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Livio Caputo
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L’INTERVENTISMO UMANITARIO OGGI DI MODA HA LIMITI
INSUPERABILI NELLA REALPOLITIK:
MOLTE SITUAZIONI ANCHE PIÙ GRAVI DI QUELLE DEL KOSOVO E DI
TIMOR DOVRANNO PERCIO' ESSERE IGNORATE
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Nel suo discorso inaugurale  all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il segretario generale Kofi Annan ha preannunciato una nuova era di “interventismo umanitario”.  
Nella scia della operazione NATO in Kosovo e dello sbarco dei Caschi Blu a Timor Est, egli ha sostenuto che “un gran numero di popoli ha bisogno dell'impegno continuo ed efficace della comunità internazionale per aiutarli a porre fine ai cicli di violenza di cui sono vittime”.  
Ed ha invitato i grandi della terra a onorare questo impegno non soltanto in casi isolati, ma come regola generale ogni qualvolta se ne presenti la necessità. 
Si tratta senza dubbio di nobili propositi, in linea con la tendenza a non tollerare più violazioni su vasta scala dei diritti umani neppure all'interno di Stati sovrani. Ma se la raccomandazione di Annan fosse presa alla lettera, se l'ONU dovesse realmente intervenire ogni qualvolta una minoranza viene perseguitata o si profilasse il pericolo di un genocidio, daremmo probabilmente il la a una fase di “disordine mondiale” senza precedenti.  
Apriremmo, cioè, un autentico vaso di Pandora di costose spedizioni militari, di creazione di mandati internazionali nello stile “Lega delle nazioni”, e, nei casi in cui fossero coinvolti Paesi importanti, di dirompenti conflitti.  
Conviene perciò tornare con i piedi per terra e - prima di incamminarsi su una strada così gravida di pericoli -esaminare quali sono i limiti di una politica che, se applicata metodicamente,  rivoluzionerebbe comunque consolidati principi del diritto internazionale. 
Il cosiddetto “impulso interventista” sta infatti già suscitando reazioni negative in molti Paesi, e in particolare in quelli che, per la loro composizione multietnica e multireligiosa, spesso derivata dalla eredità coloniale, sono continuamente alle prese con movimenti secessionisti. 
Il primo e principale ostacolo agli interventi umanitari è comunque costituito dalla struttura stessa delle Nazioni Unite. Nella visione di Annan, spetta a loro, e soltanto a loro, decidere se entrare o no in azione, provvedere a mettere insieme le forze necessarie e gestire le spedizioni.  
Al massimo, esse possono delegare il compito a un'organizzazione regionale, ma il metodo seguito nel Kosovo dove, nella impossibilità di raggiungere in tempo utile un consenso nel Consiglio di Sicurezza, la NATO ha preso autonomamente l'iniziativa (salvo fare ratificare il proprio operato a cose fatte) non deve ripetersi più. 
Questa regola, ineccepibile sul piano del diritto, comporta tuttavia una serie di limitazioni molto severe.  
Nel Consiglio di Sicurezza, l'organo che deve deliberare ogni intervento e stabilirne le modalità, siedono quindici Paesi: i cinque membri permanenti - Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina - tutti dotati di diritto di veto, e dieci altri a rotazione, in rappresentanza delle varie aree geografiche. Se andasse in porto la riforma del Consiglio, in gestazione ormai da una decina d'anni, i membri permanenti potrebbero diventare addirittura  dieci e il totale salire a venticinque.  
E' evidente la difficoltà di trovare, in un consesso del genere, il consenso necessario a mettere in moto la macchina dell'intervento.  
Durante la guerra fredda, la contrapposizione Est-Ovest portava spesso alla paralisi, perché o l'URSS, o gli Stati Uniti ricorrevano sistematicamente al veto per bloccare le iniziative che ritenevano contrarie ai propri interessi.  
L'intervento in Corea del 1950, per esempio, fu possibile solo per un errore di Stalin, che ordinò all'ambasciatore sovietico di disertare la riunione decisiva anziché votare no.  
La guerra del Golfo del 1991, invece, coincise con il periodo di più fattiva collaborazione tra le due superpotenze, e non incontrò ostacoli procedurali.  
Ma, da allora, i rapporti tra Washington, Mosca (e Pechino) si sono nuovamente deteriorati. Se, per la Bosnia, si è alla fine trovata un'intesa, per il Kosovo la cosa è stata impossibile; e la spedizione a Timor-Est (la cui occupazione da parte di Giakarta nel 1975 non era peraltro mai stata riconosciuta dal Palazzo di Vetro) ha potuto essere varata soltanto perché la luce verde concessa dall'Indonesia ha rimosso l'obiezione della Cina, che l'ONU non ha il diritto di intervenire negli affari interni di uno Stato sovrano. 
Gli “interventisti” chiedono a gran voce la modifica della Carta dell'ONU e l'abolizione del diritto di veto: ma dal momento che questo dovrebbe avvenire con il consenso delle potenze interessate al mantenimento dello status quo, si tratta di pure utopie. 
Anche nelle situazioni in cui il Consiglio finisce con il trovare un'intesa, l'ONU arriva in genere troppo tardi per evitare la tragedia ed è ridotta a limitarne i danni: Bosnia, Kosovo, Timor, con le loro innumerevoli vittime, insegnano.  
Il Consiglio di Sicurezza non dispone infatti di un proprio esercito, e deve affidarsi di volta in volta alla buona volontà dei Paesi che, per ragioni geopolitiche, sono più interessati all'operazione: i membri della NATO nell'ex Jugoslavia, l'Australia e alcuni membri dell'ASEAN nel caso di Timor.  
Ma le risorse militari e finanziarie disponibili sono in via di esaurimento, perché gli interventi umanitari richiedono impegni a lungo termine: il corpo di spedizione internazionale in Bosnia, per esempio, avrebbe dovuto fermarsi per un anno, ma dopo più di tre la fine della missione non è ancora in vista. Per le truppe NATO in Kosovo l'impegno iniziale è stato triennale, ma nelle Cancellerie nessuno si illude sulla possibilità di ripristinare, entro il 2002, condizioni di sicurezza tali da consentire il loro ritiro.  
A Timor-Est la permanenza dei Caschi Blu potrebbe essere ancora più lunga, perché anche quando l'isola avrà conseguito l'indipendenza e gli indonesiani avranno completato il loro ritiro, le tensioni politiche e religiose rimarranno altissime. 
In realtà, le missioni dell'ONU tendono a trasformarsi in veri e propri mandati internazionali open end. Dopo avere pacificato la regione, bisogna procedere a ricostituirne le infrastrutture, a dotarla di nuove strutture amministrative e giudiziarie, a ristabilire le basi di una convivenza civile.  
Spesso, come in Kosovo, ciò deve avvenire in assenza di precise indicazioni per il futuro, cioè senza sapere se l'obbiettivo finale della amministrazione provvisoria è la restituzione della sovranità al Paese (nella fattispecie, l'ex Jugoslavia) cui è stata temporaneamente sottratta o la costituzione di uno Stato indipendente.  
Le risorse a disposizione dei Paesi che si sono assunti l'onere degli interventi umanitari, Italia in testa, sono notoriamente limitate, e una nuova emergenza li metterebbe a dura prova. 
Ecco perché, nonostante le buone intenzioni di Annan, e l'elaborazione di una nuova dottrina sull'ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, le prospettive per il futuro non sono incoraggianti. In giro per il globo le situazioni che richiederebbero un intervento dei Caschi blu a tutela dei diritti umani sono innumerevoli, ma o manca l'interesse delle grandi potenze a impegnarsi, o queste stesse potenze sono direttamente coinvolte nella situazione e si oppongono perciò a una internazionalizzazione del problema, oppure il rischio di sovvertire equilibri regionali molto delicati consiglia di mettere a tacere la coscienza e chiudere entrambi gli occhi.  
Vi sono anche casi in cui è oggettivamente difficile stabilire se la reazione dei poteri costituiti a una rivolta è legittimata dalle circostanze o si configura come una vera e propria prevaricazione, che richiede una sanzione internazionale 
Facciamo alcuni esempi.  
L'Africa è piena di conflitti tribali che provocano milioni di morti,  milioni di profughi e sono causa di inenarrabili sofferenze per vecchi, donne e bambini, categorie  cui la Carta dell'ONU accorda una speciale protezione.  
Eppure, dopo il fervore interventista dei primi anni Novanta, che partorì tra l'altro la controversa spedizione in Somalia, la comunità internazionale ha perso ogni interesse. Ci sarebbe da fermare il massacro delle popolazioni cristiane e animiste del Sudan meridionale per opera degli integralisti musulmani di Khartoum; ci sarebbe da portare la pace in Angola, dilaniata da vent'anni da una guerra cominciata all'insegna dello scontro Est-Ovest, ma degenerata nel frattempo in un conflitto tribale senza fine tra i gruppi che controllano le risorse petrolifere della costa e quelli che sfruttano i giacimenti di diamanti dell'interno; ci sarebbe da pacificare e ricostruire Sierra Leone, Liberia e Congo, teatro negli ultimi anni di guerre civili brutali quanto insensate; ci sarebbe da tornare in Somalia, dove dopo la partenza dei Caschi blu lo Stato si è letteralmente dissolto, e l'autorità è suddivisa, come nell'era precoloniale,  tra tanti ras locali, con  la gente ridotta a una economia di sussistenza.  
Ma perché USA ed Europa dovrebbero farsi carico di queste crisi endemiche, che hanno riportato l'orologio dell'Africa indietro di cent'anni, ma che non sono certo destabilizzanti a livello globale? Chi paga, chi fornisce le truppe, chi ha interesse a mettere le mani in situazioni tanto complicate, per giunta con pochissime speranze di successo?  
Ovviamente, nessuno.  
Anzi, il disinteresse è tale che proprio mentre i combattimenti riprendevano in Angola dopo un precario periodo di tregua, l'ONU ha deciso di ritirare quel poco che rimaneva della sua missione. Sulla testa della comunità internazionale pende la minaccia di esplosioni di violenza nei due principali stati del continente nero, la Nigeria e il Sudafrica, ma nessuno osa neppure ipotizzare un intervento per proteggere gli Ibo dagli Hausa, o gli Zulu dai Xhosa. 
Se l'Africa è un disastro, l'Asia è un'autentica polveriera.  
Le vicende degli ultimi anni hanno indotto molti europei ad appassionarsi alle sorti del popolo curdo, 25 milioni di persone alla ricerca di una nazione suddivisa tra Turchia, Iraq, Iran e Siria, i cui diritti sono sistematicamente conculcati. Non si contano gli appelli, le mozioni, le proposte per dare finalmente ai Curdi una patria.  
Ma gli stessi politici che reclamano un Kurdistan indipendente e tuonano contro la Turchia condannano l'operato degli Stati Uniti in Iraq, che pure è valso a creare una zona in cui l'etnia oppressa è al riparo dalle persecuzioni di Saddam.  
In realtà, come scrive Alberto Ronchey sul Corriere della Sera, si tratta di una situazione senza vie d'uscita: “Un intervento per unificare il Kurdistan sarebbe disastroso, giacché dovrebbe stravolgere i confini di cinque Stati, procurando non già una pacificazione, ma una sobillazione di conflitti”. 
D'altro canto, nella non lontana Cecenia, i Russi hanno ammazzato 80.000 persone nel vano tentativo di sottomettere la repubblica ribelle, e stanno procedendo ora con gli stessi brutali metodi  contro i ribelli musulmani del Daghestan.  
La situazione non è, neppure sul piano del diritto, molto diversa da quella che ha spinto la NATO a bombardare Belgrado e occupare il Kosovo, sottraendola con la forza all'autorità di Milosevic.  
Eppure, nelle capitali occidentali, nessuno si sogna un intervento dell'ONU a protezione dei ceceni, e neanche di chiedere al Consiglio di Sicurezza (che del resto la bloccherebbe subito) una risoluzione di condanna di Mosca.  
Al contrario, il parere pressoché unanime delle Cancellerie è che la Russia ha il diritto di difendere l'integrità del proprio territorio e addirittura il dovere di combattere un movimento che ricorre al terrorismo per conseguire i propri obbiettivi: se poi, nel fare questo, si fa un baffo dei diritti della popolazione civile, pazienza. 
Che dire, poi, dell'atteggiamento occidentale nei confronti del problema tibetano?  
E'vero che l'occupazione di questo Paese da parte della Cina risale a quasi 50 anni fa, è vero che le repressioni più cruente appartengono all'epoca di Mao, ma anche negli ultimi tempi Pechino non ha certo scherzato e, se si volesse applicare alla situazione gli stessi standard usati nell'ex Jugoslavia, una interferenza umanitaria ci starebbe tutta.  
Invece la comunità internazionale, soprattutto interessata a integrare la Cina nel sistema economico mondiale, volta pudicamente la faccia dall'altra parte e neppure se Pechino decidesse di completare nel sangue la distruzione della civiltà tibetana muoverebbe un dito. 
La verità è che un codice degli interventi umanitari non esiste, perché la Realpolitik non consente, e non consentirà mai, di redigerlo.  
Si continuerà a usare, a seconda delle circostanze, non due pesi e due misure, ma addirittura tre o quattro. L'attuale attivismo dell'ONU sarà, inevitabilmente, ridimensionato sia dalla mancanza di una volontà univoca, sia dalla scarsezza di risorse, sia anche dall'imensità dell'impresa, tenendo conto del fatto che gli istituti specializzati ritengono che un pieno rispetto dei diritti umani esista in non più di una ventina di Paesi.  
Se l'era coloniale classica, come espressione dell'espansionismo  europeo, è finita da un pezzo, il colonialismo sopravvive intatto nel Terzo Mondo, sotto forma di oppressione delle minoranze da parte dei governi centrali: vedi Indonesia, Filippine, Sudan, perfino Messico.  
Affrontare tutte queste situazioni è palesemente impossibile. Se ne affronterà qualcuna di tanto in tanto, seguendo più gli stimoli dei media e gli umori del momento che non oggettive valutazioni politiche e umanitarie.  
Per le popolazioni oppresse, ottenere un intervento dell'ONU sarà come vincere alla lotteria, ammesso che questi interventi riescano davvero a migliorare la loro situazione.  
Chi sogna un governo mondiale, un arbitro internazionale che difenda tutti dall'ingiustizia e punisca gli abusi, è meglio che riponga, almeno per questa generazione, il suo sogno nel cassetto.

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