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IMPONGONO OVUNQUE IL PASSAGGIO A ESERCITI DI PROFESSIONISTI |
La
decisione dell'Unione Europea di dotarsi di un Corpo d'armata di 50 mila
uomini per affrontare le crisi internazionali e di porlo direttamente
agli ordini del Consiglio dei Ministri non rappresenta soltanto uno storico
passo avanti sul piano politico, ma anche una spinta risolutiva per la trasformazione
di tutti gli eserciti in senso professionale. L'esercito europeo di cui,
lo scorso mese, sono state poste le fondamenta, avrà infatti
bisogno di truppe molto bene addestrate, molto bene motivate e molto bene
equipaggiate, che non possono essere fornite da un servizio di leva ormai
ridotto ovunque a 10 mesi-un anno. Quasi tutti i grandi Paesi che dovranno
fornire il nerbo della forza d'intervento si sono già orientati in
questo senso: sull'esempio della Gran Bretagna, che ha un esercito di professionisti,
molto ammirato per la sua efficienza, fin dal 1956, ora anche Francia, Spagna
e Italia hanno varato, o sono sul punto di varare, la riforma dei rispettivi
modelli di difesa. Se tutto andrà secondo i piani prestabiliti, tra
cinque anni soltanto la Germania avrà ancora il servizio di leva,
ma si tratta di una scelta non militare, ma politica. Sulla base della storia
del Paese, i governanti tedeschi temono, infatti, che un esercito di mestiere
possa diventare, in certe circostanze, un elemento destabilizzante per la
democrazia, e preferiscono continuare a coinvolgere la loro gioventù
nei compiti assegnati alle Forze armate. I ragazzi, tuttavia, non gradiscono:
avvalendosi di una nuova legge molto simile a quella approvata recentemente
anche in Italia, quasi la metà optano per il servizio civile, al
punto che il loro contributo è diventato indispensabile per il funzionamento
di molti servizi sociali. Il passaggio al nuovo modello è stato reso necessario dal radicale mutamento delle esigenze militari dopo la fine del sistema bipolare. Ai tempi della guerra fredda, i Paesi dell'Europa occidentale dovevano preoccuparsi in primo luogo della difesa del proprio territorio, minacciato da un Patto di Varsavia dotato di eserciti numerosi, agguerriti e preparati a operazioni ricalcate su quelle della seconda guerra mondiale. Sarebbe stato inconcepibile fronteggiare un attacco di milioni di soldati da Est, su un fronte che andava da Capo Nord al Caucaso passando da Germania, Italia e Grecia, con eserciti magari bene armati, ma ridotti numericamente all'osso e senza collegamenti con i cittadini. Oltre alla qualità, serviva la quantità, non solo per quanto riguardava gli uomini, ma anche i mezzi, nel senso che era indispensabile essere in grado di schierare carri armati, autoblindo e pezzi d'artiglieria in gran numero lungo l'intera cortina di ferro. Oggi gli scenari per gli Stati Maggiori sono diversi. Il pericolo di una invasione è scomparso, non solo per la dissoluzione del patto di Varsavia e l'ingresso dei suoi principali membri nella NATO, ma anche per la crisi dell'esercito russo, ormai talmente demotivato, privo di risorse e di materiale bellico efficiente da stentare perfino a difendere l'unità nazionale. L'allargamento dell'Unione Europea a 27 membri, e il prossimo inglobamento nell'Alleanza atlantica di altri Stati dell'Europa orientale che una volta militavano nel campo nemico allontaneranno ulteriormente la possibilità di un grande conflitto nel nostro continente. Le vicende dell'ex Jugoslavia, e la esistenza di altri potenziali focolai di scontro nell'area balcanica, fanno invece presagire la necessità di operare - nei prossimi anni - altri interventi “chirurgici”, umanitari e no, per mantenere la pace. Un'altra possibilità è che l'Europa debba impegnarsi di più nel bacino del Mediterraneo, per fronteggiare eventuali aggressioni da parte del fronte islamico, o anche solo per dirimere conflitti tra gli Stati rivieraschi. Sempre più forti diventeranno anche le esigenze dell'ONU, a patto naturalmente che la spinta umanitaria che ha portato all'intervento a Timor Est persista nel tempo e che si riesca a superare le attuali difficoltà decisionali. L'esperienza
del Kosovo ha confermato i governi europei nella convinzione che, per fare
fronte a queste esigenze, sono necessarie radicali innovazioni. Di fronte
alle Forze armate degli Stati Uniti, composte da soli professionisti ed
equipaggiate con materiale più avanzato di circa dieci anni,
i corpi di spedizione dei Paesi della UE (con la parziale eccezione degli
inglesi e, in misura minore, dei francesi) hanno fatto la figura dei parenti
poveri, in evidente difficoltà ad assolvere i loro compiti senza
il contributo dello “zio d'America”. Anche reparti scelti di soli
volontari hanno accusato evidenti carenze, e si sarebbero trovati nei guai
senza il supporto aereo e le risorse di “intelligence” degli alleati d'oltre
Oceano, frutto di investimenti infinitamente più consistenti dei
nostri. Una volta preso atto di tutto ciò, la scelta non poteva essere che la graduale abolizione del servizio di leva, con il suo insoddisfacente rapporto tra costi e risultati, e la concentrazione delle risorse su un migliore addestramento dei volontari e sull'ammodernamento del materiale con cui dovranno essere equipaggiati. Nella relazione dell'8 ottobre 1999 al progetto di legge per la sospensione della coscrizione obbligatoria in Italia (che potrà essere ripristinata solo in caso di guerra) si fa un particolareggiato elenco delle nuove “esigenze operative” che le nostre Forze armate si trovano oggi ad assolvere. - Impegni operativi concordati all'interno dell'Alleanza atlantica e dell'Unione Europea occidentale (che verrà prossimamente inglobata nell'UE per diventarne il braccio armato - ndr) - Crescente concorso alle operazioni di pace sotto l'egida delle Nazioni Unite (stand-by arrangements) e dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa - Contributi alle forze multinazionali europee: l'EUROFOR e l'EUROMARFOR con Spagna, Portogallo e Francia; l'Eurogruppo Aereo con Francia e Regno Unito; la Forza Anfibia italo-spagnola; la Forza Multinazionale Terrestre con Slovenia e Ungheria; la Forza multinazionale di pace del Sud-Est euro peo (MPFSEE) con Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania, Albania e Macedonia; la Forza di pace europea SHIRBIG a disposizione dell'ONU (cui, a metà novembre, è venuto ad aggiungersi, con diritto di precedenza su tutti gli altri, il Corpo d'armata europeo di cui abbiamo parlato all'inizio - ndr) - Impegni nazionali per la difesa del territorio ed il concorso della salvaguardia delle libere istituzioni e della collettività nazionale nei casi di pubblica calamità. Appare molto significativo, e se vogliamo anche un po' singolare, che in un documento ufficiale del governo la “difesa del territorio”, una volta obiettivo supremo delle Forze armate di ogni Paese, figuri all'ultimo posto. Ma ormai l'orientamento è questo, e l'elenco compreso nel DDL italiano vale, con maggiore o minore enfasi sulle varie voci, per tutti. Se si tratti di uno sviluppo definitivo, o di una fase transitoria, nessuno è in grado di dirlo; ma, dal momento che in campo militare è necessario pianificare con grandissimo anticipo, l'interrogativo è più che legittimo. Il passaggio da un esercito di coscritti a un esercito di volontari pone una serie di nuovi problemi, per cui neppure l'esperienza altrui viene sempre in soccorso. Il primo è, naturalmente, quello del reclutamento. Nelle nostre società benestanti, dove il senso del dovere nei confronti del Paese non è più molto sviluppato e fenomeni come pacifismo e obiezione di coscienza sono invece sempre più di casa, trovare ogni anno 10-20.000 giovani (le esigenze variano a seconda della consistenza delle Forze armate che si vogliono costituire e della durata prevista della ferma) disposti ad arruolarsi per tre, cinque o nove anni è tutt'altro che facile. Questi giovani devono non solo essere fortemente motivati, ma anche avere le caratteristiche fisiche e psichiche richieste dal ruolo che sarà loro affidato. Non bastano né il desiderio di ottenere, sia pure per un periodo limitato, un lavoro fisso, né l'attitudine alla vita in comune pure indispensabile per chi sarà costretto a trascorrere la parte migliore della sua giovinezza in caserma. Ci vogliono ottima salute, intelligenza almeno media, resistenza alla fatica, forza e agilità e una certa predisposizione all'uso di armi sempre più tecnologiche e sofisticate. Tra un po', potrebbe essere richiesta perfino la conoscenza dell'inglese. Non si pretende che i volontari siano tutti dei Rambo (anzi, soprattutto a sinistra, si vorrebbe evitare l'arruolamento di troppe teste calde, suscettibili di creare problemi politici), ma, certo, la selezione dovrà essere molto più severa ed accurata che per il servizio di leva. Come attirare questi elementi? Nel Regno Unito le Forze armate hanno costituito vere e proprie unità di reclutamento, che girano per il Paese partecipando a sagre, fiere e raduni, e illustrano i vantaggi della vita militare “sul campo”. Queste operazioni sono accompagnate da una intensa, e spesso fantasiosa campagna pubblicitaria, a base di manifesti, spot radio e televisivi, annunci sui giornali, che si rivolgono di volta in volta alla voglia di sicurezza o allo spirito di avventura dei candidati. Un altro strumento molto usato, soprattutto negli Stati Uniti, è quello dei “fringe benefits”: si dà, cioè, grande evidenza alla possibilità di completare la propria istruzione (e preparazione professionale) in vista di un reinserimento nella vita civile attraverso canali privilegiati al termine del periodo di ferma. Poi, naturalmente, c'è il capitolo stipendi: la legge del mercato impone che, se la domanda è scarsa, sia migliorata l'offerta, cioè che un periodo di volontariato nelle Forze Armate comporti retribuzioni competitive con quella di altre “professioni” equivalenti. Il salto dal compenso - poco più che simbolico - dato ai soldati di leva, ai veri e propri stipendi, con tanto di tredicesima e di contributi previdenziali, che è necessario pagare ai volontari rappresenta uno dei problemi maggiori per i Paesi che hanno deciso di passare da un sistema all'altro, e in modo particolare per l'Italia che, da sempre, spende per la difesa poco più della metà dei suoi alleati. Per capire la differenza, basti dire che oggi come oggi un militare italiano (tenuto conto del mix tra coscritti e volontari, e anche della presenza di un numero di ufficiali e sottufficiali eccessivo) costa in media 75 milioni l'anno, addestramento, mantenimento ed equipaggiamento compresi, mentre un “professionista” britannico ne costa 200. E' evidente che, per raggiungere l'obiettivo che si è prefisso di un esercito di soli volontari di 190.000 uomini, al posto degli attuali 270.000, il nostro Paese dovrà compiere uno sforzo finanziario non indifferente, portando entro cinque anni la percentuale del PIL destinata alla difesa dall'attuale 1,16 all'1,8-1,9. Il passaggio all'esercito professionale dovrà, infatti, essere accompagnato da un rinnovamento delle strutture logistiche, solo in parte compensato dalla dismissione di quelle diventate superflue, e da un importante rinnovo degli arsenali. Per quanto ottimismo metta nel proiettare le maggiori spese e i risparmi connessi al nuovo Modello di Difesa, il governo non può nascondere che la tendenza, ormai in atto da anni e molto gradita alla maggioranza di centro-sinistra, a una riduzione degli stanziamenti militari dovrà essere prestissimo invertita. Ciò nonostante, il successo dell'operazione è tutt'altro che certo, perché, come recita in burocratese la già citata relazione al DDL “l'Italia è un Paese dove, pur a fronte di alti livelli di disoccupazione giovanile e di una pressante richiesta di personale volontario di truppa da parte delle Forze armate, non si riesce, al presente, a soddisfare adeguatamente l'attuale domanda di personale volontario a ferma prefissata”. Almeno in parte i problemi della conversione sono accentuati (non soltanto in Italia) dalla cattiva stampa di cui gli eserciti di professionisti godono in una parte dell'opinione pubblica. Perfino nel nostro Paese, in cui non ci sono in pratica precedenti di ingerenza delle Forze armate nella politica, essi evocano in molta gente immagini di repressioni, di colpi di Stato, o nel migliore dei casi di prepotenti intrusioni nella vita civile. Basti pensare allo scandalo, del tutto spropositato, sollevato da alcuni episodi di violenza avvenuti durante la spedizione in Somalia, o ai periodici “processi” cui viene sottoposta, per fatti altrettanto marginali, la “Folgore”, identificata come la quintessenza del rambismo. Ecco perché l'annunciata sospensione della coscrizione obbligatoria, oltre a suscitare l'entusiasmo dei giovani che guadagneranno, per così dire, un anno di vita, ha sollevato anche tanti dubbi e tante critiche, trasversali agli schieramenti politici. In teoria, un esercito di leva dovrebbe essere “di sinistra” e un esercito di volontari “di destra”. In pratica non è così. C'è chi, come l'arcivescovo ordinario militare monsignor Marra, si preoccupa dell'ingresso nelle Forze armate, di nuclei di giovani amanti della guerra e naturalmente portati alla violenza. C'è chi teme che le nuove Forze armate possano diventare strumento di sempre ipotizzabili avventure politiche totalitarie. C'è chi, al contrario, paventa che la fine della leva accentui ulteriormente il distacco dei giovani dalle istituzioni e faccia morire anche quel poco spirito patriottico che è ancora rimasto. C'è anche chi, come i tedeschi, ha paura che la fine (o almeno la riduzione) dell'apporto degli obbiettori di coscienza abbia conseguenze pesanti sul volontariato. Vedremo. Per adesso, possiamo solo registrare la fine di un'epoca, cominciata con le guerre napoleoniche e terminata con l'avvento del sia pur precarissimo nuovo ordine mondiale. |
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