
Le cronache e anche alcuni
films ci hanno più volte posto di fronte a casi di persone mantenute
in vita grazie a raffinati strumenti di tecnologie mediche. Il dibattito,
fra coloro che sostengono le ragioni della lotta per la vita ad ogni costo
contrapposti a chi sostiene invece che non serve continuare con l'accanimento terapeutico,
ha assunto toni drammatici ed estremamente accesi facendone uno dei temi
più delicati della bioetica. Nelle interviste che abbiamo raccolto
appare evidente il contrasto fra due tipi di concezione etica della vita.
Da una parte si sostiene che siamo liberi di decidere quando e come porre
fine alla nostra esistenza, dall'altra prevale una concezione imperniata
sulla sua sacralità. Tuttavia il tema non è così semplice, dal momento che lo stesso concetto di accanimento terapeutico si presta a più interpretazioni e non può essere definito entro schemi precisi. “Leadership Medica” e "Leader for Chemist" in questo numero affrontano questi temi mettendo a confronto l'opinione di illustri studiosi appartenenti a differenti ambiti culturali. |
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Filosofo,
ha perfezionato gli studi in Bioetica presso l'Istituto Scientifico San
Raffaele e l'Università di Milano.
Dal 1990 svolge attività di ricerca
e didattica in Filosofia della medicina, Etica medica e Bioetica nei corsi
organizzati presso il San Raffaele e sta completando un Dottorato
in Bioetica presso l'Università di Genova.
I suoi principali interessi di ricerca riguardano l'etica della sperimentazione, l'eutanasia e, più recentemente, problemi etico-filosofici sollevati dalla genetica. |
| “Volere la propria morte per sfuggire alla sofferenza è un'illusione perché la sofferenza, se vissuta culturalmente, può essere affrontata.” |
| L.M. - Quali sono stati i casi di accanimento
terapeutico che hanno maggiormente fatto discutere?
Mordacci - Senza soffermarci sulle note vicende del maresciallo Tito e di Franco in Spagna, mantenuti in vita artificialmente per un certo periodo, vale la pena ricordare il caso di Nancy Cruzan accaduto negli Stati Uniti alla fine degli anni '70, una ragazza che, a seguito di un incidente d'auto, si è trovata in una condizione chiamata “ stato vegetativo persistente”.... L.M. - Vale a dire? Mordacci - È uno stato definito da cinque condizioni: non devono sussistere la capacità di coscienza e di rapporto interpersonale, la risposta volontaria di comportamenti e dotata di scopo a degli stimoli e la capacità linguistica e di comprensione, mentre devono essere presenti cicli di sonno e veglia intermittenti e manifesti e condizioni autonome del tono cerebrale e dell'ipotalamo sufficientemente preservate. L.M. - Veniva cioè mantenuta in vita in stato di alimentazione e idratazione artificiale... Mordacci - ....ma senza che fosse sempre necessario l'uso del respiratore artificiale. Per decidere se continuare o meno la cura si decise di ricorrere alla magistratura e la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì di interrompere il trattamento sulla base del fatto che esisteva una testimonianza secondo la quale la ragazza aveva espresso in precedenza la volontà di non continuare a vivere se si fosse trovata in una condizione del genere. L.M. - L'elemento fondamentale della decisione è stato dunque quello della volontà, un criterio che però non è sempre applicabile dal momento che a volte non è possibile risalire alla volontà di una persona, se non può più esprimere il proprio pensiero. Mordacci - Che lo “stato vegetativo persistente” costituisca un caso di accanimento terapeutico a mio avviso è comunque discutibile. Bisogna effettuare delle distinzioni. Esistono situazioni in cui si attuano terapie assolutamente inutili, come nel caso di tumori o di terapie intensive. Fin dagli anni Cinquanta vi è la tendenza ad applicare delle terapie anche quando queste non hanno più valore terapeutico. In questo caso l'espressione accanimento terapeutico è appropriata, così come si parla di lassismo terapeutico quando le cure sono insufficienti di fronte ad una determinata patologia. L.M. - Anche se molti si schierano contro l'accanimento terapeutico però è innegabile, come lei stesso ha sostenuto, che la tendenza della medicina è portata verso questa prassi. Mordacci - Certamente, perché nella coscienza contemporanea vi sono tre momenti che vanno tenuti ben presenti. Il primo è l'imperativo tecnologico. Quando ci sono le macchine si devono usare. Il secondo è dato da una sorta di cattiva coscienza, vale dire dall'idea che non possiamo permettere che la morte arrivi e dobbiamo fare tutto il possibile perché ciò non avvenga altrimenti ci sentiremmo in colpa. Il terzo è il paternalismo. L'idea che siamo noi a dover decidere per gli altri. Un concetto al quale ha reagito il movimento per l'eutanasia, che sostiene che invece è il paziente che deve decidere. L.M. - Il concetto che siamo liberi di stabilire quando morire... Mordacci - In realtà tale modo di pensare è equivoco. Volere la propria morte è nella maggior parte dei casi il segnale di qualcosa d'altro. Il desiderio di una vita con gli altri che non sia segnata dall'aggressione. La medicina, le macchina, gli ospedali costituiscono in realtà proprio quell'aggressione a cui si vuole sfuggire. Volere la propria morte per sfuggire alla sofferenza è un'illusione perché la sofferenza, se vissuta culturalmente può essere affrontata. L.M. - Quale è stata la posizione della Chiesa cattolica di fronte all'accanimento terapeutico? Mordacci - Papa Pio XII ne aveva parlato negli anni '50 durante
un discorso agli anestesisti e ai rianimatori.
L.M. - C'è stato in seguito un cambiamento di posizione? Mordacci - Oggi la Chiesa preferisce parlare di trattamenti
“sproporzionati” e “proporzionati”, proprio perché non può
esistere una lista oggettiva da applicare ogni volta, ma i casi vanno analizzati
singolarmente. Ogni situazione clinica va giudicata nella sua specificità.
Il principio rimane comunque il medesimo. Del resto io mi riconosco in
questa posizione cattolica, anche se, proprio per la natura della parola
“accanimento” - che richiama un concetto negativo - tutti,
anche i laici sono contrari a questo tipo di trattamento.
L.M. - Torniamo ancora al caso con il quale lei ha iniziato quest'intervista: vale a dire quello di risalire alla precedente volontà del paziente. Mi pare che la magistratura a volte è andata al di là di questo punto di vista. Mordacci - Lei si riferisce al caso del diciassettenne Tony Bland, il tifoso del Liverpool che durante una partita di calcio, il 15 aprile del 1989, è stato travolto dalla folla. La Camera dei Lords, ultimo grado della magistratura inglese, stabilì che le cure di alimentazione, idratazione e respirazione artificiale non apportavano alcun beneficio e dovevano essere interrotte, anche in assenza di una specifica volontà della persona. La sentenza è importante perché fissa un principio: quello della qualità della vita. La vita, secondo quanto affermato dai giudici inglesi, non vale la pena di essere vissuta se la sua qualità è scadente. Non posso accettare un'affermazione di questo genere. Come si fa a dire che la vita può essere accettata solo se esprime una certa qualità? Se è piacevole? La vita ha una sua sacralità e non deve essere l'uomo a decidere se accettarla o meno, tant'è che anche di fronte al suicidio non possiamo dire quello che è passato nella mente di un uomo che ha deciso di farla finita. Persino la Chiesa rispetta un suicida, nel senso che gli concede sepoltura religiosa. Ma il rifiuto della sofferenza ci riporta a un problema morale, un problema di fede che non si può far finta di ignorare. |
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Nato
a Treviso nel 1940. Laurea presso l'Università “La Sapienza” di
Roma e perfezioonamento in Filosofia presso lo stesso Ateneo nel 1968.
Docente presso l'Università di Siena dal 1974 al 1986 prima di Storia della filosofia moderna e poi, dal 1981, come ordinario, di Filosofia Morale. Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Siena dal 1984 al 1986. Professore ordinario di Storia della filosofia morale presso il Dipartimento di studi filosofici ed epistemologici dal 1986 ad oggi; Presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica dal 1992 al 1994. Membro del Comitato Nazionale di Bioetica. Membro del Comitato direttivo della “Rivista di filosofia”. E' autore e curatore di numerosi volumi, nei quali in particolare affronta le tematiche relative all'etica e alla morale. Sua ultima pubblicazione è “Bioetica, le scelte morali” (Laterza, 1999). |
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| L.M. - Quale definizione di accanimento terapeutico
è secondo lei la più appropriata?
Lecaldano - Possiamo riferirci alla definizione del filosofo tedesco Hans Jonas per il quale si ha accanimento terapeutico quando un paziente moribondo viene passivamente sottoposto alle tecniche delle medicina moderna volte a prolungare artificialmente la vita. L.M. - Qual è il suo punto di vista sull'opportunità di continuare - a volte in maniera esasperata - queste tecniche? Lecaldano - Bisogna intanto prendere atto che non esiste nessuna posizione etica che in realtà è a favore dell'accanimento terapeutico. La stessa espressione del resto, anche dal punto di vista meramente linguistico, è negativa. Nessuno può approvarla. Non bisogna però farsi ingannare da tale presa di posizione contraria. Bisogna andare invece al di là della forma e vedere se dietro questa posizione comune sussistono delle differenze e bisogna inoltre considerare chi decide se ci si trova di fronte a una situazione di accanimento terapeutico e cosa si può fare per evitarla. L.M. - Professore, lasciamo perdere per un momento la condizione che si può considerare tipica: quella della persona che a seguito di un incidente stradale viene tenuto in vita artificialmente.Affrontiamo invece la situazione in cui un paziente, nonostante sia affetto da una malattia inguaribile, continua ad essere curato con terepie anche dolorose. Sono casi frequenti. Configurano, secondo lei, l'ipotesi di accanimento terapeutico? Lecaldano - Io credo che siano i malati stessi a decidere se si sentono o meno sottoposti ad un accanimento terapeutico. Ma da questo punto di vista diventa chiaro come quell'accordo,del quale prima parlavamo,è in realtà in accordo di facciata, non di sostanza.Non tutti accettano infatti questa interpretazione. Molti ritengono che spetta ai medici stabilire quando ci si trova di fronte ad una situazione di accanimento terapeutico e non i pazienti. L.M. - Ci troviamo di fronte a strategie, ad etiche diverse... Lecaldano - Da una parte vi è l'etica della disponibilità della morte da parte di ciascuno di noi e quindi della libertà della persona, del malato di decidere quando non vuole più sottoporsi a cure che per lui sono forme di accanimento terapeutico inutile. Dall'altra vi è l'etica che nega la disponibilità del proprio corpo, l'etica che sostiene che la morte è un processo naturale, che bisogna attendere e via dicendo. L.M. Ma se noi siamo liberi di stabilire cosa fare delle nostra vita, vale a dire se chiedere di interrompere le cure per evitare la sofferenza, allora siamo vicini al concetto di eutanasia. Lecaldano - Nel momento in cui noi stabiliamo che siamo liberi
di decidere della nostra vita possiamo trovare svariati casi.
L.M. - Devo fare anche a lei una domanda già posta ad altri intervistati. Non pensa che la tendenza della medicina, al di là delle opinioni filosofiche, sia invece quella di insistere sull'accanimento terapeutico? Lecaldano - Non vorrei fare delle affermazioni di fatto che può fare meglio un sociologo della medicina. Io penso che non si può assolutamente accettare che la morte venga “espopriata” dal potere medico. Ma bisogna essere chiari. Chi fa di tutto per tenere in vita una persona con le macchine non è un difensore del concetto della morte naturale, ma sostituisce questo concetto col potere delle macchine. E su questo punto sono d'accordo anche coloro che sostengono che la vita non è nella disponibilità dell'individuo e quindi neppure è in balia del potere della medicina. L.M. - Professore a lei che è l'autore di un libro “Bioetica, le scelte morali”, edito da Laterza, non posso non chiedere quale sia l'aspetto della bioetica che si presenta più delicato nel futuro. Lecaldano - Quelle della bioetica sono tutte questioni importantissime
che richiedono una crescita delle persone che se ne occupano.
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Nato
a Roma nel 1946, si è laureato in giurisprudenza ed ha successivamente
insegnato nelle Università di Lecce, Urbino e Catania; dal 1990
è Ordinario di Filosofia del Diritto alla Facoltà di Giurisprudenza
dell'Università di Roma “Tor Vergata”. Insegna altresì Bioetica
alla LUISS di Roma. E' membro del Consiglio Scientifico dell'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana e, a partire dalla sua istituzione nel 1990,
del Comitato Nazionale per la Bioetica, di cui è diventato Presidente
nel 1995, per diventare nel 1999 Presidente Onorario.
E' autore di quasi trecento pubblicazioni. Tra i suoi libri più recenti: “Filosofia del diritto” (1997), “Bioetica” (1998), “Linee di una filosofia della famiglia” (1999), “La sanzione nell'esperienza giuridica” (1999). |
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| L.M. Nel discutere di accanimento terapeutico
anche coloro che sostengono la tesi che l'uomo è libero di disporre
della propria vita sottolineano le difficoltà che si incontrano
nell'applicazione pratica di una normativa liberale. Qual è la sua
opinione?
D'Agostino - Non esiste e non deve esistere, a mio avviso, una
norma specifica per situazioni del genere, che sono sempre situazioni di
tipo estremo.
L.M. - La precisazione dell'accanimento terapeutico da lei fatta è chiara. Ma cosa pensa di quelle terapie dolorose praticate a coloro che sono colpiti da una malattia considerata incurabile, penso, per fare un esempio, alla chemioterapia per certi tumori? Si può anche in questo caso parlare di accanimento? D'Agostino - Sicuramente no. Ma vorrei chiarire il mio pensiero. Se la chemioterapia è al di fuori di qualunque protocollo convalidato e praticato, se la chemioterapia è imposta arbitrariamente dal medico al paziente, senza che ci siano in quel caso concreto riscontri o benefici, seppure parziali,si deve parlare di accanimento terapeutico. Ma sarebbe meglio dire una pratica medica incongrua, una “mal practis”. Anche quando non ci troviamo di fronte a una situazione di malattia terminale, se il medico bombardasse il paziente con dei farmici che non sono indicati o non sono convalidati dalla comunità scientifica internazionale per quel caso concreto, si comporterebbe in maniera non deontologica,compierebbe un atto medico indebito, anche penalmente perseguibile. Allora il vero problema è di vedere se la chemioterapia per certi malati in certe condizioni rientra nei normali protocolli di trattamento o meno. Questo è per me il modo corretto d'impostare la questione. L.M. - C'è una tendenza etica che oggi insiste sulla libertà di decidere dell'uomo o dei giudici di disporre o meno della vita. Cosa pensa nel merito? D'Agostino - Un problema è quello della disponibilità delle vita altrui, un altro è quello della disponibilità delle propria vita. Nel primo caso si aggiunge sempre una formula del genere: “se la qualità della vita è crollata o è andata completamente perduta.” Nell'altro caso - quando cioè si parla della disponibilità della nostra vita - il riferimento alla qualità della vita è più debole. Si dice che in fondo è il soggetto stesso che decide e chi meglio di lui può farlo? Allora tenendo separati questi due tipi di problemi, nel primo caso emozionalmente possiamo capire quando qualcuno dice: preferisco uccidere questo malato terminale che soffre terribilmente. È straziante vederlo soffrire. Ma si tratta di atteggiamenti emozionali. Se una legge regolamentasse una tale situazione ci troveremmo di fronte ad un sistema giuridico che darebbe a qualcuno il potere di vita e di morte su altri a partire da un giudizio sulla qualità di vita altrui che in definitiva può essere facilmente manipolato o arbitrariamente elaborato. L.M. - Mi può fare qualche esempio? D'Agostino - Pensiamo all'enorme problema degli handicappati. Chi di fronte a uno di loro a volte non si sente prendere una stretta al cuore al pensiero che la sua vita è così tragica? Ma coloro che hanno esperienza quotidiana con loro, vale a dire i parenti, i familiari, sono i primi a difenderli. Quello che emozionalmente appare agli estranei insopportabile, da altri è visto in un ottica completamente diversa. La qualità della vita insomma non è una categoria oggettiva, ma facilmente deformabile da fattori emotivi. Se la legge facesse riferimento alla qualità della vita, affiderebbe a dei medici - e non si capisce perché proprio a loro: i medici non sono superuomini né hanno poteri particolari - il compito di emettere sentenze di vita e di morte su altre persone. L.M. - E l'esempio dell'Olanda che viene citato come paese all'avangardia per questo tipo di legislazione? D'Agostino - Ricordiamoci che in Olanda il 25 per cento dei casi di eutanasia riguarda i malati mentali. Allora non si parla mai abbastanza del fatto che quel malato mentale che non può sposarsi, che non può fare testamento perchè sarebbe giuridicamente nullo, può però chiedere l'eutanasia e gli verrebbe praticata. È un'aberrazione che altera la categoria di un malato mentale, un soggetto che invece deve essere difeso. L.M. - Professore ma se è il soggetto stesso a chiedere la sua morte? D'Agostino - È un un grosso sofisma. Quelli che lo sponsorizzano dovrebbero avere il coraggio di arrivare alle ultime conseguenze. Mi spiego. Se un soggetto affetto patologie come la nevrosi o patologie invalidanti ma non terminali chiede l'eutanasia bisognerebbe andare fino in fondo, essere coerenti e praticargliela. Non ho mai trovato nessuno che sapesse ripondermi su questo punto. L.M. - E se la richiesta di morire proviene da un matato terminale? D'Agostino - Non nego che in casi estremi il malato terminale possa davvero morire. Ma abbiamo una documentazione ormai imponente di carattere psicologico che ci fare vedere le richieste di eutanasia dei malati terminali in una prospettiva molto diversa da quella comune. Molte volte la richiesta del malato terminale è cifrata. Vuole esere accudito, non vuole essere lasciato solo, vuole avere vicino i suoi parenti. Se ciò non è concesso, il malato dice che preferisce morire. Se c'e un sistema sanitario che non consente tutto ciò, anche per un fattore economico, la risposta del malato è prevedibile. Ma allora qui non c'entra nulla il concetto dell'autonomia della persona. Qui accettamo una mistificazione. Accettiamo una richiesta di eutanasia senza avere l'onesta intellettuale di ragionarci sopra. Sono fattori esterni come la solitudine a provocare la richiesta del malato di morire. Legalizzando l'eutanasia volontaria realizziamo una scorciatoia perversa. Invece d'investire nella solidarietà verso i malati in termini economici e umani, stacchiamo la spina perchè risparmiamo su tanti fronti. Ci sono, è vero, dei malati che in casi estremi vogliono morire, non nego che l'eutanasia sia in qualche caso giustificabile, dico invece no alla legge per regolarla, che diverrebbe uno strumento perverso di eliminazione di soggetti economicamente costosi. |
| Commento del direttore
Nelle interviste che abbiamo raccolto appare evidente il contrasto fra
due tipi di concezione etica della vita.
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