Franco Manzoni

Ricerca costante del sacro e del divino in un animo ango-sciato dall'idea ossessiva della morte, dalla asocialità e dalla misoginia. Così si presenta il teatro dello svedese August Strindberg, che nella seconda metà dell'Ottocento rappresentò un felice tentativo di rinnovamento del teatro e delle sue convenzioni.
Nato a Stoccolma nel 1849, dove morì nel 1912, egli partì dal naturalismo, staccandosene poco alla volta, per creare una via artistica autonoma, imperniata sull'analisi dell'io umano come motore di ogni azione.
Dapprima riuscì  a mettersi in luce con il testo “Maestro Olof” (1872), ma ottenne il successo e la notorietà a largo spettro più di dieci anni dopo le opere teatrali “Il padre” (1887) e “La signorina Giulia” (1888).
Il dramma in tre atti “Il padre” ruota attorno al tema del rapporto uomo-donna e descrive con straordinaria forza patetica lo scontro psichico tra moglie e marito sulla questione della paternità della figlia.
Laura, sposa del Capitano Adolf, riesce subdolamente ad insinuare il dubbio nella mente del marito che egli  possa anche non essere il vero padre della figlia Berta e, grazie a ciò, metodicamente, lo conduce alla follia.
Alla fine l'uomo, ormai distrutto psichicamente, agonizza sulle ginocchia della nutrice, chiuso nella camicia di forza che la moglie, in accordo con quest'ultima, lo ha costretto ad indossare.
L'accesa misoginia di Strindberg trova ne “Il padre” largo sfogo, quasi che l'autore fosse ossessionato dall'inferiorità dell'uomo rispetto alle figure femminili emergenti e sempre più emancipate rispetto al passato.
Ne “La signorina Giulia”, invece, Strindberg racconta di una giovane nobile, che durante la notte di San Giovanni, affascinata e sedotta, si concede al servo di casa Jean, spinta più dall'istinto che da un sentimento profondo. Il servo cerca di trarre vantaggio da questa situazione e convince Giulia a rubare una somma dalla cassaforte paterna e, in seguito, a fuggire insieme.
La giovane non ha più la forza di opporsi e sembra ormai tutto deciso, fino a quando Jean sopprime un lucherino a cui Giulia era molto affezionata e che intendeva portare con sé nella fuga. Di fronte a questo fatto occasionale, ella è pervasa da tutta una serie di sensazioni, tra cui la paura di essere scoperta per il furto, il sangue dell'uccellino ucciso, il divario sentimentale tra lei e il suo domestico: tutto ciò la porta a comprendere che l'abbandono ai sensi non può per lei più continuare, né divenire volontà di vita. La sola risoluzione a cui la sua mente giunge è il suicidio, con un rasoio che lo stesso servo le porta.
Questo testo, considerato da numerosi critici un esempio validissimo dei principi naturalistici - anche per la particolare ambientazione scenografica, dato che l'azione si svolge nella cucina del Conte - porta la figura femminile alle prese con l'inutile tentativo di liberarsi della natura, delle convenzioni e dei costumi tradizionali. “La signorina Giulia” ebbe vastissima eco e conferì a Strindberg fama mondiale. 
Ad un secondo periodo appartengono  sei opere, in cui l'autore rivela la propria ricerca e aspirazione verso un equilibrio interiore, che pare raggiungere attraverso il bisogno incessante della presenza di Dio, non segnato però dalla rigide regole ecclesiastiche. Sono di questi anni i “Verso Damasco” (1898-1901), “Avvento” (1898), “Delitto e delitto” (1899), “Danza di morte” (1901), “Pasqua” (1901) e “Il sogno” (1902).
“Verso Damasco” ci offre una  interpretazione simbolica dello svolgersi della vita umana: quasi come un graduale processo dal peccato alla sofferenza, fino all'espiazione, utilizzando numerose figure emblematiche.
Ne “Il sogno” l'autore rinnova ampiamente le strutture teatrali, abolendo il concetto di spazio e tempo caratteristici della realtà, per proporre quelli propri del sogno; infatti la funzione temporale/spaziale perde la successione logica, realtà ed immaginazione si intersecano, generando delle situazioni a cui egli attribuisce significati metaforici. 
“Il sogno” è costituito da una struttura per lo più frammentaria, quasi fosse una visione notturna: la figlia di Indra  - “l'ardente”, il sovrano del cielo, il più importante tra gli dei dell'India nell'epoca vedica - scendendo sulla terra intende salvare l'uomo ed opporsi alle convenzioni sociali: inevitabile il fallimento di quest'impresa. 
Un altro momento rilevante nella vita e nell'opera di Strindberg fu la realizzazione, insieme con il regista August Falk, dell'”Intima Teater” di Stoccolma, un teatro esiguo in quanto a posti a sedere, per il  quale scrisse nello stesso anno, il 1907, ben cinque opere cosiddette “da camera”: “La sonata degli spettri”, “Il pellicano”, “Il temporale”, “La casa bruciata” e “L'isola dei morti”. 
In soli sei mesi riuscì a comporre questo gruppo di opere che sono indubbiamente un punto di arrivo della sua produzione drammatica. Le problematiche angoscianti e disperate, l'asocialità, l'idea martellante della paura della morte, la ricerca di una fede, che già assillavano l'autore fin dai primi suoi scritti, si condensano qui nell'ultima fase della sua esistenza, dando il via anche il desiderio di proporre per gli attori un nuovo modo di recitazione, più fortemente realistico e grottesco.

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