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Gianfranco Megna

 

Abstract         Curriculum           

 

La Riabilitazione medica dopo una cerebrolesione su base ictale si svolge attraverso un'attività di recupero e di apprendimento finalizzata al ripristino dell'autonomia e del reinserimento sociale.  
Gli scopi della riabilitazione a seguito di uno stroke comprendono anche la prevenzione delle complicanze ed il trattamento dei problemi clinici che si propongono durante l'assistenza riabilitativa. Gli obiettivi del processo riabilitativo per ogni singolo paziente sono definiti sulla base delle caratteristiche del danno neurologico e delle capacità residue, compatibilmente con le disponibilità individuali ed organizzative presenti nella fase della assistenza riabilitativa e tenendo conto dell'ambiente sociale di provenienza.  
Comunemente si dice che la curva del recupero ha la massima pendenza nei primi tre mesi, dato confermato anche da ricerche EEG: pur tuttavia osservazioni recenti evidenziano la possibilità di miglioramenti sul piano operativo anche a distanza di qualche anno dallo stroke. 
Giova qui sottolineare come il recupero funzionale dopo l'ictus possa essere di tipo intrinseco oppure adattativo. Il recupero “intrinseco” presuppone il ripristino delle abilità compromesse in maniera da consentire prestazioni utili alle necessità abituali del paziente. 
Il recupero “adattativo”, definito anche “compensatorio”, si basa, invece, sullo sviluppo di capacità di compenso al deficit sia da parte dell'emicorpo sano che mediante l'utilizzo delle attività residue dell'emilato colpito dalla disabilità. 
In questa situazione, il paziente può essere nuovamente in grado di eseguire una determinata prestazione senza aver ottenuto alcun recupero funzionale da parte delle strutture interessate dal danno vascolare dell'encefalo. 
Ambedue queste modalità di recupero, quello intrinseco e  quello compensatorio, si possono integrare consentendo il ripristino di specifiche abilità. 
Nella definizione degli obiettivi raggiungibili per ogni singolo paziente dovrebbero essere previste, sulla base del quadro clinico, specifiche modalità di recupero condizionate dai fattori che incidono negativamente sul ripristino di un'autonomia parziale o totale. 
I più comuni fattori predittivi “in negativo” dell'evoluzione sono rappresentati da: 
1) stato generale compromesso e dipendenza personale ridotta prima dell'evento vascolare (presenza di malattie cardiovascolari, respiratorie, gravi problemi ortopedici, ecc.); 
2) deficit sensitivo severo, soprattutto propriocettivo; deficit sensoriali; 
3) stato depressivo; 
4) compromissione del patrimonio cognitivo sia nell'ambito di un deterioramento globale che per la presenza di deficit selettivi quali l'aprassia, il neglect e l'anosognosia; 
5) limitata disponibilità della famiglia e di strutture riabilitative adeguate. 
Al contrario, si ritiene che una valida motivazione ed una buona organizzazione riabilitativa, che coinvolga la famiglia, costituiscano fattori favorevoli ai termini della ripresa. 
Pertanto, come detto, la predittività in termini di recupero riveste in neuroriabilitazione, negli esiti degli stroke, una grande importanza in quanto consente di stabilire i target raggiungibili per quanto attiene una migliore qualità della vita saldata anche a possibilità funzionali con ricadute favorevoli sugli aspetti relazionali, familiari, sociali e lavorativi. 

Indicatori del recupero: scale di valutazione. 
In tale ottica esistono criteri clinici principalmente affidati alle scale di valutazione ma anche strumentali con i quali il Riabilitatore cerca di considerare già, a breve distanza dall'ictus, quale potrà essere l'entità degli esiti disabilitanti. Esiste, oltre a studi sulla prevenzione delle vasculopatie cerebrali e sulla fase acuta dello stroke, una letteratura sui problemi della riabilitazione post-ictale; pur tuttavia scarsa è la conoscenza delle sequele tardive: una ricerca di Giaquinto, eseguita su 180 emiplegici stabilizzati e su 200 soggetti di controllo di pari età, ha dato i seguenti risultati: 
- si recupera in media il 75% delle attività della vita quotidiana. La presenza di depressione ha valore critico. 
- L'emiplegico stabilizzato soffre di depressione con riduzione di attività sociali, più dei controlli (p<0.001). La donna è più colpita dell'uomo. In media la depressione è moderata ma può avere depressione grave il 14.41% dei casi. 
- In tutti i pazienti esiste forte correlazione tra depressione, attività sociale e stress dato dai parenti. 
- Le condizioni alla dimissione del centro riabilitativo sono predittive per l'autonomia personale nella vita di tutti i giorni. 
- E' tornato al  lavoro il 21.42% dei soggetti in età lavorativa non sempre nelle stesse mansioni, molto spesso in condizioni di riadattamento. 
- I pazienti sono molto spesso, da parte dei conviventi, oggetto di critiche  relative all'apatia, all'irritabilità e all'egocentrismo. 
Gli indubbi progressi in materia di tecnica delle immagini e di fisiopatologia del circolo cerebrale non hanno portato vantaggi a lungo termine ed il paziente con sequele stabilizzate ha bisogno di cure ma con taglio diverso e più ampio rispetto a quelle ricevute in precedenza. 
In tale contesto un buon orientamento in termini predittivi può derivare dalla somministrazione della NIH della Stroke Scale di Brott T. (1989). 
Ma, come detto, la valutazione funzionale ha particolare importanza in riabilitazione, ai fini dell'impostazione ed organizzazione del trattamento, e nel follow-up dei pazienti sia esso a breve, medio, o lungo termine (Borer e Niouri, 1989; Donaldson, 1973; Greshan, 1979, 1980) allo scopo di monitorare il grado di disabilità e l'efficacia della terapia. 
Nella pratica clinica il concetto di valutazione funzionale è stato assimilato a quello di valutazione delle Attività di Vita Quotidiana AVQ o ADL (Activity of Daily Living) divenendo oggi la prinicipale misura della disabilità. 
Si tratta di scale di misurazioni numeriche includenti aspetti di mobilità, le attività di self-care (quale nutrirsi, lavarsi, fare il bagno, toilette, vestirsi, pettinarsi) e, non costantemente, la continenza sfinterica (urinaria e intestinale). 
Un esempio di scala ADL, è quella suggerita da Katz, calcolata attraverso una scala numerica ordinale che esamina le seguenti attività funzionali: fare il bagno, vestirsi, recarsi in toilette, trasferimenti, continenza sfinterica e nutrirsi. Queste attività sono ordinate in modo da cercare di riflettere la reale sequenza con cui tali funzioni sono perse (e talora recuperate) nella malattia e nella senescenza. 
Secondo Law e Latts (1989), questa scala possiede una buona validità e affidabilità nel descrivere il grado di disabilità attuale del paziente, permettendo inoltre confronti tra persone disabili. 
Una delle ADL più note e senz'altro la più usata, è quella proposta da Mahoney e Barthel nel 1965, e comunemente ascritta a Barthel.  
Si tratta di una scala numerica composta di 10 items ad ognuno dei quali è attribuito un punteggio variabile da 0 a 5 a 10, oppure da 0 a 5 a 10 a 15; due diversi tipi di siglatura sono scelti in funzione dell'importanza arbitrariamente attribuita ai singoli parametri nel determinare la disabilità totale. 
Le funzioni considerate sono: nutrirsi, pettinarsi, vestirsi, trasferirsi dal letto alla sedia, attività di toilette, fare il bagno, deambulazione, usare le scale, e continenza sfinterica. 
L'indice di Barthel è stato utilizzato in numerosi studi sul recupero funzionale, e possiede doti di validità, sensibilità, affidabilità e semplicità, nel descrivere le abilità funzionali attuali e le relative modificazioni nel tempo (Granger  1979, Gresham 1980, Wade 1987, Law e Letts 1989). 
Come sottolineato da Granger e coll. (1989) che hanno effettuato misurazioni ripetute dell'indice di Barthel su 110 pazienti emiplegici durante il ricovero in ospedale, il test è anche in grado di predire approssimativamente la durata della degenza, e la probabilità di dimissione del paziente. Tuttavia possiede il limite di non considerare alcuni fattori che possono influenzare il recupero, come i problemi percettivi, cognitivi, linguistici, emotivi e familiari. 
Wade D.T. e coll. (1987), hanno valutato la performance  funzionale  di 976 pazienti emiplegici, mediante l'utilizzo dell'indice di Barthel, per un periodo di 6 mesi dopo l'evento morboso: dall'indagine è emerso come il punteggio ottenuto da Barthel all'inizio (entro la prima settimana) rappresenti un importante fattore prognostico e per il recupero funzionale e  per la sopravvivenza  (mentre secondo Basaglia et al. tale indice assume importanza soltanto a partire dalla terza settimana); tali AA., inoltre, hanno segnalato che il recupero si verificherebbe più rapidamente nelle prime settimane, osservandosi però in molti pazienti anche nel periodo compreso fra 3 settimane e 6 mesi.  
Infine, in accordo con altri Autori (Prescott e Garraway 1982, Wade e Skilbeck 1983) l'incontinenza urinaria è risultata un importante fattore prognostico. 
Skilbeck et al. (1983), hanno studiato il recupero dopo lo stroke di 92 pazienti, attraverso l'esame delle ADL, della deambulazione, della funzione dell'arto superiore e della comunicazione linguistica. L'indagine conferma che il maggior recupero, in tutte le variabili esaminate, si verifica entro 3 mesi dall'evento morboso. 
Basaglia e Mazzini (1982), utilizzando l'indice di Barthel, hanno esaminato l'indipendenza funzionale nelle ADL di 100 pazienti emiplegici sottoposti a trattamento riabilitativo, confrontando i valori conseguiti alla dimissione, con quelli ottenuti dopo un periodo variabile trascorso a casa. 
 L'indice funzionale è stato poi correlato a diversi parametri quali l'età ed il sesso dei pazienti, la gravità ed il lato della lesione. I risultati hanno evidenziato che la gravità della lesione è senz'altro un elemento di primaria importanza nel condizionare la capacità funzionale motoria; inoltre è stato notato un miglior recupero funzionale dei pazienti emiplegici destri rispetto ai sinistri. 
Alla luce di questa esperienza, gli Autori hanno infine sottollineato la necessità di un test funzionale specifico per l'emiplegico, al fine di evitare un'omogeneizzazione dei risultati, che inevitabilmente consegue ad attività funzionali considerate troppo globalmente (ad es. mangiare, vestirsi, etc.). E' stata anche proposta l'esclusione dal test della valutazione del controllo sfinterico, data la scarsa incidenza di questa alterazione in tali pazienti. 
Schoening et Al. (1965), hanno suggerito una semplice scala numerica delle ADL, nota come Kenny Self-Care Evaluation, la quale si compone di sei categorie funzionali (mobilità a letto, trasferimenti, locomozione, vestirsi, igiene personale, nutrirsi), indagate a loro volta in diverse prove per un totale di 18 items. Ad ognuno viene attribuito un punteggio variabile da 0 (dipendente) a 4 (indipendente). In questa scala ciascuna categoria viene considerata della medesima importanza e viene enfatizzata la relazione reciproca tra l'esigenza di nursing e l'indipendenza funzionale nelle ADL (Gresham, 1980). Rispetto al test di Barthel, la Kenny Self-Care Evaluation non include tra le variabili considerate la continenza sfinterica. 
In una recente revisione critica delle scale ADL, Law e Letts (1989), confermano la validità della scala di Kenny e la sua utilità per scopi descrittivi e predittivi, nonchè la sua possibilità di seguire le modificazioni dell'abilità funzionale del paziente nel tempo. Questa scala è stata utilizzata da Stern (1971), che ha esaminato 62 pazienti affetti da emiplegia vascolare, trattati in ambiente riabilitativo utilizzando prove cliniche di abilità motoria, di sensibilità, forza e prove funzionali riguardanti le ADL. 
Si è rilevato come il miglioramento avvenga per la maggior parte nei primi 2 mesi dall'ictus; esso si esplicherebbe fondamentalmente sul piano funzionale, indipendentemente dalla presenza di un recupero intrinseco sul piano sensomotorio, che in molti casi è apparso trascurabile. L'autore conclude attribuendo all'intervento riabilitativo un ruolo prevalente nell'ambito del recupero adattivo e ritenendo le tecniche riabilitative correnti scarsamente efficaci nel modificare il deficit neurologico in sé.  
Tutto questo sottolinea l'importanza della definizione di criteri operazionali univoci nell'ambito della Medicina Riabilitativa, soprattutto ai termini della migliore predittività circa la natura degli esiti disabilitanti. 
Moskowitz e McCann (1957), hanno elaborato il profilo PULSES (Physical condition, Upper limb functions, Lower limb function, Sensory components, Excretory function, Support factors), che poi è stato adattato da Granger et Al. nel 1979. Si tratta di una scala in cui vengono esaminate 6 componenti principali: le condizioni fisiche generali del soggetto, la funzione dell'arto superiore (attività di self-care dipendenti prevalentemente dall'arto superiore), la funzione dell'arto inferiore (mobilità e trasferimento), le componenti sensoriali (relative alla comunicazione ed alla vista), le funzioni sfinteriali, e fattori di supporto,  psicologici, emotivi, familiari e sociali. 
Ad ogni componente è assegnato un punteggio variabile da 1 (funzione intatta o indipendente) a 4 (completamente dipendente). 
Granger e coll. (1979) hanno applicato il profilo PULSES e l'indice di Barthel ad un gruppo di 307 pazienti severamente disabili da varie patologie, al fine di misurarne il grado di disabilità e monitorarne il recupero.  
I risultati hanno confermato la validità, affidabilità, e sensibilità dei due metodi nel descrivere le abilità funzionali ed i relativi cambiamenti nel tempo. Poiché il profilo PULSES include anche sezioni su problemi sia medici che di carattere sociale, non può essere considerato come una vera scala ADL (Barer e Nouri, 1989). Tuttavia, merita di essere ricordato, in quanto nella pratica clinica se ne fa un largo uso, anche in termini predittivi di esiti, non solo per pazienti emiplegici, ma anche in altre condizioni di disabilità come ad esempio nei traumatizzati cranici.  
In uno studio condotto da Moskowitz e coll. (1972), gli Autori hanno valutato il recupero neurologico e funzionale di 518 pazienti affetti da stroke, di cui 313 seguiti per 3 anni, utilizzando il profilo PULSES. 
I risultati indicano che il recupero neurologico è massimo entro 6 mesi, e che non sempre coincide con il recupero funzionale. I pazienti studiati erano sottoposti a trattamento riabilitativo con modalità estremamente variabili (da terapie domiciliari a ricoveri in ambiente riabilitativo specializzato nello stroke); il recupero è sembrato indipendente dal tipo di trattamento ricevuto. 
Un altro sistema di valutazione funzionale non limitato alle sole ADL, è il profilo ESCROW (Environmnet,  Social interaction, Cluster of family members, Resources, Outlook, Work/school/retirement status): questo analizza la capacità di servirsi degli arti, di comunicare e di vedere, nonchè la necessità di servizi di terapia fisica e/o di assistenza e il livello dell'aiuto sociale. 
Il profilo ESCROW, il PULSES e l'indice di Barthel insieme formano il Sistema di valutazione ad Ampio Raggio (LRES), ideato da Granger et Al. (1976). 
Questo è uno strumento di misura  per descrivere l'area di servizi necessari, il grado di invalidità, le modificazioni individuali nel tempo, per confrontare le condizioni di gruppi di individui trattati in tempi e luoghi differenti e per trarre, anche, considerazioni in termini di predittività di esiti (LRES). 
In letteratura esistono numerose altre scale di valutazione delle ADL: per una loro revisione si rimanda al recente lavoro di  Law e Letts del 1989, dove vengono dettagliatamente esaminate le proprietà di 13 scale ADL. Wade et al. (1983) sostengono l'importanza in riabilitazione di una accurata predizione dell'outcome dello stroke e la necessità di un modello medico adeguato. A tale scopo si riconoscono due fondamentali metodologie: un primo approccio consiste nel collegare un iniziale fattore individuale al risultato finale; la variabile iniziale può essere quantificata (ad es. il lato della lesione cerebrale mediante indagine TAC), o semplicemente annotata come presente o assente (ad es. presenza o meno di emianopsia). 
Con questo metodo è possibile identificare molte variabili che si collegano individualmente, ma nessuna di esse è tale da permettere una predizione accurata. 
Il secondo approccio prevede l'identificazione di un gruppo di items, relativamente indipendenti l'uno dall'altro, che insieme si collegano con il risultato. Tuttavia le variabili iniziali identificate e la loro relativa importanza possono variare molto da uno studio all'altro senza un chiaro consenso degli studiosi al riguardo. Un esempio di tale metodo è la tecnica matematica dell'analisi a regressione multipla che è stata utilizzata da diversi Autori. 
Tra questi Fejgenson ha effettuato un'analisi predittiva su 841 pazienti affetti da stroke. Il modello proposto dall'Autore prevede come variabili dipendenti la performance nelle ADL, la deambulazione, e la durata della degenza, e come variabili indipendenti una serie di fattori quali l'età, il sesso,  l'eziologia dello stroke, la gravità dell'emiplegia, la presenza di turbe emianopsiche, sensitive, percettive, etc. 
La sempre crescente utilizzazione della Functional Indipendence Measurement (FIM) ha nell'ultimo decennio consentito una migliore comunicabilità di tale modalità di valutazione che oltre a considerare problematiche psichiche e cognitive, consente, con una valutazione numerica (da 18 a 126) di monitorare longitudinalmente i quadri disabilitanti. 
Pur tuttavia emerge sempre più chiaramente, specie negli esiti di uno stroke l'inadeguatezza delle sole variabili mediche e fisiche e la necessità di includere nell'analisi variabili socio-economiche nonchè esami strumentali al fine di aumentare l'efficacia predittiva del modello. 

Indicatori strumentali del recupero 
Di fatto esistono recenti lavori tra cui quelli di Bastianello et al. (1993) che nel segnalare che il recupero funzionale di un paziente con stroke ischemico dipende da numerosi fattori quali l'età, le condizioni generali e soprattutto la sede e l'estensione della sofferenza parenchimale cerebrale, sottolineano che con la TAC è possibile osservare, già entro poche ore dall'esordio clinico, l'eventuale sofferenza delle strutture cerebrali riuscendo anche a poter predire l'estensione del danno parenchimale e l'eventuale recupero funzionale. 
E' possibile in tal modo identificare categorie di pazienti con differente potenziale recupero funzionale.  
Lo studio suggerisce come la presenza di segni iniziali di sofferenza parenchimale sia indicativa di una lesione più estesa, espressione quindi di una prognosi negativa a differenza di pazienti con TAC in fase acuta negativa o con prognosi decisamente favorevole: aspetti di notevole interesse nella programmazione e nell'orientamento del trattamento riabilitativo. 
Sulla base di tali premesse appare estremamente utile ai termini di una diagnosi e di una prognosi riabilitativa associare alle varie scale di valutazione, oltre ad una diagnostica per immagini, anche di tipo estremamente sofisticato (TAC, RMN, Angio RMN, SPECT, PET), indagini strumentali che indaghino il paziente vuoi sul piano neurofisiologico e neuropsicologico vuoi per quanto attiene postura, coordinazione dinamica, studio del passo aspetti che devono essere un target irrinunciabile del Riabilitatore che ambisce a monitorare e quantificare al meglio i quadri disabilitanti in pazienti ictati e deve formulare una corretta prognosi riabilitativa. 
In armonia con queste esigenze presso la U.O. di Medicina Fisica e Riabilitazione dell'Università di Bari, operanti presso l'Azienda Policlinico vengono curati particolarmente i sopra citati aspetti che vengono partitamente illustrati. 

A) Aspetto Neurofisiologico: l'elaborazione dei segnali è un campo dai molteplici aspetti, ed esistono poche aree con un sistema di segnali più complesso del corpo umano. Cercare di registrare l'attività di una singola unità motoria, elemento base del muscolo, è come cercare di cogliere un tono leggermente stonato in un coro costituito da molte voci. Ma utilizzando strumenti software per l'elaborazione dei segnali si è in grado di isolare quella “voce solista”. Grazie a questi programmi di analisi gli accertamenti e le cure cliniche di un'ampia gamma di disturbi neuromuscolari hanno compiuto eccezionali progressi. Le attrezzature per l'elettromiografia (EMG) sono ormai apparecchiature standard nelle cliniche meglio attrezzate. Queste strumentazioni monitorizzano i segnali nervosi e l'attività muscolare ed il neurofisiologo può utilizzare tecniche EMG per stabilire quando un muscolo è attivo e misurare la forza esercitata durante un movimento specifico. Le misurazioni indicano se il malfunzionamento motorio è dovuto ad un disturbo muscolare, nervoso, o ad entrambi. Il problema è che gli equipaggiamenti EMG attuali non sono sufficientemente precisi. Gli elettrodi rilevano l'attività muscolare di diverse unità motorie, che reagiscono tutte nello stesso istante, ma in tempi leggermente sfasati. La valutazione del tono muscolare di solito esaltato negli esiti di stroke è uno dei target della indagine EMG. 
Un compito fondamentale dell'elaborazione dei segnali, ma complesso da applicare, è quello di ottenere l'analisi in frequenza e disaccoppiare i canali di input. Forti accoppiamenti di fase non solo rendono difficile il disaccoppiamento, ma fanno sì che i metodi convenzionali per l'analisi spettrale sovrastimino i picchi alle basse frequenze. Eppure sono proprio le basse frequenze (al di sotto dei 40 Hz) a contenere le informazioni sui ritmi di attivazione dell'unità motoria (MU). Sono state sperimentate diverse metodologie per la scomposizione dei segnali, ma fino ad ora hanno funzionato solo con bassi livelli di contrazione muscolare. Queste tecniche richiedono inoltre che gli aghi degli elettrodi siano inseriti nel muscolo, procedura questa piuttosto dolorosa. 
Un passo avanti è dato dall'applicazione delle potenzialità di elaborazione dei segnali da parte di software ai dati di superficie EMG. Il risultato è una metodologia del tutto indolore. 
I due principali fattori che influenzano l'output della forza muscolare sono il reclutamento (il grado in cui le unità motorie vicino alle terminazioni nervose vengono attivate  dai nervi), e il ritmo di sollecitazione (velocità con cui gli impulsi nervosi reagiscono o sollecitano il gruppo muscolare). La maggior parte degli elettromiografi misurano e visualizzano semplicemente dati di serie temporali allo stato grezzo o leggermente filtrati. Tutto ciò è inadeguato; primo perchè è difficile dedurre con precisione dai dati di serie temporali il ritmo di reazione, e secondo perchè l'effetto di accoppiamento incrociato degli elettrodi vicini, che raccolgono versioni attenuate e sfasate degli stessi segnali, rende difficile determinare quali unità motorie sono state realmente reclutate. 
La soluzione del problema potrebbe essere quella dell'utilizzo dell'analisi bispettrale. Questa tecnica non fornisce solo un filtraggio preciso delle basse frequenze, ma produce anche una funzione conosciuta come “bicoerenza incrociata”, che può essere utilizzata per disaccoppiare i canali di input. I dati EMG sono collezionati per mezzo di un elettromiografo tradizionale, digitalizzati e memorizzati, quindi inviati al software di analisi esecuzione su una workstation. Gli algoritmi realizzati sono in grado di risolvere i problemi di analisi spettrale; tuttavia, lo scopo ultimo è quello di fornire le informazioni EMG in una forma chiara ed accessibile. Il grafico in coordinate polari a colori può essere la soluzione ideale. Ogni porzione di tale grafico rappresenta un canale di input. Il raggio corrisponde alla velocità di reazione (0-40 Hz), mentre il colore indica la forza dell'attività motoria a quella data frequenza mostrando istantaneamente  quali gruppi muscolari stanno “lavorando al massimo” e quali no.  
Ottenere i dati in questo formato rende possibile eseguire ulteriori diagnosi. Per esempio, può essere applicata la metodologia di “pattern recognition” per confrontare il grafico in coordinate polari di un paziente con quello di riferimento relativo a condizioni conosciute, come negli esiti di stroke. 
Problemi simili di elaborazione dei segnali si presentano con i dati delle onde cerebrali.  
Si vorrebbe non solo sapere quali centri del cervello sono attivi, ma anche come l'attività si sposta da una zona cerebrale ad un'altra. L'obiettivo è quello di ricavare importanti informazioni sulla fisiopatologia del Sistema Nervoso Centrale sulla base di elaborazioni del segnale EEG e di risposte evocate a stimoli sensoriali (acustici, visivi, somato-sensoriali) ed evento-correlati (a seguito di stressors noti, stimolazioni motorie, procedure di apprendimento, etc). Sono state introdotte metodologie di elaborazione dei segnali che sono originali rispetto alle classiche metodiche di filtraggio numerico e di media sincronizzata: questi ultimi approcci, infatti, non permettono in genere di ottenere un rapporto segnale/rumore soddisfacente per gli scopi di ricerca e non sono in grado di valutare la dinamica della risposta del Sistema Nervoso Centrale e quindi di misurare, a seguito di cerebrolesioni vascolari, le sue caratteristiche di adattamento e di plasticità.  
A tal fine si è elaborato un metodo che permette di ottenere la risposta ad un singolo stimolo.  
Applicazioni di queste metodiche sono state introdotte nel monitoraggio di varie patologie caratterizzate da instabilità della risposta sensoriale (ad esempio, patologie neurologiche centrali e patologie dell'apprendimento, nello studio dell'addestramento a vari tasks motori, nell'esercizio cognitivo e nella riabilitazione di handicap psicofisici).  
Utilizzando un algoritmo per il riconoscimento degli “spike” e cambiando  tipo di grafico, passando da un grafico in coordinate polari ad un grafico a curve di livello è possibile ottenere una rappresentazione a colori dei dati EEG relativi a 14 parti del cranio del paziente.  
Lo scopo fondamentale della ricerca è quello di integrare le tecniche EMG/EEG per la diagnosi, la valutazione e la terapia di biofeedback, con la ricerca per la neurologia clinica e le applicazioni di riabilitazione. 
Un'ultima notazione riguarda le applicazioni in Riabilitazione dei potenziali evocati stimolo correlati (PES, PEV, PEA, genito corticali e sacrali) ed eventi correlati (NCV, P300, P400) in grado di valutare eventuali menomazioni lungo le vie nervose monitorando longitudinalmente evoluzioni migliorative o peggiorative. 
Inoltre la P300 e la P400 consentono di controllare modificazioni che precedono e accompagnano la eleborazione di un progetto cinetico o verbale consentendo ad esempio di valutare nel tempo aspetti disabilitanti quali USN o afasie conseguenti allo stroke. 
Infine l'uso dei potenziali evocati motori (PEM) con stimoli magnetici ad alta frequenza, consente di vagliare la pervietà delle vie efferenti non solo ai termini di una diagnosi e prognosi riabilitativa, ma anche per promuovere nell'ambito della rete nervosa, con un contemporaneo training recuperativo, una neosinaptogenesi esitante nella riconquista di atti motori. 

B) Aspetti Neuropsicologici  
Nell'ambito delle alterazioni delle funzioni nervose superiori che si realizzano in seguito ad un episodio ictale vengono indagate e successivamente sottoposte a trattamento riabilitativo, le sindromi afasiche, le turbe prassiche e gnosiche e la sindrome da negligenza spaziale unilaterale (Unilateral Spatial Neglect) mediante protocolli standardizzati e protocolli utilizzati in via sperimentale presso l'U.O. 
Preliminarmente vengono esplorate , con l'ausilio della clinica, dell'imaging e degli esami neurofisiologici le potenzialità residue ovvero “ciò che è rimasto intatto nel paziente” : dati utili al fine della prognosi di recupero. 
Ad esempio nei soggetti destrimani con afasia e danno focale a livello emisferico sinistro vengono indagate le abilità visuo-spaziali , il linguaggio automatico ed altre competenze sopramodali di competenza dell'emisfero destro. 
Inoltre  con l'ausilio di test come l'AAT (Aachner Aphasia test), il BADA (Batteria per l'analisi dei disturbi afasici) di Miceli e Laudanna vengono acquisite informazioni utili al riabilitatore circa le competenze linguistiche “residue” (morfo-sintattiche, semantico-grammaticali, prosodiche e lessicali).  
A corollario si utilizzano la Scala per la valutazione della Qualità della vita dell'afasico, la SF-36 e la FIM per “stabilire” sia il carico assistenziale del soggetto disabile sia per individuare le defettualità che penalizzano lo stato di salute. 
Alla stessa maniera, nei soggetti con danno lesionale all'emisfero minore si somministrano test per la valutazione della emisomatoagnosia, l'aprassia dell'abbigliamento, l'emiinattenzione visiva ed uditiva, l'emipocinesia che valutano la sindrome USN  ed in seguito si propone un protocollo riabilitativo ad hoc per il recupero delle turbe visuo-percettive, attentive, mnesiche, prassiche al fine di una migliore autonomia nelle attività della vita quotidiana. Negli ultimi anni sempre più vengono coniugati i test con una informatizzazione che consente , con l'uso del computer di estendere l'indagine anche in aspetti attentivi indagabili anche con i tempi di reazione. 
Il team che opera in ambito multidisciplinare è costituito dal fisiatra, dal neurologo, dallo psicologo, dal fisioterapista, dal terapista occupazionale e dal logopedista . 
Da vari anni, sotto la guida dello psicologo della U.O , gli afasici partecipano ad incontri di psicoterapia di gruppo sperimentale con funzioni di sostegno psicologico e di  ottimizzazione del lavoro riabilitativo. Anche nelle altre disabilità palesate dal soggetto con danno lesionale emisferico vengono effettuati interventi psicodiagnostici e psicoterapeutici individuali di coppia e familiari. 

C) Nell'ultimo decennio sono stati proposti nuovi strumenti clinici, affidabili e ripetibili, sia per la valutazione obiettiva della gravità dei disturbi dell'equilibrio che per lo studio del passo e dell'efficacia di interventi terapeutici farmacologici e, soprattutto, riabilitativi. 
In una prima fase sono state identificate scale cliniche semiquantitative di misura dei disturbi del controllo posturale e/o delle limitazioni funzionali derivanti dalle alterazioni della capacità motoria (FIM, Barthel, Norris, ecc.). 
Un secondo approccio è stato quello strumentale basato sulla valutazione degli spostamenti del baricentro corporeo e dell'appoggio plantare per mezzo di piattaforma dinamometrica. Infatti, lo studio del controllo posturale per mezzo di una piattaforma di forze permette di valutare il ruolo delle informazioni sensoriali (visive, propriocettive, vestibolari), come pure i limiti di stabilità del soggetto con opportune variazioni dei test di valutazione. 
Attualmente ci si avvale di una strumentalità, saldata allo studio ed al monitoraggio di soggetti affetti da disordini posturali: la Baropodometria Elettronica (BPE). Tale metodica, introdotta in Italia da alcuni anni, si ripropone nel 1999 con il sistema denominato “Clinical Software I & II”, costituito da: 
- Piattaforma di rilevazione baropodometrica modulare (BPM120) comprensiva di camminamento deambulatorio (320x75 cm) con software di acquisizione per statica, dinamica, e posturografica; interpretazione dei dati in automatico; PC IBM compatibile, Video e stampante. 
- Image System per acquisizioni immagini e ripresa in tempo reale dell'esame posturografico (standing static) e della deambulazione (standing dinamic), calcolo lunghezze ed angoli dei vari segmenti corporei. 
Essa offre la possibilità di valutare la distribuzione delle pressioni plantari nella stazione eretta, sia in fase statica sia durante la deambulazione (fig.1), fornendo a colori i valori delle pressioni, il punto di massima pressione, la superficie di appoggio, il baricentro corporeo, quello passante sulla perpendicolare di ogni singolo arto (per evidenziare rotazioni o dismetrie della sovrastruttura) e quello dinamico (risultante delle forze). 
Per studiare l'appoggio statico il paziente viene fatto salire sulla piattaforma (con o senza calzature); dapprima sarà opportuno il recupero della propriocettività invitando il soggetto a deambulare per alcuni minuti sulla piattaforma modulare; durante l'acquisizione l'appoggio bipodalico deve essere spontaneo, con gli arti superiori lungo il tronco, sguardo in avanti, retropiedi allineati, margine mediale del piede equidistante dall'asse delle ordinate, Chopart coincidente con l'asse delle ascisse.  
Tale appoggio viene visualizzato dopo aver calcolato la media delle oscillazioni durante il tempo di acquisizione.  
Successivamente il paziente viene sollecitato a camminare sulla pedana modulare costituita da 4800 sensori a matrice resistiva per effettuare l'esame dinamico. L'acquisizione inizia quando il piede tocca la piattaforma e, dopo aver memorizzato più passi consecutivi, termina quando il paziente esce dalla piattaforma. Durante lo svolgimento del passo vengono elaborati i centri di pressione di ciascun piede, suddivisi in cento fasi (dal retropiede allo stacco dell'avampiede). 
La valutazione posturografica (fig.2), inoltre, diviene fondamentale nello studio delle capacità di coordinazione di un soggetto in stazione eretta (fenomeno dinamico) che si basa sul controllo di un'oscillazione corporea lenta e costante con fulcro alla tibio-tarsica, che comporta un riadattamento muscolare, tendineo e legamentoso, consentendo brevi periodi di riposo ai tessuti di sostegno. L'esame posturografico è caratterizzato dalla registrazione in 60 secondi delle oscillazioni posturali (postural sway) di un soggetto in stazione eretta; e ci informa su alcuni parametri fondamentali:  
- Superficie delle oscillazioni espressa in cm2; 
- Lunghezza del gomitolo di oscillazione espresso in cm (valore correlato in misura direttamente proporzionale all'energia spesa dal soggetto testato per il mantenimento della postura di base); 
- Valori massimo e minimo degli spostamenti del centro di pressione sui due assi cartesiani (X ed Y);  
- Statokinesigramma (rappresentazione grafica dello spostamento del centro di pressione in un sistema di assi cartesiani -gomitolo-); 
- Stabilogramma (rappresentazione grafica dello spostamento del centro di pressione nel tempo, rispetto al singolo asse cartesiano); 
- Grafico delle velocità delle oscillazioni; 
- Rappresentazione grafica in percentuale delle frequenze di oscillazione espresse in Hz; 
- Grafico dei cicli di compensazione; 
- Radar control. 
E' inoltre possibile studiare l'eventuale effetto destabilizzante indotto dalla perturbazione di uno o più ingressi sensoriali con numerosi altri tests stabilometrici complementari che hanno lo scopo di individuare il contributo dei singoli sottosistemi come la componente oculomotoria, stomatognatica, relativa al rachide cervicale, dorsale, lombo-sacrale e agli arti inferiori,  etc. 
Il suo impiego può trovare applicazioni preventive, diagnostiche e terapeutiche.  
Applicazioni preventive: riguardano soggetti in età prescolare e scolare, per lo screening di patologie di interesse ortopedico e neurologico. 
Applicazioni diagnostiche: forniscono dati “quantitativi e qualitativi” sul deficit posturale in pazienti con patologie di interesse ortopedico quali dismorfismi e paramorfismi del rachide, spondilolisi e spondilolistesi, displasia congenita dell'anca, ginocchio valgo, piede torto congenito, piede piatto valgo, alluce valgo, artrosi, osteocondrosi, artrite reumatoide, esiti di noxae traumatiche (fratture, lussazioni, distorsioni, lesioni muscolari e tendinee); pazienti con patologie di interesse neurologico quali emiplegia, sclerosi multipla, paralisi cerebrali infantili, morbo di Parkinson, esiti di poliomielite, neuropatia diabetica (per la diagnosi precoce ed il monitoraggio dell'ulcera plantare), miopatie; soggetti con patologie di interesse odontostomatognatico quali malocclusioni, sindromi algico-disfunzionali (sindromi miofasciali, bruxismo, incoordinazioni condilo-meniscali, artrosi della ATM). 
Applicazioni terapeutiche: da un lato consentono di valutare i miglioramenti posturali ottenuti mediante l'impiego di tecniche di rieducazione neuro-motoria, di chirurgia ortopedica (eseguendo l'esame prima e dopo l'intervento); come anche la valutazione di soggetti con ortesi, dall'altro possono essere impiegate esse stesse come misure terapeutiche, ad esempio come metodica di biofeedback. In tal sede è opportuno sottolineare alcuni studi condotti, con l'utilizzo della BPE, in un gruppo di pazienti affetti da esiti di Stroke.  
Infatti sono stati arruolati pazienti affetti da deficit emisomatico (50 pazienti emiparetici -26 femmine, 24 maschi- di cui 26 con deficit emisomatico destro, con età mediana di 60.5 anni) che mantenevano la stazione eretta e deambulavano; dopo valutazione fisiatrica sono stati sottoposti a valutazione baropodometrica statica, dinamica e posturografica. I dati emersi sono stati confrontati con un gruppo omogeneo di soggetti (27 femmine, 23 maschi, con età mediana di 59.7 anni) esenti da patologie degne di nota.  
I dati ricavati dal nostro studio sono stati sottoposti ad analisi statistica mediante analisi della varianza ad una via e test di Bonferroni. 
Con tale studio la BPE, nella patologia considerata, ha messo in evidenza le diverse possibilità di appoggio plantare, tenendo presente le superfici e la distribuzione del carico in appoggio bipodalico.  
Per quanto riguarda il gruppo di pazienti con deficit emisomatico si evince significatività per quanto attiene il carico distribuito bilateralmente al retropiede (fig.3), specie sul lato sano; ma valutando attentamente i dati si nota un carico più ridotto al lato paretico dei pazienti con deficit emisomatico sinistro (cerebrolesi destri) rispetto a quelli con deficit destro (cerebrolesi sinistri). 
Significatività si evince, inoltre, nella valutazione posturografica (fig. 4) per quanto riguarda i valori della superficie di oscillazione e della lunghezza della traccia: infatti i due valori considerati sono nettamente superiori rispetto ai sani, mentre la lunghezza della traccia, dato interessante, è decisamente minore nei cerebrolesi sinistri rispetto ai destri. 
A tal punto giova sottolineare che la lunghezza della traccia è espressione, per come già riferito, dell'energia spesa dal soggetto per il mantenimento della coordinazione sia statica che dinamica; pertanto i cerebrolesi destri, per ottimizzare al meglio la postura di base e la coordinazione cinetica inficiata dal deficit motorio, devono utilizzare strategie posturali di compenso più complesse e dispendiose dal punto di vista energetico. Tale dato conferma un'ipotesi già avanzata con studi (Megna - Ranieri) segnalanti anche livelli superiori a quello sovraspinale tronco-encefalico come essenziali ai termini del controllo posturale: funzione altamente appresa e adattiva, strettamente connessa all'immagine corporea interna, pienamente corticalizzata nell'area parietale destra.  
Quindi negli esiti di Stroke la BPE è utile nel monitorare la reintegrazione, per mezzo di un mirato intervento riabilitativo, delle reazioni posturali chiave indispensabile, soprattutto nell'emiparetico sinistro (molto spesso afflitto da Unilateral Spatial Neglect) per il passaggio da una motilità primitiva, povera, globale e stereotipata (inficiata anche dalle sinergie patologiche), ad una più evoluta e libera nelle scelte operative.  
La BPE si presenta quindi come una metodica di notevole e multiforme interesse applicativo, il cui limite rimane, peraltro, la costruzione di un “range di normalità”, tanto per l'analisi statica quanto per l'analisi dinamica. Soltanto attraverso l'esame di un gran numero di soggetti e con una adeguata elaborazione statistica dei dati, infatti, appare migliorabile l'interpretazione dei risultati. 

Per quanto fin qui detto emerge la necessità di una corretta diagnosi e prognosi riabilitativa in grado di orientare il Riabilitatore verso opzioni differenti secondo il grado di disabilità. 
La scelta però non deve essere imbarazzante, ma deve seguire dei criteri precisi, definiti sulla base delle finalità e delle previsioni degli esiti che ci si propone col bilancio. 
a) Se la predittività è basata sulla destinazione, il ritorno a casa, ad esempio, non può essere correlato alla sola misura fisica, ma deve considerare anche l'ambiente familiare, il cosidetto setting, l'arredo domiciliare, la possibilità di aver assistenza, il cosidetto caregiver. 
b) Se la predittività è basata sulla qualità della vita, bisogna mirare alla riduzione della disabilità, dell'handicap, della depressione, dello stress al paziente e dello stress ai parenti. 
c) Se la predittività è basata sul rapporto costi/benefici occorre avere misure di risultato, di outcome e di controllo delle risorse impiegate come quelle legate alla struttura, alla edilizia (corsie, palestre, piscine, giardino Robinson, mensa, ricreazione, servizi religiosi, farmacia), alle risorse umane (personale medico, personale paramedico, terapisti della riabilitazione, terapisti occupazionali, logoterapisti, animatori, parrucchieri), alle risorse strumentali (radiologia, neurofisiopatologia, TENS, FESS, pedane, ecc.), al mobilio (letto, armadi, comodini, carrozzine, ecc.), al materiale di consumo (materassi speciali, lenzuola, pannoloni, condom, articoli da toilette, ecc.). 
d) Inoltre l'opportunità di poter disporre anche di esami strumentali quali l'EEG mapping, tali da contribuire ad anticipare in termini predittivi l'evoluzione di un quadro disabilitante saldato allo stroke, diventa fondamentale sul piano della progettazione dell'iter terapeutico. 
Per come detto vale sottolineare che i concetti di processo e di esito non sono assolutamente unitari, ma che risentono dell'obiettivo che ci si propone nel corso della assistenza riabilitativa, condizione estremamente utile sia per il Neuroriabilitatore che per il paziente e la sua famiglia. 

Megna Gianfranco 
Fiore P. 
Ianieri G. 
Ranieri M. 
Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche 
Sezione di Medicina Fisica e Riabilitazione - Università degli Studi di Bari 
Unità Operativa di Medicina Fisica e Riabilitazione - Azienda Ospedaliera Policlinico Bari

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