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Angiogenesi
e vasculogenesi
L'angiogenesi è la
formazione di nuovi vasi capillari da un letto capillare preesistente, col
risultato di un incremento della densità capillare.
La vasculogenesi è la
differenziazione in angioblasti da cellule mesodermiche con l'organizzazione
di un sistema vascolare prima inesistente.
La vasculogenesi si verifica
durante lo sviluppo embrionale in siti ben definiti, mentre l'angiogenesi, la
formazione di capillari per "gemmazione" da capillari preesistenti,
avviene in numerose situazioni, e dello sviluppo embrionale, e nell'individuo
in condizioni fisiologiche e patologiche (1). L'angiogenesi terapeutica è
l'utilizzo di strategie angiogenetiche per promuovere l'incremento della
densità del letto capillare e quindi migliorare la perfusione nei tessuti
ischemici. La regolazione dello sviluppo vasale è un fenomeno complesso, e vari autori hanno proposto più meccanismi di
controllo dell'angiogenesi (2).
Gli stimoli angiogenetici
più comunemente considerati sono:
1) fattori meccanici
2) squilibri energetici dovuti all'ipossia 3) processi infiammatori.
I fattori meccanici
principali sono
a) l'aumentata interazione
tra i globuli rossi e le cellule endoteliali, come nella policitemia
b) l'aumentata tensione di
parete come risultato dell'incremento della pressione capillare
c) l'aumento dello shear
stress come conseguenza dell' incremento delle velocità di flusso.
Lo stimolo dovuto a
squilibri energetici si identifica in numerose situazioni di prolungato
squilibrio tra la capacità di perfusione del sistema vasale e le necessità
energetico-metaboliche dei tessuti. L'ipossia è uno dei trigger ed elemento
di controllo maggiore.
Infine, Schaper ha stressato
la centralità dei processi infiammatori con l'attivazione delle cellule
endoteliali e dei fattori di crescita angiogenetici(3). Un'analisi della
letteratura dimostra come più di cinquanta fattori putativi possono essere
coinvolti nell'angiogenesi.
La lista si estende dai semplici
ioni rame, magnesio e selenio a complessi fattori di crescita. I fattori di
crescita più considerati sono il basic fibroblast growth factor (bFGF) e il
vascular endothelial growth factor (VEGF)(4-7).
Oltre ai meccanismi di
controllo citati, l'angiogenesi puù ulteriormente essere indirizzata da
condizioni spazio-geometriche: dimensioni e forma delle cellule endoteliali e
di altre cellule come le muscolari lisce, i periciti, le piastrine, i
macrofagi e le mast cells. Anche la struttura e la composizione della matrice
extracellulare puù influenzare il risultato finale.
Peraltro l'angiogenesi
terapeutica sta rapidamente entrando nell'arena clinica. Analizzeremo perciò
brevemente:
1. Le evidenze di sostegno
all'impatto funzionale del circolo collaterale arterioso (CCA)
2. Le evidenze (molecolari,
cellulari, sperimentali e cliniche) che suggeriscono un ruolo
nell'angiogenesi dei farmaci cardiovascolari
3. Le nuove strategie di
approccio all'angiogenesi terapeutica con fattori di crescita vascolari ricombinanti
o con il trasferimento genico.
Sviluppo del circolo collaterale:
breve revisione dei meccanismi
e del significato funzionale
Circolo collaterale
coronarico.
L'ischemia miocardica
cronica in presenza di stenosi coronariche porta allo sviluppo dei circoli
collaterali.
Lo sviluppo di nuovi vasi è
stato dimostrato nel miocardio e nel muscolo scheletrico, come conseguenza
della discrepanza tra supporto e domanda di ossigeno nei tessuti (8-10). I
collaterali derivano da canali anastomotici preesistenti, come risultato sia
della comparsa di un gradiente di pressione tra i due estremi, sia per
l'azione di mediatori chimici; derivano inoltre da microvasi di nuova
formazione, che instaurano nuove connessioni tra letti vascolari adiacenti,
in presenza di ischemia tissutale (11,12).
I collaterali forniscono una
protezione dall'ischemia tramite un progressivo aumento di pressione nel
letto vascolare poststenotico, talora anche con riserva di flusso. Sei mesi
dopo occlusione della arteria coronarica circonflessa nel cane, il flusso
miocardico da sforzo, misurato con la tecnica delle microsfere radioattive,
può aumentare fino a tre volte il basale sia nei territori con normale flusso
anterogrado, sia nel miocardio fornito da circolo collaterale.
Nell'uomo, i collaterali
coronarici hanno la capacità di migliorare le condizioni di ischemia (13,14).
Inoltre, nel post-infarto, la vitalità del miocardio nel territorio del vaso
occluso è stata positivamente correlata con lo sviluppo preesistente di
collaterali(15). I collaterali coronarici possono inoltre limitare la
dismissione enzimatica perinfartuale (16) e prevenire l'evoluzione
aneurismatica della zona infartuata (17).
Circoli collaterali
in periferia.
Il circolo arterioso
degli arti inferiori è un sistema complesso ed affascinante associato con una
patologia del tutto unica: il decorso delle arteriopatie obliteranti presenta
una progressione dallo stadio asintomatico a quello sintomatico tra i più
lenti.
Circa il 70% dei pazienti
rimarrà stabile o anche meno sintomatico dopo 5 o 10 anni, meno del 30%
richiederà un intervento chirurgico, e meno del 10% arriverà all'amputazione.
Nei ratti, dopo legatura
dell'iliaca sinistra, sono stati studiati i collaterali con microsfere
radioattive nel tessuto muscolare di entrambi gli arti (18).
Il flusso al polpaccio
incrementava dal 43% (confrontato col controlaterale sano) al 70% dopo
26 giorni dalla legatura dell'iliaca. In un modello sperimentale nel cane è
stata provocata ischemia sperimentale tramite legatura dei vasi prossimali e
distali della gamba (19): in un mese la claudicatio migliorava in accordo col
miglioramento della perfusione muscolare, con evidenza angiografica di un
buon run-off distale a sei mesi dalla chirurgia. In pazienti di età compresa
fra i 70 e 76 anni, dopo ostruzione aterosclerotica della femorale,
l'ottimizzazione della perfusione tramite collaterali si verificava al
massimo dopo 2 anni (20). Perciò, sebbene il significato funzionale dei
collaterali sia ancora dibattuto, dati sperimentali conclusivi ed evidenze
cliniche consistenti suggeriscono che i collaterali si sviluppino come
adattamento ad un'arteriopatia obliterante (16,17); la risposta individuale è
comunque variabile, ed esiste la possibilità di stimolare farmacologicamente
lo sviluppo dei collaterali.
FARMACI CARDIOVASCOLARI
ED ANGIOGENESI
Ruolo
dell'eparina
nel circolo
collaterale arterioso
Dati sperimentali e
clinici evidenziano un ruolo dell'eparina nello sviluppo dei circoli
collaterali arteriosi.
Dati sperimentali.
Un elevato numero di mast
cells circonda i capillari in rapido accrescimento, ma le mast cells da sole
non sono angiogenetiche. Azizkhan et al hanno dimostrato che le mast cells
provocano un incremento della migrazione delle cellule endoteliali come
evento iniziale della neo formazione di un capillare, e che questa migrazione
endoteliale è accelerata dall'eparina (23).
Nel 1982 Taylor e Folkman
dimostrarono che l'eparina facilita l'angiogenesi indotta da estratti di
cellule di epatocarcinoma umano impiantate nella membrana corioallantoidea di
embrioni di pollo (24). Questi dati suggeriscono perciò un ruolo dell'eparina
come regolatore nel processo angiogenetico (25). Ciò probabilmente accade
tramite l'interazione dell'eparina con una famiglia di fattori di crescita
proteici stimolanti la proliferazione endoteliale.
Il bFGF è uno di questi
peptidi.
Tale fattore è riconosciuto
mitogeno per le tre principali cellule vascolari (cellule endoteliali,
cellule muscolari lisce e i fibroblasti) ed è chemiotattico per le cellule
endoteliali in vitro. Il bFGF prodotto nelle cellule endoteliali viene
sequestrato nella matrice extracellulare e nella membrana basale vascolare e
si lega all'eparina o all'eparan solfato, che possono proteggere il bFGF dalla
degradazione e servono da legame per il bFGF in differenti compartimenti
cellulari (26-28).
Un altro fattore di crescita
legato all'eparina è il VEGF, con un'attività mitogena specifica per le
cellule endoteliali e non per le le cellule muscolari lisce vascolari
(29,30). I recettori per il VEGF sono stati identificati sulla superficie
cellulare delle cellule endoteliali; il legame del VEGF ai recettori
endoteliali viene potenzato dall'eparina e dall' eparan solfato, ma non da
altri glicosaminoglicani. Il bFGF può promuovere l'angiogenesi per azione
diretta sulle cellule endoteliali o indirettamente stimolando
un'up-regulation del VEGF nelle cellule muscolari lisce vascolari (31,32).
L'eparina provoca un cambiamento di conformazione dei fattori di crescita
citati che facilita il loro legame ai recettori cellulari, li protegge
dall'inattivazione, ne potenzia l'attività, ne provoca il rilascio dalla
matrice extracellulare, rendendoli pertanto disponibili al legame coi siti
recettoriali endoteliali.
Si pensa che questi fattori
di crescita legati all'eparina rimangano, in condizioni fisiologiche normali,
sequestrati nei miociti, nella matrice extracellulare, o sulla membrana
cellulare endoteliale. L'ischemia, associata con l'ipossia cellulare,
l'acidosi, ed un incremento dell'adenosina endogena, è un trigger per il
rilascio di questi growth factors leganti l'eparina (31).
Una volta attivati, agiscono
localmente per attivare o mantenere attivo il processo angiogenetico;
l'eparina e l'eparan solfato di per sè non sono angiogenetici ma agiscono
come modulatori positivi di aumento ed amplificazione dell'angiogenesi
scatenata da altri stimoli.
Evidenze cliniche: il
circolo coronarico. Fujita et al hanno studiato 16 pazienti, di cui 10 erano
trattati con eparina, con ostruzione di almeno uno dei rami coronarici
maggiori ed angina da sforzo stabile (Tab II).
Tutti i pazienti hanno
seguito un protocollo di esercizio che prevedeva un test di Bruce due
volte al dì per dieci giorni (33). Ai casi trattati con eparina venivano
infuse 5000 UI del farmaco in vena venti minuti prima di ogni sforzo, mentre
i restanti 6 pazienti eseguivano lo sforzo, senza trattamento eparinico: la
durata totale di esercizio ed il doppio prodotto aumentavano di circa il 35%
nei pazienti trattati; una coronarografia di controllo evidenziava un
significativo incremento di vasi collaterali nel territorio miocardico
relativo al vaso ostruito nei pazienti trattati con eparina.
In un altro studio dello stesso gruppo, veniva dimostrato
come il solo trattamento eparinico, senza esercizio associato (34), non era
in grado di migliorare l'ischemia durante sforzo (Tab II).
Quyyumi et al hanno invece
studiato 23 pazienti con angina stabile da sforzo divisi in due gruppi
trattati con eparina a basso peso molecolare o placebo (35). Durante le prime
due settimane i pazienti eseguivano tre volte al giorno sforzi sino al
raggiungimento della soglia ischemica. Otto (80%) dei 10 pazienti trattati
con eparina e solo 4 (31%) dei 13 trattati con placebo (p<0.02)
presentavano un incremento della soglia ischemica da sforzo. Al monitoraggio
ECG Holter 24 ore il numero e la durata degli episodi di ischemia diminuivano
del 30% e del 35% rispettivamente (p<0.05) nei pazienti trattati con
eparina mentre rimanevano immodificati nel gruppo di controllo.
Evidenze cliniche:
circolo arterioso
periferico.
Mannarino et al hanno
studiato 44 pazienti con claudicatio intermittens, di cui 22 venivano
trattati con eparina (15.000 UI di eparina a basso peso molecolare sottocute
giornalmente per 6 mesi). Il trattamento eparinico migliorava la capacità di
marcia (prolungando il tempo libero da claudicatio del 25%) in confronto al
gruppo placebo che presentava parametri immodificati. Andreozzi et al hanno
valutato 40 pazienti affetti da arteriopatia obliterante arti inferiori: i
pazienti venivano randomizzanti a trattamento eparinico (12.500 UI di eparina
sc) vs ticlopidina 250 mg die per os per un periodo di trattamento di tre
mesi (37). Entrambi i farmaci miglioravano alla fine del trattmento lo spazio
di marcia libero da claudicatio, con un risultato inferiore per la
ticlopidina (32%) vs l'eparina (51%). Cina et al hanno studiato 374 pazienti
con arteriopatia obliterante arti inferiori, inseriti in un programma di
training fisico con contemporaneo trattamento eparinco (12.500 UI die)
randomizzato vs placebo per sei mesi (38).
In entrambi i gruppi si
osservava un miglioramento dei parametri di claudicatio misurati su tappeto
ruotante a velocità costante e dell'indice di Winsor dell'arto più
compromesso. Il miglioramento era più evidente nel gruppo trattato con
eparina (80% vs 28% del solo esercizio, p<0.01) e l'efficacia era più
marcata nei pazienti più compromessi all'inizio del protocollo.
Nel loro insieme, questi
dati suggeriscono che l'eparina faciliti lo sviluppo dei collaterali
stimolato inizialmente dall'ischemia da esercizio nell'uomo.
Dal momento che l'eparina di
per sè non ha proprietà angiogenetiche, la sua efficacia dovrebbe essere
valutata più appropriatamente come una add-on therapy, all'apice di uno
stimolo promotore come l'incremento dell'adenosina endogena, ottenuto con un
regolare programma di esercizio o con somministrazione di farmaci come il
dipiridamolo determinano accumulo di adenosina endogena.
Calcio antagonisti
ed angiogenesi: un possibile effetto stimolante con alcuni dati sperimentali
ma senza dimostrazioni cliniche
Alcuni dati sperimentali
propongono una modulazione positiva dell'angiogenesi da parte dei calcio
antagonisti.
Rakusan (1) ha descritto
quantitativamente la crescita vascolare nel miocardio con esempi di
angiogenesi sostanziale nel periodo immediato dopo la nascita, unitamente ad
esempi di angiogenesi più moderata nel cuore adulto di ratto trattato con
nifedipina.
Il trattamento con nifedipina
portava ad una crescita capillare moderata ma ubiquitaria, come evidenziata
da domini capillari più piccoli, maggior lunghezza dei segmenti vascolari, e
proporzione immodificata di capillari prossimali e distali nelle sezioni di
tessuto (2).
Gli autori suggerivano che
il meccanismo angiogenetico della nifedipina era probabilmente correlato al
costante aumento del flusso coronarico provocato dal farmaco. Saito
(39) in uno studio controllato con gruppo placebo suggeriva che un incremento
della sintesi del bFGF e dei suoi recettori poteva essere correlato
all'iperplasia gengivale da nifedipina nell'uomo.
I calcio antagonisti sono
una classe di farmaci vasta, con effetto concentrazione-dipendente sui canali
del calcio voltaggio-dipendenti e recettori-dipendenti, e sul calcio di
deposito (40).
Sebbene esistano alcuni
reports sul ruolo della trasduzione di segnali calcio dipendenti ed
angiogenesi (41), solo nel lavoro di Saito si trova un'evidenza diretta di
una correlazione tra terapia con nifedipina ed espressione di RNA messaggeri
per il bFGF nell'uomo. Un legame tra il blocco dei canali del calcio ed il
rimodellamento del tessuto vascolare è stato puntualizzato recentemente con
la dimostrazione dell'induzione dell'interleukina 6 da parte dei calcio
antagonisti (42). L'interleukina 6 ha un ruolo essenziale nel controllo
della proliferazione cellulare ed induce la produzione di VEGF. Tutte e tre
le sottoclassi di calcio antagonisti promuovono l'induzione dell'interleukina
6. Amlodipina, diltiazem e verapamil, a concentrazioni nanomolari, stimolano
l'attività di promozione di interleukina 6 del 214%, 282% e 292% rispetto a
controlli non trattati.
L'induzione di interleukina
6 da parte dei calcio antagonisti è indipendente dalle concentrazioni intracellulari
del calcio, suggerendo che il meccanismo di induzione dei calcio antagonisti
sia calcio indipendente.
Ulteriori studi sono
necessari per confermare queste osservazioni preliminari sull' azione
angiogenetica dei calcio antagonisti.
Nitrati ed angiogenesi: l'ossido nitrico promuove
la proliferazione cellulare tramite il bFGF endogeno.
La vascolarizzazione
miocardica aumenta in risposta all'ipossia alveolare cronica (come per
l'ipossia da altitudine) o all'aumentato metabolismo cardiaco (nell'ipertiroidismo,
nell'incremento del pre e dell'afterload, nell'aumentato inotropismo) e in
condizioni di ischemia coronarica cronica.
Denominatore comune di tutte
queste condizioni è l'incremento sostanziale del flusso coronarico nelle zone
che successivamente esibiranno una neovascolarizzazione. Numerose molecole
(l'adenosina ed il VEGF, ad esempio) rilasciate dal tessuto ipossico hanno
attratto l'attenzione in quanto possibili legami tra l'angiogenesi e la
funzione cardiaca (43). Tuttavia la portata coronarica per sè può
rappresentare un importante determinante meccanico dell'angiogenesi (44). La
somministrazione continua di vasodilatatori coronarici porta ad un'aumentata
vascolarizzazione, ed è stato postulato un ruolo effettivo dell'ossido
nitrico (NO), vasodilatatore endogeno di derivazione endoteliale.
L'esposizione al NO dell'endotelio coronarico venulare postcapillare provoca
un incremento della sintesi di DNA. L'espressione del bFGF aumentava nelle
cellule endoteliali trattate con nitroprussiato di sodio e col vasodilatatore
peptidico P, NO dipendente; è stato dimostrato che l'espressione del bFGF è
sotto l'effettivo controllo della via del NO con un meccanismo
autocrino/paracrino (45). Nell'endotelio microvascolare l'incremento del NO
intracellulare induce la produzione endogena di fattori angiogenetici che
attivano l'endotelio capillare ad un'intensa attività
proliferativa-degradativa. Questi dati sperimentali indicano come
l'incremento del NO nell'endotelio coronarico conducano ad un'aumentata produzione
di bFGF: la vasodilatazione è accoppiata all'angiogenesi, rivelando così un
meccanismo di feedback controllato dall'endotelio via NO e bFGF.
Al momento mancano
dimostrazioni cliniche di questi dati sperimentali.
Somministrazione
orale cronica del dipiridamolo come "nuovo" farmaco antianginoso:
l'ipotesi della collateralizzazione.
Il dipiridamolo è un
bloccante della ricaptazione dell'adenosina endogena che produce elevati
livelli di adenosina tissutale. La formulazione orale è stata a lungo utilizzata
come "vasodilatatore coronarico", ma una vasodilatazione
inappropriata può essere proischemica. Tuttavia, in un contesto ipossico,
l'incremento dell'adenosina interstiziale può promuovere l'angiogenesi.
Dati sperimentali
suggeriscono che il trattamento cronico con dipiridamolo incrementi il flusso
collaterale e diminuisca la disfunzione ventricolare sinistra indotta
dall'esercizio in un territorio miocardico dipendente da un vaso coronarico
con stenosi critica.
Il razionale dell'azione
antischemica del farmaco è fin troppo ovvia: l'ischemia miocardica è la
conseguenza della discrepanza tra apporto e richiesta di ossigeno, il
dipiridamolo incrementa marcatamente l'apporto di ossigeno senza aumentare
significativamente la richiesta, e perciò si ristabilisce un normale
equilibrio dell'ossigeno (46). Quantunque alcuni studi iniziali fossero
incoraggianti, il dipiridamolo è stato successivamente abbandonato per questa
indicazione sulla base dell'inconsistenza di risultati in trials controllati
con placebo, avendo dimostrato per lo più la mancanza di un effetto
protettivo a breve o medio termine.
Terapia orale con
dipiridamolo nell'ischemia miocardica: il fattore tempo.
L'ischemia miocardica
cronica provocata da una stenosi coronarica porta allo sviluppo di circoli
collaterali. Questo tipo di sviluppo di nuovi vasi è stato dimostrato nel
miocardio e nel muscolo scheletrico come risultato della discrepanza tra
apporto e domanda di ossigeno.
È stato dimostrato che
l'adenosina è coinvolta nell'azione angiogenetica dell'ipossia (47). In
accordo con questo concetto, basse concentrazioni di ossigeno (2%) stimolano
la proliferazione di cellule endoteliali in cultura (47) stimolando i
recettori A1 e A2 per l'adenosina presenti sulla membrana delle cellule endoteliali
(48). Studi molto recenti hanno dimostrato come l'adenosina endogena prodotta
dall'ischemia induca nel cuore sintesi di RNA messaggeri per il VEGF.
Inoltre, il dipiridamolo aumenta la formazione di capillari nel cuore di
ratto e di coniglio (49).
In presenza di una stenosi
coronarica critica, l'adenosina agisce come regolatore dei fattori di
crescita endogeni inizialmente stimolati da ripetuti episodi di
ischemia.
L'effetto benefico
sull'ischemia dei circoli collaterali dovrebbe richiedere alcune settimane
per divenire apprezzabile, e probabilmente alcuni mesi per
stabilizzarsi.
Molto recentemente, è stato
sperimentalmente osservato che un trattamento a lungo termine con
dipiridamolo aumenta il flusso collaterale e migliora la perfusione transmurale
e l'ispessimento sistolico in corso di ischemia da sforzo, con un effetto
prottetivo sull'ischemia più marcato di quello fornito dal diltiazem (50).
Dal punto di vista clinico, una meta analisi del 1998 relativa a tutti gli 11
trials randomizzati con controllo placebo pubblicati relativi all'efficacia
del dipiridamolo nella profilassi dell'angina hanno dimostrato l'esistenza di
un effetto benefico statisticamente significativo del farmaco (51).
Se si pensa che il circolo
collaterale venga attivato, ci si dovrebbe attendere un miglior risultato per
i trials con durata di trattamento più lungo. Nei cani, una volta che si sono
attivati i collaterali, rimangono attivi per almeno quattro mesi
dall'avvenuta ostruzione.
Una volta che l'effetto
benefico dei collaterali si è instaurato, settimane o mesi di assenza di
terapia non sono sufficienti per perderne l'effetto.
Altri trattamenti non
farmacologici, come la contropulsazione esterna, che si pensa che agire col
meccanismo della collateralizzazione, sono caratterizzati da un beneficio che
si esprime nell'arco di alcune settimane, e che permane a lungo, anche anni,
dopo l'interruzione del trattamento.
LA RIVOLUZIONE DELLA
TERAPIA GENICA: VEGF, BFGF RICOMBINANTI E LA TRASFEZIONE GENICA PER
INDURRE L'ANGIOGENESI NELL'UOMO
Numerosi studi
sull'animale e trials clinici sull'uomo sono in corso per stabilire la
sicurezza e l'efficacia dei fattori di crescita vascolari nel trattamento
della cardiopatia ischemica (52). Quantunque siano stati identificati numerosi
fattori di crescita, la maggioranza delle ricerche sono focalizzate sul VEGF
e sul bFGF.
Somministrazione
nell'uomo
di fattori di crescita
ricombinanti
Esperienza iniziale
con la somministrazione locale di FGF ricombinante nell'uomo.
Ventiquattro pazienti sono
stati reclutati in un trial randomizzato che comparava con placebo il
rilascio locale di FGF ricombinante durante by pass aorto coronarico: alte
dosi di FGF (100 mcg) venivano somministrate utilizzando microcapsule
inserite nella superficie epicardica al tempo dell'intervento. I dati
sull'efficacia appaiono promettenti.
Pare esservi un
miglioramento della perfusione miocardica, documentato scintigraficamente e
con risonanza magnetica. Il rilascio locale di FGF è sicuro, fattibile e ben
tollerato, e un trial in fase II è attualmente in corso.
Studio in fase I di
somministrazione intracoronarica (IC) e intravenosa (IV) di FGF
ricombinante.
Per stabilire la sicurezza e
l'efficacia della somministrazione IC ed IV di FGF ricombinante, 66 pazienti
con severa coronaropatia senza possibile indicazione a PTCA o a by pass,
hanno ricevuto FGF ricombinante IC (n=52) o IV (n=14). I dati sull'efficacia
appaiono promettenti. I pazienti incrementavano il tempo di esercizio
all'ischemia rispetto al basale. La contrattilità e la perfusione segmentaria
miglioravano in un sottogruppo sottoposto a risonanza magnetica
Studio in fase I di
somministrazione IC di VEGF ricombinante.
Lo studio, recentemente
terminato, ha dimostrato che, mentre il VEGF ricombinante era sicuro e ben
tollerato, non esistevano differenze significative sui dati all'esercizio o
nello score dell'angina nel gruppo trattato vs il braccio di controllo.
Fattori di crescita:
problemi non risolti. Non è chiaro a tutt'oggi quale sia il fattore di
crescita migliore. Deve essere ancora stabilito quale sia la via di
somministrazione più efficace. I ricercatori devono ancora identificare l'end
point ottimale in questi trials sull'angiogenesi.
Deve essere ancora appurato,
infine, quale sia l'approccio migliore tra la somministrazione di fattori di
crescita ricombinanti e la terapia genica.
Trasfezione genica per
indurre
angiogenesi nell'uomo
La trasfezione genica
arteriosa del VEGF è stata studiata come metodo alternativo alla
somministrazione della proteina ricombinante per indurre l'angiogenesi
nell'uomo. La produzione indotta del VEGF con tale metodo è particolarmente
attraente poichè il gene del VEGF contiene una sequenza di trascrizione che
permette alla proteina di essere secreta naturalmente dalla cellula intatta.
Studi precedenti (53)
suggerivano che la trasfezione arteriosa di DNA codificante proteine di
secrezione potessero sortire una significativa efficacia biologica nonostante
una bassa efficacia di trasfezione.
Trial in fase I di
trasfezione genica intracoronarica.
In uno studio doppio cieco
randomizzato i pazienti ricevevano plasmidi per il VEGF (n=10) o placebo
(n=5) dopo angioplastica coronarica: un catetere infusore perfusore veniva
posizionato nel tratto coronarico candidato alla trasfezione genica ed
utilizzato per 10 minuti. Questo trial in fase I ha dimostrato che il
trasferimento genico periangioplastica è sicuro e ben tollerato.
Nonostante questi dati
interessanti i candidati al trasferimento genico coronarico hanno dimostrato
limitazioni potenziali: nei pazienti aterosclerotici, anche in assenza di
ispessimento della neointima, gli estesi depositi calcifici spesso presenti
al confine intima media, possono limitare il trasferimento genico alle
cellule muscolari lisce della media arteriosa.
Trials di trasferimento
genico intramuscolare.
Un metodo di trasfezione
genica meno invasivo di quello arterioso è il trasferimento genico
intramuscolare, la cui via è stata anticipata dagli studi pionieristici di
Wolf e colleghi. Il muscolo striato ha dimostrato di essere facilmente
trasfettabile e di esprimere geni esterni trasferiti sotto la forma di
plasmidi nudi di DNA, ovverossia DNA non associato con vettori virali o di
altro tipo. Il trasferimento genico intramuscolare di plasmidi nudi di DNA
dovrebbe essere potenzialmente vantaggioso in quanto supera i possibili
problemi immunologici associati con vettori adenovirali (54).
Poichè il plasmide nudo di
DNA iniettato in muscolo rimane in una forma circolare non replicativa, non
integrata col DNA della cellula trasfettata, è assai improbabile che il
metodo sia complicato da fenomeni di mutagenesi inserzionale. In accordo con
queste premesse, sono iniziati protocolli di studio per testare l'ipotesi che
l'iniezione intramuscolo di plasmide nudo di DNA codificante l'isoforma 165
del VEGF possa aumentare la collateralizzazione e la perfusione nel contesto
di quadri avanzati di ischemia degli arti inferiori.
In un numero iniziale di
pazienti con ischemia grave a riposo degli arti inferiori la trasfezione
intramuscolo del plasmide del VEGF 165 è stata effettuata con successo dal
gruppo di Isner e collaboratori a Boston (55).
Tale studio è stato il primo
a dimostrare la fattibilità della trasfezione genica intramuscolo di plasmidi
nudi di DNA codificanti il VEGF per l'angiogenesi terapeutica in particolare
ed il primo a dimostrare l'attività biologica del DNA nudo dopo trasfezione
intramuscolare per la terapia cardiovascolare in generale.
La trasfezione del gene per
il VEGF come sola terapia per l'angina resistente al trattamento
farmacologico.
Esperimenti recentemente
effettuati in un modello animale di ischemia miocardica hanno dimostrato come
il trasferimento genico intramiocardico del VEGF sia sicuro e realizzabile
con successo tramite una minitoracotomia.
In accordo a queste
premesse, è stato intrapreso uno studio clinico in fase I, a dosi
progressivamente crescenti, in aperto per determinare la sicurezza e
l'attività biologica della trasfezione genica intramiocardica con
plasmide nudo di DNA codificante il VEGF (56).
Il trasferimento genico
rappresentava la sola terapia, realizzata senza concomitante angioplastica,
stenting o by pass, in pazienti con ischemia miocardica sintomatica. Tutti e
16 i pazienti arruolati hanno avuto un miglioramento sensibile della
sintomatologia anginosa ed un'evidenza obbiettiva di incremento della
perfusione miocardica. All'ultimo follow-up a 90 giorni, 6 di 11 pazienti
erano liberi da angina. Tredici pazienti su 14 avevano documentata evidenza
alla SPECT miocardica di ridotta ischemia.
L'angiografia coronarica ha
dimostrato sviluppo di nuovi collaterali in 12/13 pazienti al 60o giorno di
follow-up.
Questa prima esperienza
clinica, sebbene incoraggiante, lascia irrisolte numerosi quesiti:
l'ottimizzazione del sito anatomico, del numero e delle dosi delle iniezioni
intramiocardiche richiede studi ulteriori.
La strategia della terapia
genica come unica terapia realizzata per iniezione intramiocadica per via
minitoracotomica non permette una randomizzazione vs placebo (controlli non
trattati).
Possiamo anticipare che
l'inserimento di un gruppo placebo così pure come test clinici di dosi
terapeutiche differenti, inclusi trattamenti multipli, verrà affrontato
appena saranno disponibili cateteri per la somministrazione genica
intramiocardica per via percutanea: al momento questi sistemi sono in fase di
studio in numerosi laboratori.
Tonino Bombardini
Servizio Tecnologie Biomediche
Policlinico S.Orsola - Bologna
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