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Se stai male, ma hai “tutti gli esami a posto, sei
pazzo”. L’ennesima riprova del “comma 22” in campo medico?
Gli ipocondriaci, si sa...Ma un buon medico, e tutt’altro
che necessariamente psichiatra, deve saper curare, e prima ancora capire,
l’ipocondria, e prendersi cura degli ipocondriaci: che è l’esatto contrario
di fornirgli prestazioni fiume.
“Psicosomatico” è termine giustamente bandito,
perché “psiche” e “soma”, mente e corpo, sono un "tuttunico": non
bisogna confondere la mente, ben allogata nel cervello e supporti, con
l’Anima incorporea, che col corpo ha rapporti solo mediati: credere
nell’Anima (e dintorni) può provocare problemi mentali, nervosi, fisici.
Bisogna spiegare qui stressors, emotività, amenorree, morti emotive etc.?
Certo: se “emotivo” significasse “senza motivo”, ma è
invece “emozionale”.
Tutto ciò per arrivare a
dire che non capire, non saper diagnosticare e trattare opportunamente una
glossodinia esemplare, da manuale, può costare:
a) al paziente massacranti
iter di sofferenze, ansie, paure, malesseri, effetti collaterali di cure
erronee;
b) al sistema sociosanitario decine di milioni di
prestazioni inutili, quando non dannose;
c) alla classe medica un’inutile figuraccia (salvo che il
caso si riveli istruttivo). E proprio per questo trova spazio qui.
Dunque. La fonte (stavolta senza mascheramenti): il Corso
della Società Italiana di Dermatologia Psicosomatica, presieduto dal prof.
Roberto Bassi a Venezia, il 12-14 novembre, dove ho raccolto dalla d.ssa Anna
Graziella Burroni, specialista dermatologa ospedaliera di Genova,
questa testimonianza per la sessione dedicata alla “Presentazione dei
casi clinici” , da analizzare tutti assieme appassionatamente.
Eccola.
“A fine agosto 1999, vedo
nell’ambulatorio dell’Ospedale in cui lavoro una simpatica signora di 74
anni. La paziente ha un aspetto molto curato ed esprime tutto il desiderio di
apparire giovanile. La Signora mi racconta di essere arrivata a me su
consiglio di un’amica, dopo infinite peregrinazioni. Ha con sé già un bel
plico di esami e svariate prescrizioni terapeutiche. Il problema è una
glossodinia: da quando il dentista le ha imposto l’uso della protesi totale
la sua vita è divenuta un inferno
‘Ho il fuoco in bocca - dice - La saliva è sempre più
abbondante e filante, sembra gomma da masticare, malgrado questo, sento la
bocca secca. Ho perso ogni amicizia perché non posso né mangiare né bere in
presenza di altri: ho timore che la saliva fuoriesca, come bava, e tutti i
commensali scappino inorriditi.’
Visito la paziente con cura: la mucosa del cavo orale,
come mi aspettavo, è indenne. Decido, allora, di rivederla in regime di day
hospital, avrò così più tempo da dedicarle e potrò valutarla con il
Consulente Psichiatra. Accade però che per un equivoco la signora venga
accolta in day hospital da una collega per la quale i problemi di “psiche”
sono insussistenti.
Da tale impostazione
‘culturale’ della Collega prende avvio il seguente iter della paziente:
batteria di esami ematochimici (emocromo, profilo Hitachi,
VES, elettroforesi, dosaggio Ig, TASL, RA-test, streptozyme, marcatori per
epatite A, B, C, HIV, VDRL, TPHA, FTA-ABS, C3, C4, ICC, CH 50) e strumentali
(Rx torace, ECT addome) nell’ipotesi di lichen ruber planus. Nessun riscontro
positivo.
2) Batteria di esami nell’ipotesi di una
connettivopatia: ematochimici (ANA, ENA, SSA, IIF, Ab-antifosfolipidi, Ab
anti-organo aspecifici, Scl-70). Esami negativi. Visita oculistica+test di
Schirmer: negativo. Viene comunque impostata terapia con Flantadin c. 30 mg.
die.
3) Batteria di esami per
probabile allergopatia: PRIST, PATCH-TEST serie standard G.I.R.D.C.A,. +
serie speciale materiali per protesi dentaria, visita specialistica Allergologo.
Nulla di fatto.
4) Batteria nell’ipotesi di mucosite infettiva: due
tamponi faringei, di cui uno positivo per Klebsiella.
Vengono prescritti, successivamente, tre tipi di
antibiotici senza alcun risultato.
Si decide, allora, di
consultare lo specialista ORL dell’Ospedale.

Quest’ultimo si mostra dubbioso sulla genesi infettiva del
problema. Ci si rivolge, infine, ad un altro specialista ORL,
privatamente.
L’ipotesi infettiva è invece
da questi confermata e “vai” con il quarto antibiotico. Risultato:
gastralgie, diarrea, nausea, inappetenza, peggioramento della sintomatologia
orale.
Si arriva a novembre, le
ipotesi diagnostiche si vanno esaurendo ...perché non sentire il parere di un
famoso immunologo dell’Istituto Tumori? Questi non riscontra nulla di
particolare ma non resiste alla tentazione di prescrivere un ECT delle
ghiandole salivari dalla quale non emerge nulla. In data 6/11/99 la Collega
mi chiede di valutare una sua paziente, ‘una di quei pazzi che piacciono a
te’ così può finalmente chiudere la cartella del DH. La pazza è la simpatica
vecchietta. E’ ancora più triste e avvilita.
Piange perché neppure
un iter diagnostico così accurato è approdato ad una diagnosi. Le terapie
“tentate”, poi, hanno dato solo effetti collaterali. Si lamenta per
l’isolamento in cui è costretta a vivere e pena che non potrà
festeggiare né il Natale, né l’arrivo del III millennio con i familiari per
il timore della famosa bava. A quel punto, nel vedere la cartella rimpinzata
di esami, mi balena in mente l’idea di quanto è costato alla comunità tutto
quel lavoro: ebbene, circa L. 16.000.000 (!!!) fra analisi eseguite,
prestazioni mediche o paramediche ambulatoriali, indagini diagnostiche, farmaci.
Inoltre i costi di visite sostenute privatamente e non monetizziamo le
sofferenze fisiche e psichiche, e tutti i disagi materiali e emotivi per
tutte le persone coinvolte. La conclusione è che allora, forse, bisogna
guardare al Medico con formazione psicosomatica non come ad un individuo
improduttivo, perditempo, ma come ad una figura che, qualora sia riconosciuta
e stimata, può dare un suo contributo pratico, facendo risparmiare sofferenze
diagnostiche ai pazienti e, perché no, denaro alla comunità”.
Alle considerazioni
(“avvicinare alle stelle...”) della d.ssa Burroni vogliamo aggiungere questa:
bene riconoscere e stimare il medico con formazione psicosomatica.
Bene, perché è una
formazione che dovrebbero avere tutti: sapere che il paziente è una persona
intera, di cui distinguiamo componenti diverse solo per comodità,
opportunità, modalità tecnico-culturale. Non bisogna ricordarsi che la mente
è corporea e biochimica solo quando agenti biochimici stupefacenti la
alterano degenerando le strutture fisiche, ed altrettanto provoca l’arrancare
dell’età. Perché le alterazioni psicosomatiche sono meno consistenti di
quelle psicofisiche, e ancor meno delle somatopsichiche? Sempre il
"tuttuno" di mente e corpo s’intende. Ma continua a suonar meglio
“anima e corpo”: creando dissonanze nella mente di medici e pazienti,
dissonanze nelle diagnosi e cure, dissonanze nella nostra vita, che lasciano
con la bocca amara e la lingua fuori.
Ottomiladuecentocinquantasei euro ignorando la differenza
fra anima e psiche: se almeno si fosse certi che con la sofferenza di questa
si manda in paradiso l’altra...
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