L' idea di poter trapiantare un segmento arterioso
con la finalità di riparare una lesione vascolare può essere
riferita a Carrel (1), ma le prime applicazioni cliniche si devono a Gross
(2), Oudot (3) e Dubost (4).
L'insuccesso dei primi trapianti vascolari si può attribuire a
due ordini di fattori e cioè all'espianto da cadavere e al fatto
di non aver contemplato la compatibilità relativa tra donatore
e ricevente.
Dopo alcuni anni, nel 1991 tale tecnica venne riproposta in termini diversi
soprattutto ad opera dei chirurghi vascolari francesi della Pitié-Salpètriére
dai Parigi che proposero il trapianto vascolare nei portatori di protesi
infette. I prelievi provenivano da donatori multiorgano con impianto immediato
o con conservazione a 4 gradi in RPMI (liquido di coltura cellulare) sino
a 30 giorni (5, 6, 7).
Questa nuova proposta
per il trattamento delle infezioni protesiche è stata accolta con
entusiasmo e messa in atto da alcuni chirurghi vascolari del nostro paese.
L'infezione rappresenta il 2 - 3% della chirurgia vascolare protesica
e soprattutto a livello aortico rappresenta un problema di non facile
soluzione (8).
Si tratta di pazienti in scadute condizioni generali per la presenza dell'infezione
determinante un quadro tossico spesso datante
da lungo tempo, con raccolte di pus nel cavo addominale che frequentemente
esitano all'esterno a livello inguinale.
In un terzo dei pazienti con infezione protesica (9) è presente
una fistola tra la protesi e l'intestino (frequente la II e la III porzione
duodenale) che si manifesta con imponenti emorragie. Il trattamento chirurgico
di questa patologia non può essere affrontato con il riposizionamento
di una nuova protesi perché trattandosi di materiale sintetico
(Dacron, P.T.F.E.) questo costituisce un terreno per il riproporsi dell'infezione.
Il trattamento antibiotico mirato, anche praticato in loco, può
dare qualche risultato solamente nelle infezioni a bassa carica microbica
e senza fistole paraprotesiche.
L'alternativa chirurgica messa in atto su larga scala è stata ed
è ancora l'estirpazione della protesi infetta, la chiusura del
moncone aortico e il confezionamento di un by-pass axillo mono o bifemorale,
talvolta popliteo. Con tale procedura esiste un tasso elevato di mortalità
e di amputazione di uno o entrambi gli arti. Sulla scorta di tali esperienze
è stato accolto con entusiasmo il trapianto di segmenti vascolari
da donatori multiorgano.
L'omotrapianto –
Organo o tessuto
Questo è stato il primo problema che
è stato affrontato in termini clinici e di ricerca presso il
Servizio di Chirurgia Vascolare dell'Università di Bologna.
In letteratura, nell'utilizzo di omoinnesti vascolari per infezione
protesica, è stata rivolta scarsa attenzione alla risposta immunologica
del ricevente, poiché si considerano i vasi, tessuti a bassa
antigenicità.
Infatti, la maggior parte degli Autori non rispetta, nella propria esperienza
clinica, alcuna compatibilità tra donatore e ricevente, sia nei
confronti del gruppo sanguigno (compatibilità ABO), sia nei confronti
di eventuali anticorpi preesistenti nel siero del ricevente (Cross-match).
In realtà, alcuni studi clinici hanno
riportato complicazioni tardive degli omoinnesti riferibili a fenomeni
di rigetto cronico. In particolare, la stessa scuola francese ha documentato,
nel 25% dei casi trattati, fenomeni di iperplasia miointimale, necrosi
della tonaca muscolare e infiltrazione infiammatoria avventiziale, aspetti
tipici del rigetto vascolare di organi parenchimatosi, ed in particolare
del rene (10).
E' stato documentato, infatti, che le cellule della parete vascolare,
come quelle endoteliali, ma anche le cellule muscolari lisce e i fibroblasti,
esprimono sia gli antigeni dei gruppi ematici (gruppi A, B, O), sia
gli antigeni di istocompatibilità maggiore, i cosiddetti antigeni
HLA (Human Leucocyte Antigens), capaci di innescare reazioni di rigetto
(11).
Studi sperimentali nel ratto hanno dimostrato che, dopo trapianto di
aorta si scatena, nel ricevente, una risposta immunologica che tende
ad aggredire le cellule estranee (12, 13). Dopo trapianto di aorta,
il sistema immunocompetente dell'animale ricevente riconosce gli antigeni
estranei al proprio patrimonio genetico,
rispondendo a tale stimolo attraverso una serie di reazioni immunitarie
che coinvolgono macrofagi, linfociti T, linfociti B e linfochine.
Le fasi precoci del rigetto sono caratterizzate da una prima risposta
immunologica di tipo cellulo-mediata, (macrofagi e linfociti T citotossici),
mentre più tardivamente prevale una risposta di tipo anticorpo-mediato
(linfociti B), anche se le due fasi del rigetto sono tra loro intimamente
collegate.
Le prime conseguenze della risposta immunologica del ricevente sono
rappresentate da una precoce scomparsa delle cellule endoteliali, fortemente
immunogene, primo bersaglio dell'aggressione cellulare diretta (citotossica).
Successivamente,
scompaiono progressivamente le cellule muscolari lisce, aggredite prevalentemente
con meccanismo anticorpale, cui fa seguito un assottigliamento della
tonaca media. L'ultima fase del rigetto è caratterizzata da una
proliferazione miointimale, composta da cellule del ricevente.
Dal punto di vista funzionale, nei vasi di grande calibro, la necrosi
della media, il suo assottigliamento e la sostituzione con tessuto fibroso
predispongono alla formazione di una dilatazione aneurismatica.
Al contrario, nei vasi di piccolo calibro, l'iperplasia miointimale
è responsabile di una progressiva riduzione del lume vasale.
Studi sperimentali hanno dimostrato che è possibile modulare
la risposta immunologica del ricevente attraverso farmaci immunosoppressori.
In particolare, la somministrazione di ciclosporina a basso dosaggio,
associata ad eparina a basso peso molecolare, protegge la parete dell'arteria
trapiantata dalla reazione di rigetto, attraverso una riduzione della
necrosi delle cellule muscolari ed una inibizione della iperplasia miointimale
(13, 14). Nella nostra esperienza, studi immunologici effettuati dopo
trapianto di aorta hanno documentato la presenza, nel siero del ricevente,
di anticorpi anti HLA.
In particolare, l'utilizzo di metodiche immuno-enzimatiche ha permesso
di identificare la specificità di tali anticorpi, dimostrando
che il paziente trapiantato sviluppa anticorpi rivolti specificamente
contro antigeni del proprio donatore (15).
Tale produzione anticorpale comincia intorno al 2o - 3o mese dopo il
trapianto ed aumenta progressivamente fino al 12o mese, nonostante la
somministrazione di ciclosporina (16).
In conclusione, gli omoinnesti arteriosi sono immunogeni ed inducono
nel ricevente una specifica risposta immunitaria cellulare ed umorale,
responsabile di fenomeni di rigetto.
Studi sperimentali e clinici inducono a considerare il trapianto di
vasi arteriosi omologhi come un trapianto d'organo parenchimatoso.
Per tale motivo siamo convinti che sia necessario almeno rispettare
la compatibilità di gruppo sanguigno ed effettuare il trapianto
in assenza di anticorpi preformati anti HLA nel siero del ricevente
(Cross-match negativo).
Il rifornimento – il donatore
Esistono in Italia due Centri di riferimento
per la donazione e trapianto di organi. L'A.I.R.T. che comprende le
Regioni Emilia Romagna, Toscana, Piemonte, Valle d'Aosta e Bolzano e
il NIT che comprende le Regioni Lombardia, Veneto, Friuli, Marche, Liguria
e Trento.
Il Servizio di Bologna fa riferimento all'A.I.R.T. che è
attrezzato in rapporto alle richieste (lista di attesa) a fornire in
tempo reale la sede dove è possibile l'espianto.
Il prelievo di segmenti vascolari fa più frequentemente riferimento
al tratto aorto bis-iliaco o bifemorale e in questa senso il segmento
prelevabile dovrebbe essere l'aorta addominale comprensiva della biforcazione
iliaca e delle due arterie femorali.
Al donatore multiorgano vengono prelevati di consuetudine i due reni,
il fegato e il cuore con i polmoni.
Questo permette il successivo trapianto su pazienti in lista per le
patologie relative. Il problema del prelievo del
segmento vascolare deve per tali motivi tenere conto di tali esigenze
e quindi non è sempre disponibile come modello anatomico.
Il segmento più difficile da ottenere integro è proprio
la biforcazione iliaca.
Per tale motivo si è frequentemente costretti a confezionamenti
estemporanei dei quali il più adoperato è il rifacimento
della biforcazione aortica. Si preleva l'arco aortico che viene suturato
ad un segmento di aorta toracica.
Il tutto viene ribaltato in senso distale e suturato il moncone aortico,
prossimale dell'arco, viene adoperata l'arteria anonima escludendo
la succlavia, e la carotide comune di sinistra (Fig. 1).
Questo confezionamento
ricostruisce così la biforcazione iliaca con un eventuale prolungamento
per le due femorali alle due carotidi comuni (Fig.2, 3).
Nel contempo vengono prelevati altri segmenti per eventuali by-pass
aorto renali. Altro problema tecnico è quello della eventuale
fistola aorto enterica. Il timing prevede in prima istanza la riparazione
della breccia duodenale con una resezione e una anastomosi intestinale
termino terminale.
Questo tempo precede l'impianto del trapianto in modo da evitare il
contatto del liquido duodenale e biliare con l'omograft.
L'impianto dell'omograft avviene con una sutura termino-terminale sul
moncone aortico residuo avendo l'accortezza di esporre anteriormente
il segmento di aorta toracica dove sono presenti le arterie intercostali
preventivamente legate.
La sutura in continua viene effettuata con filo 4/o. L'impianto distale
è condizionato dal precedente intervento e pertanto potrà
essere una anastomosi aorto-aortica, bis-iliaca o femorale mono o bilaterale.
E' sempre necessario evitare l'apposizione di angiostati sul segmento
vascolare per evitarne la frammentazione e pertanto è opportuna
una compressione manuale.
Effettuato l'impianto si procede al confezionamento di una gastro entero
anastomosi con il significato di non porre in tensione l'anastomosi
duodenale.
Frequentemente, e quando è possibile il trapianto viene protetto
con una omentopessi.
Un altro problema legato al prelievo è, oltre alla garanzia che
non esistono fattori di rischio come una positività all' HIV
o all' HCV o ad altre situazioni infettive trasmissibili al ricevente,
l'età del donatore.
Un segmento vascolare in preda ad una degenerazione arteriosclerotica
è da evitare per cui sono donatori probabili solo soggetti compresi
tra i 20 e i 30 – 40 anni, nei quali comunque deve essere valutata attentamente
la qualità delle pareti.
IL RIGETTO ACUTO
Tale eventualità non si è mai
verificata nella nostra esperienza e ciò è attribuibile
fondamentalmente al rispetto dei gruppi ABO, ed alla assenza di anticorpi
specifici nel siero del ricevente, contro antigeni del donatore (cross
match negativo).
Nella nostra prima esperienza di 10 trapianti di aorta è stata
impostata una terapia immunosoppressiva con ciclosporina che veniva
somministrata dosando nel sangue il livello del farmaco.
Tale comportamento non ha mai provocato complicazioni importanti ma
si è visto che la reazione immunitaria specifica compariva solo
dopo 3 mesi e pertanto attualmente esiste un gruppo di controllo senza
terapia immunosoppressiva.
IL RIGETTO CRONICO
Questa evenienza segnalata in letteratura a
distanza variabile di due anni non si è mai verificata nel gruppo
dei nostri pazienti.
Gli elementi che vengono segnalati come tipici del rigetto cronico sono
la trombosi del trapianto, le lacerazioni improvvise e le dilatazioni.
Nella nostra esperienza che comporta un follow-up sino a 50 mesi con
una media di 20 non si sono mai verificate tali complicazioni. I pazienti
vengono sottoposti a controlli periodici che comportano una ecografia
e una Tac a 6 mesi – 1 anno e una Tac spirale o angiografia nei casi
di innesto aorto femorale o con contemporanei by-pass aorto renali.
La pervietà a distanza è del 100% con scomparsa totale
della sintomatologia.
RISULTATI
L'esperienza attuale di 30 casi trattati permette
di fare alcune considerazioni su questa nuova tecnica del trapianto
vascolare. In questa fase l'indicazione è prevalentemente limitata
alle infezioni protesiche ma è sicuramente previsto in tempi
ristretti un allargamento della indicazione nei confronti dei traumi
vascolari, degli aneurismi infetti o infettivi, dei pazienti con potenziali
infezioni (diabetici) o con risorse immunitarie limitate (dializzati,
trapiantati).
E' stato anche dimostrato che attualmente tale terapia è gravata
da una mortalità elevata fondamentalmente legata alla presenza
della fistola aorto enterica che nella nostra esperienza rappresenta
il 56% dei casi.
La mortalità dei casi non complicati da fistola è sempre
nella casistica personale del 15% mentre solo al 56% quando è
presente una comunicazione aorto enterica.
Altro dato riferito anche dalla letteratura è il tipo di germi
presenti nelle infezioni.
Si tratta di Stafilococco aureo (43%), Escherichia coli (17%), Stafilococco
epidemidis (14%) e Pseudomonas (10%).
CONCLUSIONI
Indubbiamente il trapianto di segmenti vascolari,
soprattutto aortici, è ancora gravato da un tasso di mortalità
elevato, ma si tratta pur sempre di malati in gravi condizioni generali.
Per quanto riguarda il problema del trapianto in sé e per sé
siamo del parere che debba trattarsi di un trapianto d'organo con tutto
il problema immunitario che è certamente il tema della ricerca
futura.
L'approvvigionamento dei segmenti è difficile e il futuro è
rappresentato dalla crioconservazione su cui esistono ancora delle perplessità
relative alle modalità di esecuzione ma anche questo è
frutto di studio e di ricerca.
Massimo D'Addato
Direttore Dipartimento Scienze Chirurgiche
e Anestesiologiche
Università di Bologna
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