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Giovanni Abruzzo

 

Se la legge Prodi (la n. 95 del 3 aprile 1979) ha apportato qualche beneficio solo alle  imprese o aziende in crisi, più spesso - lo abbiamo visto nel numero scorso - ha violato i diritti fondamentali dei dipendenti, come nel caso del dirigente bolognese che è dovuto ricorrere alla Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo per tutelare i propri diritti patrimoniali.
 

Dopo aver preso in esame gli aspetti principali di questa legge, che vanno dall’amministrazione straordinaria e controllata di una società alla liquidazione coatta e ai fondi di garanzia, cerchiamo di spiegare ora cosa succede quando un’azienda giunge all’epilogo, in pratica quando arriva al fallimento.Le fonti del diritto fallimentare sono date dal Regio decreto del 16 marzo 1942, n. 267 (la cosiddetta legge fallimentare), da norme del codice civile e da leggi speciali (ad esempio la liquidazione cotta amministrativa per alcune imprese, o l’amministrazione straordinaria per le grandi imprese in crisi). Le norme che costituiscono il diritto fallimentare sono quelle di diritto processuale nella misura in cui regolano il procedimento; vi sono tuttavia anche norme di diritto civile e commerciale, nonché di diritto penale e internazionale.

Per approfondire questo argomento, così vasto e complesso, ci siamo rivolti ancora una volta all’avv. Giuseppe Celona, di Milano, che si occupa di diritto della concorrenza e comunitario.

Come vanno divisi i beni di una società in regime fallimentare?

Il Codice Civile  (art. 2745 e segg.), disciplina innanzitutto quelli che sono i privilegi. Il privilegio è accordato dalla legge, in considerazione  della causa del credito. nell’ambito di ogni categoria, tutti i creditori devono essere trattati allo stesso modo, per cui si parla di “par condicio creditorum”. dalla vendita dei beni di una società, si ricava una certa somma, che i dipendenti vedono divisa in maniera equa. 
Se l’impresa dovesse continuare l’attività, vanno pagati i debiti in prededuzione (ossia quelli contratti prima degli altri).

Perché il diritto fallimentare è considerato un diritto speciale?Quali sono le regole?

Il suo sistema si discosta dal diritto comune, sempre in funzione di particolari esigenze della materia disciplinata. Per usare un linguaggio più semplice, dal momento in cui è dichiarato il fallimento di una società, il creditore singolo non può portare avanti la sua azione legale, ha diritto soltanto a vedere riconosciute le sue spese derivanti dai beni pignorati che rientrano nel fallimento. Per bene pignorato si intende  quel bene oggetto di vincolo, che non può essere né venduto, né ceduto se non su disposizione del tribunale. 

Per ritornare alla legge Prodi, di cui ci siamo occupati, questa legge ha sovvertito la giurisprudenza sul fallimento, in quanto blocca i crediti pregressi. E’ giusto tutto ciò?

Bisogna innanzitutto fare una distinzione fra legge Prodi e fallimento. 
Nell’amministrazione straordinaria (che di fatto precede il fallimento di una società), rimangono in carica gli organi della società  che vengono commissariati, quando invece la società fallisce perde la sua capacità giuridica; nell'amministrazione straordinaria c’è anche il controllo, sia da parte  di un comitato che del ministero dell’Industria. 
La legge Prodi in pratica ha solo prolungato l’agonia di una azienda.

Perché, spesse volte, vengono saldati i crediti di alcuni dipendenti e non di altri?

Sempre per via dei privilegi. Se alcuni creditori sono dipendenti o enti previdenziali, mentre altri sono semplici fornitori, i primi hanno un vantaggio rispetto ai secondi.

Può un’azienda, come nel caso del dipendente della ditta Fochi di Bologna, non saldare lo stesso e magari liquidare un fornitore o altri? Chi decide? I commissari?

Se l’azienda è in amministrazione straordinaria, a decidere sono i commissari. 
Prima di fallire la stessa azienda fa l’elenco dei vari creditori, che verrà depositato in tribunale. 
Da questo punto in avanti sarà il tribunale ad autorizzare i vari pagamenti.

Cosa avviene invece in caso di azienda in amministrazione controllata? Anche in questo caso bisogna attenersi alla “par condicio creditorum”?

Nell’amministrazione controllata i pagamenti sono sospesi e le varie azioni esecutive diventano azioni individuali. E’ questo un espediente per rimettere in sesto un’azienda che ha solo un momento di difficoltà.

E per quanto riguarda l’amministrazione straordinaria invece?

Come detto essa è nata con la legge Prodi ed è servita a sanare le aziende in difficoltà, quindi anche i rapporti di lavoro.

Da pochi mesi la legge Prodi è “in pensione”. Qual è la situazione attuale?

E’ cambiato poco. Le aziende in crisi seguono lo stesso iter giuridico e, in caso di fallimento, vendono i beni per chiudere le varie procedure in essere.
 

All’avvocato Bruno Micolano di Bologna chiediamo quali sono le conseguenze della  sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Quando il verdetto sarà definitivo, cosa dovrà fare lo stato italiano?

Pur stigmatizzando il comportamento dell’Italia la corte di Strasburgo per il momento ha solo esaminato i motivi del ricorso sotto l’aspetto dei diritti del dipendente di poter adire a un tribunale per vedere tutelati i suoi interessi. Da parte sua il governo italiano si è giustificato adducendo  il fatto che il ricorrente  deve dapprima sottoporre le sue pretese economiche al commissario  liquidatore e poi potrà contestare lo stato davanti a un tribunale civile, dopo il deposito dello stesso in cancelleria.
Quando il  verdetto di Strasburgo sarà definitivo, il dipendente avrà diritto ad un’ulteriore somma di denaro, a titolo di svalutazione della moneta e lo Stato italiano sarà condannato a pagare una penale che va dai 20 ai 50 milioni, oltre alle spese processuali.

Cosa cambia per le aziende che hanno usufruito della legge Prodi? Devono prima far ricorso all’amministrazione straordinaria e poi al fallimento?

Purtroppo per le aziende che hanno usufruito delle legge negli anni scorsi non cambia niente, in quanto devono seguire  l’iter consueto. La nuova legge, in vigore dallo scorso agosto, prevede una maggiore tutela sia per le aziende  che per i dipendenti.

Dalla par condicio agli effetti del fallimento

Resta da sottolineare  come, dall’esame della legge n. 267 del 1942, il fallimento era essenzialmente ispirato ai principi di un’economia liberale, quale relazione all’inidoneità dell’impresa insolvente ad assolvere al suo ruolo: in tale prospettiva l’uscita di scena dell’impresa dal  mercato tramite la procedura liquidatoria assolveva allo scopo ultimo di fornire una idonea tutela ai creditori attraverso il principio della <I
>par condicio creditorum. Questa concezione, già superata per alcuni quando  entrò in vigore  la legge fallimentare, ha dovuto fare i conti con una diversa realtà economica, in particolare quando emersi altri interessi da parte dell’impresa. Tutto questo ha avuto il suo riscontro con la legge Prodi (n. 95 del 1979), che ha dato corso ad alcuni aspetti evolutivi, che caratterizzano oggi la legislazione concorsuale, in cui il perseguimento della par condicio creditorum risulta volta a volta diversamente modulato, attraverso delle priorità. Risulta affievolita la natura dei crediti pregressi, in forza di interessi che non sempre coincidono con quelli propri dei creditori.
Per quanto riguarda invece gli effetti determinati dalla sentenza dichiarativa di fallimento nei confronti dei creditori, questi sono conseguenti alla par condicio e si riflettono in diversi ambiti:
- apertura del concorso dei creditori sul patrimonio del fallito. Ogni credito, anche se munito di diritto di prelazione deve essere accertato attraverso la procedura fallimentare (art. 52 legge fallimentare).
- Il divieto di azioni esecutive individuali: dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva può esser iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento (art. 51 legge fallimentare); tale divieto si giustifica con la funzione assolta dalla procedura concorsuale che è preminente.

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