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Nel suo discorso
inaugurale all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il segretario
generale Kofi Annan ha preannunciato una nuova era di “interventismo
umanitario”.
Nella scia della operazione
NATO in Kosovo e dello sbarco dei Caschi Blu a Timor Est, egli ha sostenuto
che “un gran numero di popoli ha bisogno dell'impegno continuo
ed efficace della comunità internazionale per aiutarli a porre fine
ai cicli di violenza di cui sono vittime”.
Ed ha invitato i grandi
della terra a onorare questo impegno non soltanto in casi isolati, ma
come regola generale ogni qualvolta se ne presenti la necessità.
Si tratta senza dubbio
di nobili propositi, in linea con la tendenza a non tollerare più violazioni
su vasta scala dei diritti umani neppure all'interno di Stati sovrani.
Ma se la raccomandazione di Annan fosse presa alla lettera, se l'ONU
dovesse realmente intervenire ogni qualvolta una minoranza viene perseguitata
o si profilasse il pericolo di un genocidio, daremmo probabilmente il
la a una fase di “disordine mondiale” senza precedenti.
Apriremmo, cioè, un
autentico vaso di Pandora di costose spedizioni militari, di creazione
di mandati internazionali nello stile “Lega delle nazioni”,
e, nei casi in cui fossero coinvolti Paesi importanti, di dirompenti
conflitti.
Conviene perciò tornare
con i piedi per terra e - prima di incamminarsi su una strada così gravida
di pericoli -esaminare quali sono i limiti di una politica che, se applicata
metodicamente, rivoluzionerebbe comunque consolidati principi
del diritto internazionale.
Il cosiddetto “impulso
interventista” sta infatti già suscitando reazioni negative in
molti Paesi, e in particolare in quelli che, per la loro composizione
multietnica e multireligiosa, spesso derivata dalla eredità coloniale,
sono continuamente alle prese con movimenti secessionisti.
Il primo e principale
ostacolo agli interventi umanitari è comunque costituito dalla struttura
stessa delle Nazioni Unite. Nella visione di Annan, spetta a loro, e
soltanto a loro, decidere se entrare o no in azione, provvedere a mettere
insieme le forze necessarie e gestire le spedizioni.
Al massimo, esse possono
delegare il compito a un'organizzazione regionale, ma il metodo seguito
nel Kosovo dove, nella impossibilità di raggiungere in tempo utile un
consenso nel Consiglio di Sicurezza, la NATO ha preso autonomamente
l'iniziativa (salvo fare ratificare il proprio operato a cose fatte)
non deve ripetersi più.
Questa regola, ineccepibile
sul piano del diritto, comporta tuttavia una serie di limitazioni molto
severe.
Nel Consiglio di Sicurezza,
l'organo che deve deliberare ogni intervento e stabilirne le modalità,
siedono quindici Paesi: i cinque membri permanenti - Stati Uniti, Gran
Bretagna, Francia, Russia, Cina - tutti dotati di diritto di veto, e
dieci altri a rotazione, in rappresentanza delle varie aree geografiche.
Se andasse in porto la riforma del Consiglio, in gestazione ormai da
una decina d'anni, i membri permanenti potrebbero diventare addirittura
dieci e il totale salire a venticinque.
E' evidente la difficoltà
di trovare, in un consesso del genere, il consenso necessario a mettere
in moto la macchina dell'intervento.
Durante la guerra fredda,
la contrapposizione Est-Ovest portava spesso alla paralisi, perché o
l'URSS, o gli Stati Uniti ricorrevano sistematicamente al veto per bloccare
le iniziative che ritenevano contrarie ai propri interessi.
L'intervento in Corea
del 1950, per esempio, fu possibile solo per un errore di Stalin, che
ordinò all'ambasciatore sovietico di disertare la riunione decisiva
anziché votare no.
La guerra del Golfo
del 1991, invece, coincise con il periodo di più fattiva collaborazione
tra le due superpotenze, e non incontrò ostacoli procedurali.
Ma, da allora, i rapporti
tra Washington, Mosca (e Pechino) si sono nuovamente deteriorati. Se,
per la Bosnia, si è alla fine trovata un'intesa, per il Kosovo la cosa
è stata impossibile; e la spedizione a Timor-Est (la cui occupazione
da parte di Giakarta nel 1975 non era peraltro mai stata riconosciuta
dal Palazzo di Vetro) ha potuto essere varata soltanto perché la luce
verde concessa dall'Indonesia ha rimosso l'obiezione della Cina, che
l'ONU non ha il diritto di intervenire negli affari interni di uno Stato
sovrano.
Gli “interventisti” chiedono a gran voce la modifica
della Carta dell'ONU e l'abolizione del diritto di veto: ma dal momento
che questo dovrebbe avvenire con il consenso delle potenze interessate
al mantenimento dello status quo, si tratta di pure utopie.
Anche nelle situazioni
in cui il Consiglio finisce con il trovare un'intesa, l'ONU arriva in
genere troppo tardi per evitare la tragedia ed è ridotta a limitarne
i danni: Bosnia, Kosovo, Timor, con le loro innumerevoli vittime, insegnano.
Il Consiglio di Sicurezza
non dispone infatti di un proprio esercito, e deve affidarsi di volta
in volta alla buona volontà dei Paesi che, per ragioni geopolitiche,
sono più interessati all'operazione: i membri della NATO nell'ex Jugoslavia,
l'Australia e alcuni membri dell'ASEAN nel caso di Timor.
Ma le risorse militari
e finanziarie disponibili sono in via di esaurimento, perché gli interventi
umanitari richiedono impegni a lungo termine: il corpo di spedizione
internazionale in Bosnia, per esempio, avrebbe dovuto fermarsi per un
anno, ma dopo più di tre la fine della missione non è ancora in vista.
Per le truppe NATO in Kosovo l'impegno iniziale è stato triennale, ma
nelle Cancellerie nessuno si illude sulla possibilità di ripristinare,
entro il 2002, condizioni di sicurezza tali da consentire il loro ritiro.
A Timor-Est la permanenza
dei Caschi Blu potrebbe essere ancora più lunga, perché anche quando
l'isola avrà conseguito l'indipendenza e gli indonesiani avranno completato
il loro ritiro, le tensioni politiche e religiose rimarranno altissime.
In realtà, le missioni
dell'ONU tendono a trasformarsi in veri e propri mandati internazionali
open end. Dopo avere pacificato la regione, bisogna procedere a ricostituirne
le infrastrutture, a dotarla di nuove strutture amministrative e giudiziarie,
a ristabilire le basi di una convivenza civile.
Spesso, come in Kosovo,
ciò deve avvenire in assenza di precise indicazioni per il futuro, cioè
senza sapere se l'obbiettivo finale della amministrazione provvisoria
è la restituzione della sovranità al Paese (nella fattispecie, l'ex
Jugoslavia) cui è stata temporaneamente sottratta o la costituzione
di uno Stato indipendente.
Le risorse a disposizione
dei Paesi che si sono assunti l'onere degli interventi umanitari, Italia
in testa, sono notoriamente limitate, e una nuova emergenza li metterebbe
a dura prova.
Ecco perché, nonostante
le buone intenzioni di Annan, e l'elaborazione di una nuova dottrina
sull'ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, le prospettive
per il futuro non sono incoraggianti. In giro per il globo le situazioni
che richiederebbero un intervento dei Caschi blu a tutela dei diritti
umani sono innumerevoli, ma o manca l'interesse delle grandi potenze
a impegnarsi, o queste stesse potenze sono direttamente coinvolte nella
situazione e si oppongono perciò a una internazionalizzazione del problema,
oppure il rischio di sovvertire equilibri regionali molto delicati consiglia
di mettere a tacere la coscienza e chiudere entrambi gli occhi.
Vi sono anche casi
in cui è oggettivamente difficile stabilire se la reazione dei poteri
costituiti a una rivolta è legittimata dalle circostanze o si configura
come una vera e propria prevaricazione, che richiede una sanzione internazionale
Facciamo alcuni esempi.
L'Africa è piena di
conflitti tribali che provocano milioni di morti, milioni di profughi
e sono causa di inenarrabili sofferenze per vecchi, donne e bambini,
categorie cui la Carta dell'ONU accorda una speciale protezione.
Eppure, dopo il fervore
interventista dei primi anni Novanta, che partorì tra l'altro la controversa
spedizione in Somalia, la comunità internazionale ha perso ogni interesse.
Ci sarebbe da fermare il massacro delle popolazioni cristiane e animiste
del Sudan meridionale per opera degli integralisti musulmani di Khartoum;
ci sarebbe da portare la pace in Angola, dilaniata da vent'anni da una
guerra cominciata all'insegna dello scontro Est-Ovest, ma degenerata
nel frattempo in un conflitto tribale senza fine tra i gruppi che controllano
le risorse petrolifere della costa e quelli che sfruttano i giacimenti
di diamanti dell'interno; ci sarebbe da pacificare e ricostruire Sierra
Leone, Liberia e Congo, teatro negli ultimi anni di guerre civili brutali
quanto insensate; ci sarebbe da tornare in Somalia, dove dopo la partenza
dei Caschi blu lo Stato si è letteralmente dissolto, e l'autorità è
suddivisa, come nell'era precoloniale, tra tanti ras locali, con
la gente ridotta a una economia di sussistenza.
Ma perché USA ed Europa
dovrebbero farsi carico di queste crisi endemiche, che hanno riportato
l'orologio dell'Africa indietro di cent'anni, ma che non sono certo
destabilizzanti a livello globale? Chi paga, chi fornisce le truppe,
chi ha interesse a mettere le mani in situazioni tanto complicate, per
giunta con pochissime speranze di successo?
Ovviamente, nessuno.
Anzi, il disinteresse
è tale che proprio mentre i combattimenti riprendevano in Angola dopo
un precario periodo di tregua, l'ONU ha deciso di ritirare quel poco
che rimaneva della sua missione. Sulla testa della comunità internazionale
pende la minaccia di esplosioni di violenza nei due principali stati
del continente nero, la Nigeria e il Sudafrica, ma nessuno osa neppure
ipotizzare un intervento per proteggere gli Ibo dagli Hausa, o gli Zulu
dai Xhosa.
Se l'Africa è un disastro,
l'Asia è un'autentica polveriera.
Le vicende degli ultimi
anni hanno indotto molti europei ad appassionarsi alle sorti del popolo
curdo, 25 milioni di persone alla ricerca di una nazione suddivisa tra
Turchia, Iraq, Iran e Siria, i cui diritti sono sistematicamente conculcati.
Non si contano gli appelli, le mozioni, le proposte per dare finalmente
ai Curdi una patria.
Ma gli stessi politici
che reclamano un Kurdistan indipendente e tuonano contro la Turchia
condannano l'operato degli Stati Uniti in Iraq, che pure è valso a creare
una zona in cui l'etnia oppressa è al riparo dalle persecuzioni di Saddam.
In realtà, come scrive
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera, si tratta di una situazione
senza vie d'uscita: “Un intervento per unificare il Kurdistan
sarebbe disastroso, giacché dovrebbe stravolgere i confini di cinque
Stati, procurando non già una pacificazione, ma una sobillazione di
conflitti”.
D'altro canto, nella
non lontana Cecenia, i Russi hanno ammazzato 80.000 persone nel vano
tentativo di sottomettere la repubblica ribelle, e stanno procedendo
ora con gli stessi brutali metodi contro i ribelli musulmani del
Daghestan.
La situazione non è,
neppure sul piano del diritto, molto diversa da quella che ha spinto
la NATO a bombardare Belgrado e occupare il Kosovo, sottraendola con
la forza all'autorità di Milosevic.
Eppure, nelle capitali
occidentali, nessuno si sogna un intervento dell'ONU a protezione dei
ceceni, e neanche di chiedere al Consiglio di Sicurezza (che del resto
la bloccherebbe subito) una risoluzione di condanna di Mosca.
Al contrario, il parere
pressoché unanime delle Cancellerie è che la Russia ha il diritto di
difendere l'integrità del proprio territorio e addirittura il dovere
di combattere un movimento che ricorre al terrorismo per conseguire
i propri obbiettivi: se poi, nel fare questo, si fa un baffo dei diritti
della popolazione civile, pazienza.
Che dire, poi, dell'atteggiamento
occidentale nei confronti del problema tibetano?
E'vero che l'occupazione
di questo Paese da parte della Cina risale a quasi 50 anni fa, è vero
che le repressioni più cruente appartengono all'epoca di Mao, ma anche
negli ultimi tempi Pechino non ha certo scherzato e, se si volesse applicare
alla situazione gli stessi standard usati nell'ex Jugoslavia, una interferenza
umanitaria ci starebbe tutta.
Invece la comunità
internazionale, soprattutto interessata a integrare la Cina nel sistema
economico mondiale, volta pudicamente la faccia dall'altra parte e neppure
se Pechino decidesse di completare nel sangue la distruzione della civiltà
tibetana muoverebbe un dito.
La verità è che un
codice degli interventi umanitari non esiste, perché la Realpolitik
non consente, e non consentirà mai, di redigerlo.
Si continuerà a usare,
a seconda delle circostanze, non due pesi e due misure, ma addirittura
tre o quattro. L'attuale attivismo dell'ONU sarà, inevitabilmente, ridimensionato
sia dalla mancanza di una volontà univoca, sia dalla scarsezza di risorse,
sia anche dall'imensità dell'impresa, tenendo conto del fatto che gli
istituti specializzati ritengono che un pieno rispetto dei diritti umani
esista in non più di una ventina di Paesi.
Se l'era coloniale
classica, come espressione dell'espansionismo europeo, è finita
da un pezzo, il colonialismo sopravvive intatto nel Terzo Mondo, sotto
forma di oppressione delle minoranze da parte dei governi centrali:
vedi Indonesia, Filippine, Sudan, perfino Messico.
Affrontare tutte queste
situazioni è palesemente impossibile. Se ne affronterà qualcuna di tanto
in tanto, seguendo più gli stimoli dei media e gli umori del momento
che non oggettive valutazioni politiche e umanitarie.
Per le popolazioni
oppresse, ottenere un intervento dell'ONU sarà come vincere alla lotteria,
ammesso che questi interventi riescano davvero a migliorare la loro
situazione.
Chi sogna un governo
mondiale, un arbitro internazionale che difenda tutti dall'ingiustizia
e punisca gli abusi, è meglio che riponga, almeno per questa generazione,
il suo sogno nel cassetto.
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