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ZURIGO

Stenio Solinas
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Da Marsano, in Bahnofstrasse, la via dei caveau blindati e del lusso, anche le piante, le composizioni, i fiori trasudano ricchezza: sistemati in vasi di pietra antica, bandite accuratamente le tonalità forti, preparano un décor da cui ogni eccitazione è esclusa, ogni rilassatezza gradita. Alla Kronanhalle, nella Rämistrasse che finisce sul lago, lì dove la statua di Ganimede con tanto d'aquila sorveglia le acque, le pareti rimandano tele di Matisse e di Mirò, acquerelli di Picasso, olii di Braque.
Seduti ai tavoli, giovani virgulti della buona società, biondi e belli e ginnasticati, inalberano lunghi sigari, corollario di pranzi robusti: aringhe in doppia panna, cacciagione con cavolo rosso e spaetzle, una sottospecie di gnocchi, mousse al cioccolato. Per capire come saranno da vecchi, basta osservare qualche altro commensale: volti grifagni e volti flaccidi, fisici rinsecchiti e fisici lesi: da un ictus, un infarto, una frattura...Al capolinea della vita, dalle loro persone emana un'aura di quieta soddisfazione, la variante anziana dell'euforica contentezza  dei loro omologhi più giovani. 
Gli uni  e gli altri sono la raffigurazione in carne e ossa di quello che uno scrittore francese di talento, Alain de Benoist, definì anni orsono “le peril suisse”, il pericolo svizzero: l'uscita dalla storia per la porta dell'economia. 
Nel Terzo uomo, Orson Welles faceva dire al trafficante da lui interpretato: “In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. 
Si sbagliava per eccesso di disprezzo. Rifiutarsi alla storia, non impedisce di sfruttarla: i giornali svizzeri continuano a essere pieni di rivelazioni sull'oro degli ebrei disinvoltamente incamerato dalle banche nei tempi tragici della Seconda guerra mondiale. Si uccide, o si massacra, anche con un conto deposito.
Solo a una mente bizzarra poteva venire l'idea di fare a Zurigo una mostra sulla fine del mondo: Veltuntergang & Prinzip Hoffnung. 
Il titolo completo per la verità, è “La fine del mondo & il principio della speranza”, ma della seconda nell'esposizione non c'è traccia, se non nell'ottica premoderna per la quale l'Apocalisse era comunque una rivelazione: e la e commerciale fa capire che il contrasto esiste più per amore di un'immagine che non per un approfondimento tematico. Organizzata da Harald Szeemann (fig.1), curatore della Biennale di Venezia, l'esposizione raggruppa 200 opere, dal XV secolo a oggi: diluvi e giudizi universali, inferni, catastrofi, paure ancestrali si squadernano davanti al visitatore. Un modo come un altro per esorcizzare il millennio che finisce, così come le decine di capodanni in preparazione su e giù per i quattro continenti, sono la controparte istericamente ottimistica che saluta il nuovo secolo alle porte.
Nel confronto artistico sul tema fra passato e presente, noi contemporanei usciamo con le ossa rotte. Il testone caldo di Bruce Nauman da un video e su una parete impersona Antrhro/Socio (fig. 2), una litania ossessiva che recita Nutrimi/aiutami/mangiami/Colpiscimi.
Due disgraziate, Eva & Adele, teoriche e protagoniste del video Futuring (fig. 3) entrano e escono di scena vestite di rosso e di rosa, ombrellino e ali dorate, calve e troppo in carne. Futuring si intitola anche la stanza tappezzata di legni rosa con incisa quella scritta: Coming out of the Future, il senso della loro performance. Se escano dal futuro e se lo rivelino, non è dato sapere, che lucrino sul presente è un dato certo. 
I 20 problemi del XX secolo che Thomas Hirschor espone nel suo Ein Kustwerk, ein Problem, e che vanno dalla questione palestinese alla droga, dal nucleare all'infanzia, dall'immigrazione al Kosovo, si risolvono in pannelli di ritagli stampa montati su legno e  legati da carta argentata come si fosse a una festa di partito o a un'esplosione di parrocchia. I libri del Dalai Lama incellofanati ai piedi di ogni stand aggiungono un tocco di furbo squallore.
Al suono di una musica da sophisticated comedy degli anni Quaranta, alcuni video proiettano spezzoni di pellicole all'insegna della catastrofe: When Worlds collide (fig. 4), di Rudolph Maté, 1951, The Day the Earth caught fire di Van Guest, 1961,  Bomb di Kubrick, 1966. 
C'è spazio anche per un episodio dei Sogni di  Kurosawa, quello di un ingegnere in lacrime davanti alla minaccia nucleare che distruggerà il mondo. 
Eppure, l'incubo dell'atomica, che tanto attraversò la cultura del dopoguerra e nutrì di sé un pacifismo sempre strabico e spesso in malafede, è stranamente assente. 
Una gigantesca foto rimanda al “sarcofago” di Chernobil, il coperchio a forma di piramide che in sette mesi venne collocato sopra il reattore esploso della centrale. 
Oggi, le agenzie di viaggio di Kiev offrono, d'intesa con le autorità, un pacchetto turistico che comprende una visita al luogo del disastro. “Non vogliamo distrarre la gente, ma sensibilizzarla ai rischi del nucleare”, dice Rimma Kiselitsa, responsabile della Chernobil-Interform, la struttura statale predisposta alla bisogna. “Una visita d'un giorno non presenta alcun rischio”. Per 300mila lire, ti portano per città e villaggi abbandonati, foreste di abeti divenuti color rosso dopo l'esplosione, cimiteri di macchine contaminate...In Russia, ormai, tutto si vende e tutto si commercializza, e non sai se è puro cinismo o semplice stupidità.

L'impressione che dà la mostra è che dopo aver fatto le prove generali per un'apocalisse terrena attraverso due guerra mondiali, rivoluzioni, centinaia di conflitti locali, una decolonizzazione bagnata nel sangue, al momento di raccontarla visivamente, la cultura contemporanea abbia dato forfait. 
Non c'è la grandezza dell'orrore, nè il fascino del male, né l'interrogarsi febbrile sul perché. 
Die  Katastrophe che Friedrich Dürrenmatt dipinge nel 1966 e più che altro un ingorgo ferroviario di ponti che crollano e macchine e treni che precipitano. 
L'altare per un ufo di  Eva Whipf sembra un tempietto egiziano ricavato da un robivecchi. La natura femminile iperrealista che John Erik Franzén mette in primo piano nel suo Hell's Angel of California, in mezzo a lattine e vecchie moto non vale in volgare sensualità il fiore che spunta dalle natiche di una delle figurine del Giudizio universale  di Bosch. 
Solo il Parsifal di Kiefer, gigantesco olio su fibra di ortica, con la bacinella che gronda sangue e porta incisa l'esclamazione wagneriana dei  cavalieri dell'atto terzo, “Hochsten heiles Wunder!/Erlosung dem Erloser”, “Miracolo di suprema salvezza! Redenzione al Redentore”, ha una sua cupa grandiosità, come se da un cinquantennio a questa parte, visivamente non si sappia più formulare un discorso che non sia afasico. 
La pittura celebra il proprio funerale e l'epitaffio che più le si addice è quel Nur immer lustig, solo sempre allegramente, che Alfred Kubin dipinse all'inizio del secolo: sul precipizio, guidati dalla morte che suona il violino, con il diavolo che fa luce e schiocca la frusta, un corteo di anime perse, ubriache e gaudenti, si avvia verso il nulla.
Per contrasto, i secoli che vanno dal XV alla metà del XX con le catastrofi, le distruzioni, il male e la possibile redenzione sapevano parlare, erano in grado di farsi comprendere. 
Il visitatore passa dai tremendi diavoli grigi del Michelangelo del Giudizio universale (filmati dalla tv giapponese) alla Resurrezione dei corpi di Luca Signorelli, dall'Apocalisse (fig. 5)  di Dürer alla Battaglia fra dei e titani (fig. 6) di Luca Giordano (il pittore che non piace alla signora Ciampi, pazienza, ce ne faremo una ragione), dal Leviatano di Swanenburgh agli incubi di Füssli (fig. 7), dalla fine del mondo di Miller al Satana di Martin. 
Sfilano così davanti ai suoi occhi le allucinazioni, i tremori, i sogni a occhi aperti, gli abissi di perdizione e di esaltazione che nel tempo hanno accompagnato il cammino dell'umanità, e la cui illustrazione era al tempo stesso medicina, avvertimento, rivalsa e presa di coscienza. 
Geni visionari e geni realisti si sono applicati con sublime ferocia a prospettare ai loro contemporanei  che cosa il domani avrebbe potuto riservare nel momento in cui quel domani si fosse rivelato l'ultimo giorno. 
Catastrofi naturali, eruzioni, sommosse, miseria e malattie, hanno fatto come da scenario prima della Prima, ovvero dell'ultima definitiva rappresentazione. L'impressione, insomma, è che nel chiudere questo Novecento il livello di consapevolezza distruttiva sia tale da inibire concettualmente e artisticamente la rappresentazione di una catastrofe epocale e/o universale.
Eppure, aveva già detto tutto Tomaso da Celano, poco dopo l'anno Mille: “Dies irae, dies illa/Solvet saeclum in favilla”.

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