| E'
uscito un libro che dovrebbe, potrebbe, appassionarci, se in Italia fossimo
ancora capaci di appassionarci, a qualcosa che non sia l'ultima
ascesa di Veltroni, l'ultimo capitombolo di Prodi, l'ultima gag di
Cossiga. Lo ha scritto Stefano Zecchi e s'intitola "L'artista
armato" (Mondadori).
Il
sottotitolo recita: “Contro i crimini della modernità” e in
esso è esposto in modo esauriente, complesso ma comprensibile, quello
che noi, semplici osservatori dei fatti e dei misfatti del nostro Paese,
abbiamo sempre avvertito, ma non siamo mai stati in grado di tradurre in
forma organica.
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Invece
qualcosa di cruciale per il nostro destino, personale e collettivo.
“Preoccuparsi oggi della bellezza delle città sembra voler mettere in secondo piano aspetti essenziali della convivenza civile. Una
città deve essere funzionale, avere servizi efficienti; poi, alla
fine, ci si può preoccupare che sia anche bella. Invece, la bellezza,
rappresentata nelle forme della città, testimonia le idee, i valori,
i significati su cui si costruisce la cultura di una civiltà. Una
periferia urbana devastata può indicare un processo di degrado speculativo,
l'inettitudine amministrativa, la corruzione, ma è soprattutto un'impietosa
testimonianza della nostra attuale idea di vita e di immaginazione”.
Ciò aiuta a capire perché da quarant'anni a questa parte l'Italia, che nel corso di una storia plurisecolare aveva saputo creare un'armonia di forme e contenuti, un'idea di piazze e di città, un susseguirsi di paesaggi e centri urbani incasellati in un ordine quasi naturale, costruisca gli edifici più brutti che sia dato vedere, non presti interesse alla salvaguardia delle sue coste, cementificate e sconciate, non sia in grado di preservare né di valorizzare un patrimonio di ricchezze artistiche che non ha eguali nel mondo. Mancando una forma dell'espressione in cui riconoscersi, un progetto, civile e politico, cui dare corso e corpo, tutto diventa materia di sperimentalismo, compravendita di voti, speculazione economica e intellettuale. Siamo un Paese informe perché non abbiamo nulla in cui credere, se non la derisione verso chi si ostina ancora a credere in qualcosa. Diceva Baudelaire che c'era bisogno di artisti "che sapessero strappare alla vita odierna il suo lato epico, e farci vedere e comprendere, mediante il colore e il disegno, quanto siamo grandi e poetici con le nostre cravatte e le nostre scarpe di vernice”. Ma è proprio l'epica, il mito, il senso e il desiderio di grandezza che sono stati espulsi dal nostro orizzonte culturale. E però, come nota Zecchi, allorché “si deride il mito come materia dell'arte, non rimane che negare all'arte di essere testimonianza del vero e affermazione di un'idea sul mondo, ritenendola soltanto inganno e vuota apparenza”. In tal modo, il conformismo delle idee diventa legge, l'indifferenza domina sovrana e nella negazione dei valori si attua l'affermazione del presente in quanto tale, senza senso né significato, fenomeno di moda destinato a durare la stagione per cui è stato inventato. L'artista armato di Zecchi racconta questo processo di inaridimento e di decadenza. Se fossimo il ministro della Pubblica istruzione lo suggeriremmo come libro di testo. Ma essendo Luigi Berlinguer il responsabile del dicastero, si capisce come un'iniziativa del genere sia eccentrica rispetto alla logica del nuovo, che è poi il vecchio, che avanza. |
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