico per il medico.   
Ci sono altre misure efficaci contro i politici, ad esempio il coinvolgimento  dei cittadini su questioni come il rispetto, negli ospedali, della legge 626 sulla sicurezza, che se venisse sollevata con serietà potrebbe davvero mettere in crisi il sistema.  E' dovere della Cimo informare correttamente il cittadino, non tanto sulla Sanità di oggi, ma su quella con cui avranno a che fare domani. Visto che l'accesso ai mezzi di comunicazione di massa per noi non è agevole, oltre ad essere dispendioso, vorremmo trasformare tutte le stanze dei medici in strumenti di informazione. I sondaggi indicano che la gente non è scontenta dei medici ospedalieri, semmai dell'organizzazione generale dell'attività sanitaria.   
Un grosso problema, ad esempio, è quello della dirigenza medica, nel senso che ai dirigenti vengono assegnate pesanti responsabilità senza un reale potere operativo.   
Ci viene sempre chiesto di risparmiare, ma poi nessuno viene a chiederci se il rapporto qualità-prezzo delle prestazioni che forniamo è ottimale.  

La ringrazio per la sua disponibilità e le auguro buon lavoro per il suo nuovo incarico.   

Uno dei problemi - a nostro avviso -per la determinazione della spesa a livello sanitario è l'incompletezza, da parte dello Stato, nel fornire,  sia agli operatori sanitari sia ai cittadini,  l'esatto importo che questi ultimi versano annualmente allo Stato, versamenti effettuati con prelievi finalizzati su tutte le voci di spesa del cittadino.   
Non è matematicamente possibile analizzare un bilancio o preparare il budget senza avere le voci determinanti dell'attivo e del passivo.  
E' evidente che, quando si cerca di fare chiarezza sulla spesa sanitaria, su questo punto si alza un muro di omertà. Spesso dal bilancio della Sanità vengono prelevate dall'attivo cifre notevoli, che vanno a colmare i deficit degli altri settori.   
Per cui il nostro suggerimento alla CIMO si articola in due punti.   
Il primo è il recupero all'interno della classe medica, in particolare fra gli ospedalieri, dell'etica professionale e del rispetto verso il paziente, ripristinando la meritocrazia.   
Come secondo punto, bisogna pretendere, anche dai direttori generali, di fare del paziente il punto centrale dell'attività ospedaliera. Se l'etica e la professionalità venissero applicate costantemente, i problemi economici sarebbero senza dubbio superati.   
 
 

 

 

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