Puo` sembrare che il nostro bisogno primario sia la fantasia. Lo si capisce dai titoli dei giornali e dalle interviste. I politici chiedono “uno sforzo di fantasia” per affrontare la massa dei problemi che incombono. 
Gli economisti sostengono che senza fantasia non si uscirà dalle crisi che attanagliano il pianeta. La fantasia affiora  nei discorsi degli imprenditori e dei sindacalisti. Gli uomini dell’alta finanza, i manager, la gente che vive fra telex e cervelli elettronici, tutti sono concordi nel dichiarare che forse si potrà venir fuori dai vari tunnel nei quali ci siamo cacciati (recessione, crescita della popolazione mondiale, disastri ecologici...) a patto che si impieghi “un po’ di fantasia”. Torna d’attualità una massima di Montaigne: “Una forte fantasia genera l’avvenimento”.
Il fenomeno sorprende. Eravamo fermi a quel che scrisse poco prima di morire (era il 1972) Dino Buzzati in un racconto: “Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace”. Eravamo fermi anche ad altre convinzioni. Nelle scuole, fin dai primi anni delle elementari, il tema di fantasia è negletto: pochi hanno ascoltato uno straordinario poeta come Gianni Rodari (1920-1980) che suggeriva di dare componimenti sul tipo di “che cosa succederebbe se il nonno diventasse un gatto” o “che cosa succederebbe se la tua città si mettesse improvvisamente a volare”. Nelle scuole si preferisce educare alla realtà.
Non dico che con le “ipotesi fantastiche” suggerite da Rodari si possa costruire molto. 
La civiltà, del resto, è stata un continuo massacro della fantasia. L’esempio massimo è quello degli astronauti che hanno ucciso l’Ippogrifo mettendo piede sulle sabbie della Luna. Memoria, sogni, amore, poesia, sesso, deserti, foreste, oceani, tutto è stato ridotto a tavole pitagoriche, a carte millimetrate, a schede per computer. 
C’è una chimica delle emozioni e un’anatomia dei sentimenti, una fisica del divino e un’ottica dei ricordi. Basti pensare all’azione dei mass-media. L’uomo è condannato alla fantasia, di sera in sera, di giorno in giorno. La fantasia non è più la sua scelta, il suo rifugio o il suo tonico personale e segreto, ma un programma a ore fisse sui canali della televisione.
Il grande romantico tedesco Novalis (1772-1802) scrisse: “Le ipotesi sono reti: tu getti la rete e qualcosa prima o poi ci trovi”. 
D’accordo: le reti si possono ancora gettare. Ma che cosa si trova sul fondo? Non le squame d’argento delle sirene o un’incantata polena o un segno qualunque che scardini la dura realtà.
Facciamo un’ipotesi a caso, come voleva Novalis. Proviamo a pronunciare la parola “fantasia” in un gruppo di amici un po’ avanti con gli anni. Con novanta probabilità su cento, la prima reazione che essa provocherà sarà quella d’essere subito abbinata all’omonimo (e bellissimo) film a cartoni animati di Walt Disney, prodotto nel 1940. 
Che cosa dimostra questa reazione? Dimostra che ci si orienta ormai per l’immaginazione esercitata da altri, per un prodotto di perfetta confezione, come appunto il film di Disney, che continua ad essere riproposto a quasi sessant’anni dalla sua uscita.
 

La fantasia dovrebbe essere soprattutto il senso della lontananza : qualcosa di assimilabile alle oasi, all’Atlantide, al continente sepolto o alla cattedrale sommersa, niente di raggiungibile seguendo gli itinerari indicati del “dépliants” di una agenzia di viaggi o gli orari degli aerei e delle navi. Ma il senso della lontananza non c’è più: ed è più facile, anche se può sembrare assurdo, che esso perduri in un corridoio domestico o sullo spalto di una fortezza abbandonata o di un castello, piuttosto che nelle distanze da continente a continente di cui si è favoleggiato per secoli.
 
 
 

 
 

Perché dunque, se la fantasia ha confini così contestati, se la letteratura, che dovrebbe essere il suo regno, l’ha ridotta a proiezioni verso il passato e verso il futuro (fantastoria e fantascienza), perché i politici, gli economisti, i manager la invocano come gli antichi poeti invocavano i favori delle Muse? Perché la   fantasia è nel desiderio di chi, per cultura e per sistema, l’ha sempre ripudiata come bizzarria? Il binomio politica-fantasia sembra insostenibile, quasi un mostro. 
Davanti a queste domande, ricordo quello che scrisse Italo Calvino (1923-1985) a proposito dell’utopia, cioè del vagheggiamento di  una società perfetta, ma che, nel linguaggio comune, significa un ideale o un progetto irrealizzabili. 
Secondo Calvino, l’utopia sarebbe “la produzione favorita di epoche in cui l’azione pratica è sconfitta. Le sue grandi stagioni furono, infatti, quella in cui vennero meno le speranze della Riforma luterana e quella in cui la piena della Rivoluzione francese rientrò nell’alveo”.
L’uso e l’abuso attuali della richiesta di fantasia sembrano corrispondere a questa interpretazione. Il politico, l’economista, il manager constatano che la loro “azione pratica è sconfitta”. Nessun calcolo in proiezione ha resistito. 
La programmazione, i mondi costruiti come i plastici  degli architetti, gli aumenti del reddito, le vittorie (almeno parziali) sulla fame e sull’ingiustizia, tutto ciò è stato smentito: restano soltanto le scorie vaganti che interroghiamo più con l’astrologia che con una qualche scienza esatta. 
I “pianeti della fortuna”, quei foglietti messi nel becco del pappagallo dal mendicante di vecchio stampo, conoscono una florida stagione. per non parlare delle lotterie, dei pronostici, delle scommesse, che illudono di settimana in settimana milioni di persone e fanno spuntare miliardari clandestini, baciati dalla bendata dea Fortuna.
 
 
 

L'invocata fantasia ha tutta l’aria di un pronto soccorso di emergenza. A differenza dell’utopia, essa non è chiamata a risolvere il problema della felicità umana in generale, ma quello, più semplice e prosaico, della quotidiana sopravvivenza: un governo che funzioni, una moneta che resista, il lavoro, i prezzi, le pensioni, la casa, l’assistenza, le tasse da pagare in modo giusto. La fantasia è l’ultima spiaggia per un sistema deteriorato da troppi calcoli sbagliati e da troppo smentite della realtà.
E’ una sorte un po’ amara per una parola magica e liberatrice come “fantasia”. Usata in altro modo, essa fece spuntare giardini, orti, selve e paradisi fra la polvere degli scaffali, nelle righe dei romanzi e nei versi dei poemi. 
Ora, come simbolo di ricetta estrema, di taumaturga che potrà alleviare i dolori delle ferite politiche, assistiamo al suo arruolamento nella grigia schiera dei luoghi comuni e degli slogan.
 
 
 

 
 Leadership Medica®  
  Mensile di scienza  medica e attualita`  
 Copyright 1997© All Rights Reserved 
 
 This pages are maintened by   
GTM Grafica 
Service & Network  
gtmgraph@coloseum.com