DICEMBRE 1998

 

                                                      
I nazionalismi rappresentano la vera minaccia 
alla stabilità all'alba del Terzo Millennio
 
 
  Uno, dieci, cento Kurdistan: questo sembra essere il destino del mondo nel nuovo millennio. Ovunque uno rivolga lo sguardo, vede spuntare nuovi nazionalismi, sempre più arrabbiati, sempre più dotati di armi e mezzi, sempre più decisi a conquistarsi un posto al sole. Il fattore etnico, che secondo la dottrina marxista sarebbe stato addirittura destinato all'estinzione, sta invece assumendo una parte sempre più importante nella geopolitica, ed è all'origine di quasi tutte le turbolenze dell'era postbipolare. Per adesso ha scatenato soltanto guerre e guerriglie a carattere locale, che il concerto delle grandi potenze è riuscito in qualche modo a circoscrivere. Ma il timore che uno di essi possa sfuggire di mano e innescare una spirale di conflittualità non più controllabile deve essere tenuto sempre presente perché, come ha dimostrato anche l'affare Ocalan, è facile trovare chi gioca irresponsabilmente con questi fenomeni senza valutare le conseguenze delle proprie azioni. Il caso del Kurdistan è particolarmente istruttivo, perché rivela come nel mondo odierno problemi latenti per secoli, già emersi in epoche lontane e poi temporaneamente rimossi, possono tornare alla ribalta con una grande carica esplosiva. Quarant'anni fa, la voce “Kurdistan” del Dizionario enciclopedico italiano recitava così: “Regione costituita all'incirca dalla parte montuosa dell'Anatolia orientale, che comprende il bacino superiore dei fiumi Tigri ed Eufrate......Il Kurdistan non forma un'unità politica, ma è suddiviso tra Turchia, Iran ed Iraq: Perciò fu spesso detto “la Polonia del Vicino Oriente”. Nell'impero musulmano I Curdi hanno sempre rappresentato un elemento inquieto e turbolento, che seppe presto assicurarsi una semindipendenza dal potere centrale e fornì milizie a molte dinastie islamiche.....Tra la fine del secolo XIX e i primi decenni del XX il Kurdistan fu agitato da conati di indipendenza, entro il moto delle nazionalità oppresse dall'impero Ottomano, ma nella sistemazione del primo dopoguerra esso fu spartito fra Turchia, Iran ed Iraq (la Siria, evidentemente, è stata dimenticata dall'estensore- ndr). Un processo di assimilazione più o meno violento in tutti tre questi Paesi ha fatto sì che la questione del Kurdistan sia oggi praticamente sparita dal campo internazionale”. Sparita, in realtà, non lo è mai, perchè il “processo di assimilazione” avviato da Ankara, Teheran e Baghdad non è riuscito, e i clan curdi, organizzati su un modello ancora semifeudale, hanno continuato a recitare una parte importante sulla scena mediorientale, destabilizzandola con le loro rivendicazioni, le loro rivolte, ed i loro continui voltafaccia. La mancanza di unità, tuttavia, ha fatto sì che la causa dell'indipendenza curda non abbia fatto grandi progressi. Alcuni si sono alleati con l'Iran contro l'Iraq, altri con l'Iraq contro l'Iran, altri ancora si sono messi al servizio dell'Unione Sovietica in funzione antiturca. Per conto di Mosca ha lavorato senz'altro, almeno fino all'inizio degli anni Novanta, il PKK di Abdullah Ocalan, di stretta osservanza marxista-leninista, che infatti oggi si ritrova abbastanza isolato in una galassia di movimenti che preferiscono tentare di ritagliarsi il loro spazio approfittando della crisi irachena. Proprio in occasione della vicenda Ocalan, e sull'onda di una solidarietà di maniera, in Italia si è fatto un gran parlare della necessità di lanciare una conferenza internazionale sul problema curdo, con l'obbiettivo di dare finalmente una patria a questo popolo di circa 25 milioni di individui che - in tutta la sua storia - non l'ha mai avuta. Ma, a un esame più serio, il problema appare di difficile, se non impossibile soluzione. Se i curdi iracheni possono sperare, alleandosi con gli Stati Uniti contro Saddam Hussein, di consolidare almeno quella autonomia (ormai protetta e riconosciuta anche dall'ONU) che hanno conquistato dopo la guerra del Kuwait, per quelli turchi, siriani ed iraniani le prospettive rimangono grigie. L'idea di riunirsi tutti intorno a un tavolo e ridisegnare la mappa del Medio Oriente, convincendo alcuni dei più agguerriti (e solidi) stati nazionali della regione a rinunciare a una parte strategica del proprio territorio non sta - evidentemente - nè in cielo nè in terra. Ma il fatto che tanti ne abbiano parlato ha certamente incoraggiato I movimenti separatisti e di riflesso irrigidito i rispettivi governi, che non sono disposti ad accettare interferenze in quello che considerano un affare interno. Il prepotente ritorno alla ribalta del problema curdo aggiunge una nuova incognita alla equazione mediorientale, proprio nel momento in cui quello palestinese sembra avviato a una sia pure lenta e travagliata soluzione. Esso è particolarmente pericoloso, sia per la consistenza numerica del popolo curdo, sia per le sue tradizioni guerriere (il curdo più famoso della storia fu il Saladino), sia per la presenza nelle terre contese di grandi riserve di petrolio. Ma, come si diceva all'inizio, i popoli alla ricerca di una patria fanno sentire la propria voce in tutto il mondo: e bisogna dire subito che il fenomeno si manifesta sia negli Stati totalitari, che soffocano anche con la forza ogni pretesa di autonomia, sia negli Stati democratici, che hanno cercato di venire incontro in tutti i modi alle richieste delle minoranze e hanno limitato la repressione al minimo indispensabile. In Europa abbiamo - sotto questo rispetto - due classici: il problema basco e il problema kossovaro. Dopo il ritorno alla democrazia, la Spagna ha cercato di soddisfare il nazionalismo basco, che ha profonde radici nella storia e una certa giustificazione etnica, culturale e linguistica, concedendo alle cinque provincie del nord-est una forma di autogoverno molto articolata. Una buona parte della popolazione se ne è accontentata, e le tensioni si sono senz'altro allentate rispetto ai tempi di Franco. Ma l'appetito vien mangiando, e, mentre gli irriducibili dell'ETA proseguono nella loro campagna terroristica, i cosiddetti moderati che siedono al governo a Vitoria avanzano sempre nuove rivendicazioni. Trovare un punto di equilibrio tra le esigenze di Madrid, che deve contenere le forze centrifughe, e quelle dei nazionalisti che hanno come obbiettivo finale una indipendenza mai conseguita nel corso della storia appare tuttora più difficile della quadratura del cerchio. Opposto è stato l'andamento della vicenda kossovara: ai tempi di Tito, gli albanesi della provincia godevano, sia pure nella cornice totalitaria della Repubblica federativa jugoslava, di una certa autonomia. La pentola, in realtà, continuava a bollire, ma in qualche modo il coperchio teneva. Quando la Jugoslavia si è sfasciata, e gli albanesi hanno a loro volta rialzato la testa nella speranza di approfittare del caos per migliorare la propria situazione, Milosevic ha tentato la soluzione del pugno di ferro, revocando lo statuto dell'autonomia e imponendo una specie di regime di occupazione militare. Forse, una volta, avrebbe potuto funzionare. Ma dopo essere intervenuto in Bosnia, l'Occidente non poteva permettere un bis di quella tragedia 200 chilometri più a sud e ha cercato di mettere uno stop al conflitto. Se, sotto la minaccia permanente dei bombardamenti NATO, i serbi faranno concessioni sufficienti per sedare la rivolta albanese rimane da vedere, ma non bisogna farsi illusioni: anche in questo caso ci troviamo di fronte a un conflitto che ha le sue radici nella storia, che in questo fine millennio ha trovato il clima favorevole per ritornare alla superficie e che rimane di quasi impossibile soluzione. Come nel caso dei Curdi, c'è chi si fa paladino della nascita di una “Grande Albania”, che comprenda il Kossovo stesso e una parte della Macedonia. Ma l'esercizio di ridisegnare le frontiere su basi etniche non è meno difficile nei Balcani che in Medio Oriente, e - a parte la sua discutibile valenza etica nessuna diplomazia appare oggi disposta a cimentarvisi. Un aperto appoggio alle aspirazioni nazionali dei kossovari da parte dei custodi dell'ordine mondiale potrebbe, oltre tutto, costituire un precedente assai insidioso in almeno quattro dei cinque continenti. Ecco, in estrema sintesi, una mappa dei conflitti “nazionali” più seri, con cui dovremo misurarci nei prossimi anni. AMERICA La lotta del Quebec francofono per ottenere l'indipendenza dal Canada anglofono si protrae ormai da diversi decenni. Ai problemi linguistici e culturali se ne mescolano altri politici ed economici, per cui l'autonomia non si è rivelata una soluzione soddisfacente. Nell'ultimo referendum, i secessionisti del Parti Québecois sono andati a un soffio dalla vittoria, e tutto lascia credere che al prossimo tentativo ce la faranno. Lo scontro, per fortuna, è sostanzialmente pacifico, ma il trauma di una divisione del Canada tra inglesi e francesi, in un momento in cui le rispettive “madrepatrie” sono sempre più vicine sotto l'ombrello dell'Unione Europea, sarebbe egualmente fortissimo. EUROPA A parte il problema basco e quello irlandese (che appare peraltro, quasi miracolosamente, in via di soluzione), la polveriera sta a Est: non solo nell'ex Jugoslavia, dove la traumatica dissoluzione del 1991 ha riaperto tutte le vecchie ferite, ma anche in Romania, dove la minoranza ungherese della Transilvania scalpita alla ricerca di una maggiore autonomia, e soprattutto in Russia, dove la riuscita rivolta dei Ceceni potrebbe essere solo l'antipasto di una specie di “vendetta etnica” contro l'imperialismo del Cremlino. In agguato ci sono Tartari, Bashkiri. Osseti e altri popoli semisconosciuti che sono riusciti a mantenere una propria identità e che presto o tardi non si accontenteranno più della autonomia un po' fittizia di cui godono oggi. ASIA In un continente con una storia estremamente tormentata, caratterizzata da invasioni e controinvasioni, da conflitti etnici e religiosi, da una grande densità abitativa e da una altrettanto grande volatilità, il germe del nazionalismo trova ovviamente un terreno favorevole. Oltre che con la questione curda, dobbiamo misurarci oggi con la spietata guerra civile dello Sri Lanka, dove Cingalesi e Tamil si combattono ormai da vent'anni, con la rivolta della Timor orientale (ex portoghese e cattolica) contro l'Indonesia musulmana, con la lotta dei musulmani di Mindanao per secedere dalle Filippine, con i tormenti di una India multietnica e divisa tra Hindu e Musulmani che non riesce a trovare il suo equilibrio, con l'eterna battaglia delle tribù nel Nord - Karin, Shan, Kachin, Mon - contro il governo birmano di Rangoon. Sono in gran parte conflitti endemici, che l'Occidente tende, per così dire, a rimuovere e che perciò non costituiscono una seria minaccia per la stabilità. Le cose cambierebbero se dovesse esplodere il Tibet, occupato dalla Cina dopo la seconda guerra mondiale ma tutt'altro che rassegnato al suo status. Grazie anche all'opera del Dalai Lama, la causa del Tibet gode di forti appoggi mediatici in Occidente e difficilmente il resto del mondo potrebbe stare a guardare di fronte a una repressione dura da parte di Pechino. AFRICA I conflitti etnici e tribali che affliggono il continente nero sono talmente numerosi, che è quasi impossibile farne l'elenco. Alcuni hanno un impatto internazionale, nel senso che hanno coinvolto i vicini o richiesto addirittura l'intervento delle Nazioni Unite, altri hanno carattere più circoscritto e si limitano a sconvolgere i singoli Paesi. Secondo i terzomondisti, la responsabilità di una parte di questi conflitti ricade sugli europei, che nel corso della spartizione dell'Africa disegnarono confini che separavano tribù amiche e costringevano alla convivenza tribù nemiche. Questi confini, come è noto, furono mantenuti anche con la decolonizzazione, perchè I nuovi governi africani temevano che - accettando di ridisegnarli - avrebbero aperto un vaso di Pandora di scontri. Se, in alcuni casi, questa scelta “conservatrice” ha funzionato, in altri è stata devastante. Così, il Sudan è dilaniato da trent'anni da un feroce conflitto tra il nord arabo e il sud negro, Ruanda, Burundi e Congo sono diventati il teatro permanente della guerra tra Tutsi e Hutu, l'Angola è da vent'anni in preda a una guerra senza quartiere tra le tribù della costa e quella dell'interno, assurdamente travestita da conflitto ideologico tra l'MPLA “comunista” e l'UNITA “filoccidentale”. C'è stato un momento, dopo la fine della guerra fredda, in cui l'Occidente si è ritenuto in dovere di intervenire in questi conflitti per ragioni umanitarie: sono così nate le spedizioni internazionali in Somalia, in Liberia e le varie missioni pacificatrici dell'ONU in Mozambico, Angola, Ruanda e numerosi altri Paesi. A un certo punto, si era addirittura ipotizzato un ritorno ai vecchi mandati, una specie di messa sotto tutela permanente dei Paesi più a rischio: ma, dopo il fallimento della Somalia, questa tendenza è rapidamente rientrata, e oggi l'orientamento prevalente è di lasciare cuocere l'Africa nel suo brodo. Sempre che non scoppi la mina Sudafrica, dove un conflitto etnico tra le varie tribù nere, la minoranza bianca e quella indiana avrebbe fatalmente ripercussioni - anche economiche - nel mondo intero. Istintivamente, molti tendono a parteggiare per i cosiddetti “popoli oppressi”, contro l'ordine costituito. A parte il fatto che non tutte queste cause sono buone, e che coloro che danno fuoco alle polveri non sono sempre patrioti al di sopra di ogni sospetto, la prudenza in questi casi dovrebbe essere d'obbligo. Come nel gioco degli scacchi, ogni iniziativa avventata può infatti diventare un boomerang.

 

 
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