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Carlo Franza
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Notizie riguardanti le malattie, la morte e i funerali presso il mondo dei Romani ci pervengono intanto dall'iconografia che si rinviene  su templi, pareti tombali, e ogni altra suppellettile, ma anche attraverso una serie di testi, poetici e di prosa tramandatici dal tempo.
Sappiamo così che per vario tempo in Roma non vi furono medici veri e propri. 
I Romani, infatti, conoscevano le virtù mediche di moltissime erbe,  sicché di madre in figlia si tramandavano ricette di decotti, pozioni e misture, impiastri per curare la febbre, pomate ed unguenti fatti in casa, sciroppi per curare la tosse e altre malattie. E si sa anche che per combattere le malattie usavano amuleti di varia natura, nelle cui virtù magiche avevano gran fede. 
D'altronde quando tutt'oggi si parla di miracoli, la parola fede è sempre presente e senza fede è quasi impossibile avere o far avere una testimonianza divina o sacra in genere, a chiunque.  Dunque, la fede sembra valere più delle medicine.  Fatti e miracoli capitati a Lourdes, a Loreto, a Fatima, in luoghi di culto riconosciuti del mondo oggi, raccontano come la fede è salvifica e guaritrice. Nei Vangeli è scritto: “alzati, la tua fede ti ha salvato”.
Quando poi presso i Romani so- praggiungeva la morte, il parente più prossimo raccoglieva lo spirito del defunto baciandolo sulle labbra e quindi gli chiudeva gli occhi. 
Solo così poteva avere inizio la conclamatio o lamento funebre intonato dai parenti, che oggi la tradizione ha consegnato a noi in quel lamento di “prefiche” ancora in uso in alcuni luoghi del Meridione d'Italia.
I bambini e i poveri (occorre tener presente che la mortalità infantile era altissima), venivano portati in un cimitero comune e sepolti senza nessuna cerimonia, il cosiddetto funus tacitum. 
Le salme dei ricchi patrizi venivano unte con oli balsamici e vestite riccamente, poi esposte in una camera ardente cui seguiva un funerale in pompa magna. Questo consisteva in una processione preceduta da suonatori con strumento a fiato, seguiti poi dalle “praeficae”, ossia donne pagate per piangere, che accompagnavano il defunto percuotendosi il petto, strappandosi i capelli e lanciando grida strazianti. 
Seguivano ancora vari mimi e danzatori, poi il carro su cui stavano le “imagines” degli antenati: erano schiavi che portavano dinanzi al viso le maschere degli antenati del defunto e indossavano le loro vesti con le insegne delle cariche che essi avevano ricoperto in vita.
Dietro le immagini degli antenati, la bara del defunto portata a spalla da parenti o da liberti, poi gli amici ed infine i clientes.
La sepoltura avveniva lungo le grandi strade di accesso a Roma, fuori le mura. 
Attorno alla città, ci sono infatti anche le catacombe cristiane, come quelle di San Callisto.
La salma veniva bruciata su un rogo di tronchi, ma prima aveva luogo l'elogio funebre, recitato dall'amico più autorevole. 
Ossa e ceneri venivano poi raccolte in un'urna preziosa e sul luogo della sepoltura si costruiva un monumento funebre.
Steli funerarie, sarcofagi e vasi raccontano dei defunti.
Da ciò ricaviamo anche che Marziale aveva scarsa fiducia nei medici, tanto da dire:
“Languebam: sed tu comitatus protinus ad me/venisti centum, Symmache, discipulis/Centum me tetigere manus aquilone gelatae: non habui febrem, Symmache, nunc habeo!” (Ero malato ma tosto venisti da me o Simmaco, accompa-gnato da cento allievi. Cento mani mi palparono gelate dal vento invernale: non avevo febbre, o Simmaco, ma ora ce l'ho!).
Sempre Marziale è ancora più feroce in questo epigramma contro i medici: “Nuper erat medicus, nunc est vispillo Diaulus:/quod vispillo facit, fecerat et medicus, (Diaulo prima era medico, ora è becchino: ciò che fa da becchino, lo faceva anche da medico).
Si conosce anche uno scongiuro romano, per tener lontane le malattie: “Terra pestem teneto/Salus hic maneto” (La terra si tenga la malattia, la salute rimanga qui).
Se poi si osserva la mole immensa di materiale funerario, si noterà in scritte e iconografie il dolore per le malattie e la morte. Ecco due iscrizioni funebri. La prima: “Meam ne doleas sortem; moriendum fuit” (Non compiangere la mia sorte; ho dovuto morire).
Ancora: “Sic sunt hominum fata sicut in arbore poma: immatura cadunt et matura legantur” 
(I destini degli uomini sono come frutti sugli alberi: gli acerbi cadono, i maturi vengono raccolti). La seconda: “Hodie mihi, cras tibi” (Oggi a me domani a te).
Potremmo aggiungerne una terza: “Vive, ut vivas” (Vivi in modo che  possa vivere ancora).
Il sacerdote romano, dopo il funerale, prima di lasciare la tomba, recitava questa formula di augurio: “Ave anima candida, terra tibi levis sit, mollitur cubent ossa tua”.
Persino l'Imperatore Adriano (II secolo dopo Cristo) dedica una poesiola alla sua anima. 

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