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 Oliviero Beha

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Comunque vada, o sia andata a finire, la vicenda della Missione Arcobaleno, intendo dire i suoi  strascichi, lo scandalo delle razzie e degli sprechi, le reazioni e le controreazioni politiche, ci sono alcune considerazioni che credo vadano tenute ferme.  
La prima, per sgombrare il terreno dagli equivoci- espressione che seguendo il filo del discorso risulterà centrale per tutta la questione - è che resta un'operazione umanitaria formidabile che si deve al cuore degli italiani (128 miliardi dalle loro tasche) e alle energie vitali del volontariato applicato.  
La seconda è che la missione è nata fin dalle origini in modo equivoco: come ricorderete, infatti, la levatrice di essa è stata la presidenza del Consiglio, cioè D'Alema sotto l'egida del trio Bobbio/Montanelli/Scalfari “testimonials” della colletta. Ora, un conto è che del  soccorso umanitario si occupi qualche organizzazione non governativa come abitualmente accade, un conto è che lo stesso governo che fa la guerra con la destra faccia il caritatevole con la sinistra (non entro  nel merito della giustezza della guerra, né mi pare obiettabile che si soccorrevano le vittime di Milosevic). L'equivoco è poi alla base del fatto che se scandalo grande, medio o piccolo che sia viene alla luce, è follia minimizzarlo politicamente ed è follia non prevedere che l'opposizione se ne servirà politicamente.  
La terza considerazione è che chi di cuore ferisce, di cuore perisce: voglio banalmente dire che se per raccogliere 128 miliardi si deve far leva non sulla ragione ma sui sentimenti delle persone, non è poi ragionevolmente pensabile che si possa analizzare a freddo la portata del “caso”, affidando le spiegazioni a frasi tipo “è nella media percentuale che una certa quantità di aiuti vada a male” oppure “la videocassetta che documenta le razzie  nel campo albanese porta una data antecedente di un giorno, per cui se era il 10 invece che il 9 luglio cambia tutto”.  
No, tutto ciò può spiegare la meccanica dei fatti, non giustificare la ferita profondissina  inferta alla buona volontà delle folle di donatori, le crepe nel rapporto di fiducia sviluppatosi all'insegna della solidarietà, che a posteriori, magari anche eccessivamente, viene oggi letta tra virgolette, così, “solidarietà”.  
Queste formidabili percosse emotive al sentire comune vengono sottovalutate (mentre i numeri delle “collette” successive dimostrano immediatamente la portata dei colpi riducendo questo tipo di entrate di più della metà), e trattate come un incidente di percorso, paradossalmente aggiungendo danno emotivo al danno: se neppure tu che sei venuto a chiedermi di donare ti rendi conto della gravità del fatto, perché dovrei di nuovo fidarmi di te, o meglio proprio tu allarghi emotivamente il buco che si è creato.  
La quarta e per ora ultima considerazione riguarda il trattamento riservato dai mezzi di comunicazione alla vicenda.  
E' venuto alla luce spendidamente il concetto sotteso oggi all'informazione tutta: e cioè quello di considerare  le notizie esclusivamente delle munizioni politiche così utilizzate: se “Il Giornale”, o “Panorama”, o qualche Tg di Mediaset “spara” lo scandalo,  lo fa per favorire il leader del Polo all'opposizione.  
Se quasi tutti gli altri giornali, radio e tv prima tacciono, poi minimizzano, infine per disperazione ammettono qualcosa ma solo per accusare gli avversari politici e mediatici di strumentalizzazione, lo fanno perché sono uffici-stampa più o meno palesi del governo.  
Chi legge può pensare: bella scoperta, si sa che è così.  
Forse si sa, ma non credo si sappia abbastanza, certo di sicuro non si dice o si dice a malapena a mezzabocca.  
Come scrivevo all'inizio, sembra far comodo a tutti, perlomeno a tutti gli attori sull'attuale palcoscenico italiano, che “non venga sgomberato il terreno dagli equivoci” così che si possa riferire e tirare la realtà per il verso più conveniente.  
Ebbene, che tutto ciò abbia conosciuto  il suo massimo trionfo con l'esemplificazione della  Missione Arcobaleno e del suo “metodo di divulgazione” sembrerebbe indicare un capolinea. Perché aggiunge la  saturazione da stampa dipendente e condizionata e strumentalizzata a quella profondissima delusione emotiva di cui parlavo: come a dire, neppure una cosa così seria come una tragedia e il nostro buon cuore può sfuggire alla trappola dell'informazione perversa, mai fine e sempre, subito mezzo.  
Ma per dire, dimostrare, gridare che questo dovrebbe essere il capolinea di questo fallimentare costume, ci vorrebbe un giornale...Dunque, se potete e  volete, fatelo sapere in giro.  

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