"Negli anni Venti il 'Corriere dei Piccoli' pubblicava in Italia i più noti comics americani del tempo: Happy Hooligan, Felix the Cat, Maggie and Jiggs, tutti ribattezzati con nomi italiani: rispettivamente, Fortunello, Mio Mao, Petronilla e Arcibaldo. Io, che ancora non sapevo leggere, potevo fare benissimo a meno delle parole, perché mi bastavano le figure”.
Questo fu il primo, infantile contatto dello scrittore Italo Calvino con il mondo americano. Lo confessò in una delle “Lezioni americane” che avrebbe dovuto tenere all'Università di Harward e che avevano per sottotitolo “Sei proposte per il prossimo millennio”. Ma poco prima di partire per gli Stati Uniti, il 18 settembre 1985, a 62 anni, Calvino si spense a Siena.

Perché questo ricordo? Perché a New York, all'Auditorium della Cooper Union, centinaia di persone sono accorse ad ascoltare la lettura di brani delle opere di Calvino e il racconto di episodi della sua vita. Erano stati  invitati l'italiano Umberto Eco, il messicano Carlos Fuentes e l'indiano Salman Rushdie.

Contemporaneamente, alla Casa Italiana Zerilli Marinò, sempre a New York, è stata inaugurata una mostra  fotografica che ripercorre la Liguria, e Sanremo in particolare, dell'infanzia e dell'adolescenza dello scrittore.

Fa piacere che non scenda il silenzio sulle opere di Calvino, sicuramente tra le più variegate, complesse e stimolanti del Novecento: dal giovanile romanzo sulla Resistenza, “Il sentiero dei nidi di ragno” ai tre romanzi brevi “I nostri antenati”, alle “Cosmicomiche”, alle “Città invisibili”, a “Palomar”, alla raccolta delle “Fiabe italiane”, al romanzo per ragazzi “Marcovaldo”, ai saggi, ai racconti...

Su uno di questi libri, frutto dell'onnivora curiosità enciclopedica di Calvino, “Collezione di sabbia”, mi soffermerò perché esso mi diede l'occasione di intervistare lo scrittore nella sua casa romana. Erano i primi di dicembre del 1984.

La prima cosa  che notai, entrando, fu la presenza di cinque tavoli da lavoro. Calvino mi spiegò che non avevano una precisa destinazione, che non vi erano misteriose simmetrie fra le carte e ogni singolo tavolo. Voleva soltanto evitare gli accumuli di libri e di fogli. Come un giocatore che cambia scacchiera, Calvino lasciava righe e appunti in sospeso. Sarebbe tornato a quel tavolo fra un'ora, fra un giorno, fra un mese.
Cominciammo a parlare di “Collezione di sabbia”. Feci notare a Calvino che più di metà delle pagine era occupata da resoconti di mostre che avevano come regola l'insolito: mostre di collezioni strane, di “nodi e legature”. di manichini di cera, di mappe, di tavolette legate all'apparizione della scrittura. Perché, domandai, prova questa attrazione per l'insolito?

“Un momento - rispose Calvino - Vado a vedere anche tutte le grandi mostre. Pochi giorni fa a New York sono stato a una straordinaria esposizione di Van Gogh. Ma questi avvenimenti  li seguono i critici d'arte e io rispetto le competenze. Di preferenza, allora, mi occupo di mostre che sfuggono alle normali specializzazioni”.

- Però è evidente che questa scelta le piace, che si trova a suo agio, stando al titolo del suo libro “Collezioni di sabbia”, tra chi raccoglie flaconi con la sabbia grigia del lago Balaton o con quella bianchissima del Golfo del Siam.

“ A Parigi c'è stata un'esposizione di collezioni strane: collezioni di campani da mucche, di giochi di tombola, di capsule di bottiglie, di fischietti di terracotta, di trottole, di biglietti ferroviari, di rane imbalsamate. Mi è parso che la vetrina della collezione di sabbia fosse la meno appariscente ma anche la più misteriosa, quella che sembrava aver più cose da dire”.

- Che cosa la affascina di più in queste e in altre stranezze?

“M'interessa tutto ciò che è a cavallo tra varie discipline, particolarmente quando avverto componenti antropologiche o echi della storia delle scienze. Vivo in un'epoca satura di teorie e di discorsi astratti, e per reazione cerco di basarmi su cose che vedo, su oggetti, su immagini”.

- In uno dei capitoli della “Collezione di sabbia” lei afferma di non aver mai sentito “una forte spinta a esplorare l'interiorità psicologica”. E' un altro dei suoi rifiuti?

“ E' una cosa che dico spesso, forse col segreto desiderio di sentirmi replicare: ma no, anche tu sei penetrantissimo psicologicamente. Però nessuno mi risponde così. In effetti, come scrittore, non sono affascinato dall'introspezione psicologica. E' il mio modo di reagire contro la nostra epoca che è fin troppo piena di analisi della psiche”.

- Domando a lei e a me stesso: come è possibile mettere ordine tra il Calvino dei primi romanzi e quello della “Fiabe italiane”, tra il Calvino delle strane collezioni e quello che, nelle “Cosmicomiche”, è incantato dalle origini dell'universo?

“Vuole dirmi che ci sono almeno quattro Calvino? Aggiungo che la cosa sarebbe semplice se avessi scritto quei libri in fasi successive. Il problema nasce dal fatto che questi diversi Calvino si intrecciano e si accavallano nello stesso periodo di tempo”.

- E un problema per lei o per i critici?

“ Per i critici che dovrebbero sbrogliare  la matassa. Quanto a me, io parto dalla molteplicità degli usi del linguaggio che, potenzialmente, esiste in tutti gli scrittori. Alle volte, lo ammetto, mi sembra di dover invidiare quelli che hanno ripetuto sempre lo stesso discorso. Per temperamento sono portato a sperimentare sempre nuove ipotesi di lavoro, e sento insofferenza per ogni forma stilistica di cui io abbia già esplorato le possibilità”.-

- Come dimostrano le storie di Qfwfq, il personaggio delle “Cosmicomiche” dell'impronunciabile nome, lei tenta di figurarsi altre vite diverse dalla sua. E allora io le pongo la stessa domanda che ho rivolto anni fa a Jeorge Luis Borges: Perché sogna vite diverse? Perché, come suggerisce un verso del grande poeta argentino, vorrebbe essere stato “con i bisonti dell'aurora”?

“Che cosa le rispose Borges?”

- Che inseguiva quelle fantasie perché era un po' stanco di essere Borges...

“E' una risposta nella quale mi riconosco anch'io. Cerco d'immaginare dove mi avrebbe portato l'altra strada, quella che non ho scelto. Così, anziché pensare ai libri che sarebbe naturale che scrivessi, mi capita di pensare ai libri che non so e non posso scrivere, ai libri che scriverebbe un altro. Sono sempre insoddisfatto. In molti casi l'insoddisfazione ha poteri di stimolo. Ma credo proprio di dover plagiare il grande Borges: a volte sono un po' stanco si essere Calvino”.

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