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Notizie riguardanti
le malattie, la morte e i funerali presso il mondo dei Romani ci pervengono
intanto dall'iconografia che si rinviene su templi, pareti tombali,
e ogni altra suppellettile, ma anche attraverso una serie di testi,
poetici e di prosa tramandatici dal tempo.
Sappiamo così che per
vario tempo in Roma non vi furono medici veri e propri.
I Romani, infatti,
conoscevano le virtù mediche di moltissime erbe, sicché di madre
in figlia si tramandavano ricette di decotti, pozioni e misture, impiastri
per curare la febbre, pomate ed unguenti fatti in casa, sciroppi per
curare la tosse e altre malattie. E si sa anche che per combattere le
malattie usavano amuleti di varia natura, nelle cui virtù magiche avevano
gran fede.
D'altronde quando tutt'oggi
si parla di miracoli, la parola fede è sempre presente e senza fede
è quasi impossibile avere o far avere una testimonianza divina o sacra
in genere, a chiunque. Dunque, la fede sembra valere più delle
medicine. Fatti e miracoli capitati a Lourdes, a Loreto, a Fatima,
in luoghi di culto riconosciuti del mondo oggi, raccontano come la fede
è salvifica e guaritrice. Nei Vangeli è scritto: “alzati, la tua
fede ti ha salvato”.
Quando poi presso i
Romani so- praggiungeva la morte, il parente più prossimo raccoglieva
lo spirito del defunto baciandolo sulle labbra e quindi gli chiudeva
gli occhi.
Solo così poteva avere
inizio la conclamatio o lamento funebre intonato dai parenti, che oggi
la tradizione ha consegnato a noi in quel lamento di “prefiche”
ancora in uso in alcuni luoghi del Meridione d'Italia.
I bambini e i poveri
(occorre tener presente che la mortalità infantile era altissima), venivano
portati in un cimitero comune e sepolti senza nessuna cerimonia, il
cosiddetto funus tacitum.
Le salme dei ricchi
patrizi venivano unte con oli balsamici e vestite riccamente, poi esposte
in una camera ardente cui seguiva un funerale in pompa magna. Questo
consisteva in una processione preceduta da suonatori con strumento a
fiato, seguiti poi dalle “praeficae”, ossia donne pagate
per piangere, che accompagnavano il defunto percuotendosi il petto,
strappandosi i capelli e lanciando grida strazianti.
Seguivano ancora vari mimi e danzatori, poi il carro su cui
stavano le “imagines” degli antenati: erano schiavi che
portavano dinanzi al viso le maschere degli antenati del defunto e indossavano
le loro vesti con le insegne delle cariche che essi avevano ricoperto
in vita.
Dietro le immagini
degli antenati, la bara del defunto portata a spalla da parenti o da
liberti, poi gli amici ed infine i clientes.
La sepoltura avveniva
lungo le grandi strade di accesso a Roma, fuori le mura.
Attorno alla città,
ci sono infatti anche le catacombe cristiane, come quelle di San Callisto.
La salma veniva bruciata
su un rogo di tronchi, ma prima aveva luogo l'elogio funebre, recitato
dall'amico più autorevole.
Ossa e ceneri venivano
poi raccolte in un'urna preziosa e sul luogo della sepoltura si costruiva
un monumento funebre.
Steli funerarie, sarcofagi
e vasi raccontano dei defunti.
Da ciò ricaviamo anche
che Marziale aveva scarsa fiducia nei medici, tanto da dire:
“Languebam: sed
tu comitatus protinus ad me/venisti centum, Symmache, discipulis/Centum
me tetigere manus aquilone gelatae: non habui febrem, Symmache, nunc
habeo!” (Ero malato ma tosto venisti da me o Simmaco, accompa-gnato
da cento allievi. Cento mani mi palparono gelate dal vento invernale:
non avevo febbre, o Simmaco, ma ora ce l'ho!).
Sempre Marziale è ancora
più feroce in questo epigramma contro i medici: “Nuper erat medicus,
nunc est vispillo Diaulus:/quod vispillo facit, fecerat et medicus,
(Diaulo prima era medico, ora è becchino: ciò che fa da becchino, lo
faceva anche da medico).
Si conosce anche uno
scongiuro romano, per tener lontane le malattie: “Terra pestem
teneto/Salus hic maneto” (La terra si tenga la malattia, la salute
rimanga qui).
Se poi si osserva la
mole immensa di materiale funerario, si noterà in scritte e iconografie
il dolore per le malattie e la morte. Ecco due iscrizioni funebri. La prima:
“Meam ne doleas sortem; moriendum fuit” (Non compiangere
la mia sorte; ho dovuto morire).
Ancora: “Sic
sunt hominum fata sicut in arbore poma: immatura cadunt et matura legantur”
(I destini degli uomini
sono come frutti sugli alberi: gli acerbi cadono, i maturi vengono raccolti).
La seconda: “Hodie mihi, cras tibi” (Oggi a me domani a
te).
Potremmo aggiungerne
una terza: “Vive, ut vivas” (Vivi in modo che possa
vivere ancora).
Il sacerdote romano,
dopo il funerale, prima di lasciare la tomba, recitava questa formula
di augurio: “Ave anima candida, terra tibi levis sit, mollitur
cubent ossa tua”.
Persino l'Imperatore
Adriano (II secolo dopo Cristo) dedica una poesiola alla sua anima.

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