Le malattie cardiache continuano ad essere la principale causa di morte
nei Paesi ad elevato sviluppo socioeconomico nonostante gli sforzi compiuti
nella prevenzione e nella riduzione dei fattori di rischio di mortalità
legata a cardiopatia.
Per ragioni epidemiologiche, lo scompenso cardiaco refrattario alla
terapia medica è una delle problematiche di maggiore attualità
che coinvolge una popolazione di cardiopatici in rapido e continuo aumento.
Dal punto di vista terapeutico, in questi ultimi anni sono state introdotte
novità sostanziali per quanto riguarda sia i supporti farmacologici
che quelli chirurgici che hanno sostanzialmente migliorato la prognosi
dei pazienti sofferenti per forme avanzate di cardiopatie.
Nel corredo terapeutico medico è diventato ormai di uso corrente
l'impiego infusionale di farmaci inotropi, catecolamine o inibitori della
fosfodiesterasi, vasodilatatori e diuretici, in varia associazione, che
permettono spesso di ottenere una stabilizzazione o un miglioramento di
condizioni cliniche ed emodinamiche sino a qualche tempo fa considerate
intrattabili (1).
Sul versante chirurgico, il trapianto cardiaco è diventato un
provvedimento di sicura e prevedibile validità terapeutica il cui
limite maggiore risiede nella scarsa disponibilità di organi.
Nei pazienti con indicazione a trapianto cardiaco, in cui si verifica
un deterioramento emodinamico non controllabile dalla terapia medica e
che condiziona un'aspettativa di vita di pochi giorni, l'impiego di un
“cuore artificiale” può consentire la sopravvivenza fino alla disponibilità
di un cuore da donatore.