......................................................... .STENIO SOLINAS
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E' uscito un libro che dovrebbe, potrebbe, appassionarci, se in Italia fossimo ancora capaci  di appassionarci,  a qualcosa che non sia l'ultima ascesa di Veltroni, l'ultimo  capitombolo di Prodi, l'ultima gag di Cossiga. Lo ha scritto  Stefano Zecchi e s'intitola "L'artista armato" (Mondadori).  

Il sottotitolo recita: “Contro i crimini della  modernità” e in esso è esposto in modo esauriente, complesso ma comprensibile, quello che noi, semplici osservatori dei fatti e dei misfatti del nostro Paese, abbiamo sempre avvertito, ma non siamo mai stati in grado di tradurre in forma organica.  
Perché l'arte è divenuta incomprensibile, perché siamo circondati da orrori (architettonici, urbanistici, modaioli), perché l'artista non ha alcuna incidenza nella vita quotidiana, perché, se dovessimo indicare un'estetica per il nostro tempo, essa non potrebbe essere altro che un'estetica del brutto? 
Dice Zecchi che “una società in cui la rappresentazione del mondo è affidata alla tecnocrazia e alle inchieste di mercato laicizza i valori e degrada l'immaginario, trasformando ogni cosa in merce e consumo. Una civiltà materialista costruita sul profitto e sull'utilitarismo è destinata a decadere nichilisticamente”. 
Fateci caso: da noi (ma non solo da noi, il fenomeno riguarda, pur con sfumature diverse, tutto il mondo occidentale), ormai non c'è quasi più nessuno disposto a battersi per un'idea di grandezza, personale e nazionale , disposto a scommettere su un progetto alternativo sociale  e culturale, disposto a accettare il peso e la responsabilità che deriva dallo scontro con il pensiero in quel momento dominante.  
Prevale sempre e comunque la mediocrità, si preferisce sempre  e comunque la mediazione, si favorisce sempre e comunque l'accordo, si insegue sempre e comunque la “normalità”, vista  come meta ultima, come cartina di tornasole della “correttezza” politica e esistenziale. E quei  pochi che non ci stanno sono relegati ai margini, figure patetiche e inoffensive cui guardare con l'occhio divertito o accigliato di chi sa che così va il mondo e quindi non si preoccupa più di tanto, macchiette che ancora credono  al destino e ai grandi ideali, al gesto esemplare... 
Per Zecchi questo è uno degli effetti della modernità, che “non ammette la forma tragica. La modernità è dialettica, trasforma il confllitto in una possibile sintesi o nella commedia del compromesso. Questo è il segno della decadenza; dobbiamo essere consapevoli che viviamo nella decadenza.  E allora  ecco che chi afferma di potersi servire ancora nella modernità del Grande stile diventa un mistificatore, un venditore di menzogne”.  
E, aggiungiamo noi, calata in Italia, tale modernità si banalizza ancor più, sceglie il profilo più basso, si accontenta delle rimasticature, in politica come in letteratura, fa quasi un vanto  del suo scegliere di non scegliere (il balletto tragicomico dell'immigrazione, quello farsesco del sistema elettorale...). 
 Zecchi insegna estetica all'università e è naturale che questo campo d'interesse sia il leit-motiv del suo interrogarsi.  Ma il tema della bellezza non è qualcosa di effimero, un passatempo per intellettuali perditempo. 

Invece qualcosa di cruciale per il nostro destino, personale e collettivo.  
“Preoccuparsi oggi della bellezza delle città sembra voler mettere in secondo piano aspetti essenziali della convivenza civile. 
Una città deve essere funzionale, avere servizi efficienti; poi, alla fine, ci si può preoccupare che sia anche bella. Invece, la bellezza, rappresentata nelle forme della città, testimonia le idee, i valori, i significati su cui si costruisce la cultura di una civiltà. Una periferia urbana devastata può indicare un processo di degrado speculativo, l'inettitudine amministrativa, la corruzione, ma è soprattutto un'impietosa testimonianza della nostra  attuale idea di vita e di immaginazione”.  
Ciò aiuta a capire perché da quarant'anni a questa parte l'Italia, che nel corso di una storia plurisecolare aveva saputo creare un'armonia di forme e contenuti, un'idea di piazze e di città, un susseguirsi di paesaggi e centri urbani incasellati in un ordine quasi naturale,  costruisca gli edifici più brutti che sia dato vedere, non presti interesse alla salvaguardia delle sue coste, cementificate e sconciate, non sia in grado di preservare né di valorizzare un patrimonio di ricchezze artistiche che non ha eguali nel mondo. 
Mancando una forma dell'espressione in cui riconoscersi, un progetto, civile e politico, cui dare corso e corpo, tutto diventa  materia di sperimentalismo, compravendita di voti, speculazione economica e intellettuale.  
Siamo un Paese informe perché non abbiamo nulla in cui credere, se non la derisione verso chi si ostina ancora a credere in qualcosa. 
Diceva Baudelaire che c'era bisogno di artisti "che sapessero strappare alla vita odierna il suo lato epico, e farci vedere e comprendere, mediante il colore e il disegno, quanto siamo grandi e poetici con le nostre cravatte e le nostre scarpe di  vernice”.  
Ma è proprio l'epica, il mito, il senso e il desiderio di grandezza che sono stati espulsi dal nostro orizzonte culturale.  
E però, come nota Zecchi, allorché “si deride il mito come materia dell'arte, non rimane che negare all'arte di essere testimonianza del vero e affermazione di un'idea sul mondo, ritenendola soltanto inganno e vuota apparenza”. In tal modo, il conformismo delle idee diventa legge, l'indifferenza domina sovrana e nella negazione dei valori si attua l'affermazione del presente in quanto tale, senza senso né significato, fenomeno di moda destinato a durare la stagione per cui è stato inventato. 
L'artista armato di Zecchi racconta questo processo di inaridimento e di decadenza. Se fossimo il ministro della Pubblica istruzione lo suggeriremmo come libro di testo.  
Ma essendo Luigi Berlinguer il responsabile del dicastero, si capisce come un'iniziativa del genere sia eccentrica rispetto alla logica del nuovo, che è poi  il vecchio, che avanza. 
 
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