.

 

 Genina Jacobone

Qualche anno fa uno storico americano di origine giapponese, Francis Fukuyama, avanzò l'originale teoria della “fine della storia”. Dopo il crollo del Muro di Berlino, il nostro secolo, ormai al termine, non aveva  più niente da dire ed il modello occidentale si sarebbe esteso a tutto il pianeta.

Tutto questo come se la Storia fosse solo quella ricollegabile alla Nato o al patto di Varsavia, alleanze militari delle quali, tra l'altro, non facevano parte i paesi più popolati del pianeta, Cina e India.

 

 Ed invece, dal 1989 ad oggi, abbiamo avuto un'escalation di conflitti, spesso di natura etnica, anche a pochi chilometri dai nostri confini: l'Irak, l'ex Jugoslavia, l'Africa Centrale, lo sfaldamento dell'impero sovietico (che Mosca cerca in qualche modo di arginare), l'interminabile tragedia dell'Afganistan, le stragi algerine, la questione curda, la recente vicenda di Timor Est e così via.

Ma la Storia, ancora una volta, non si può ridurre ai conflitti armati, poiché la violazione dei diritti civili si perpetua quotidianamente in aree geografiche dove, formalmente, regna la pace; allo stesso modo il problema dei popoli, africani ma non solo, che vivono sotto la soglia di sopravvivenza rimane di terribile attualità, tanto più che le catastrofi naturali più immani spesso si verificano a danno dei paesi più poveri. Piove sempre sul bagnato, si potrebbe dire, senza un filo di ironia.

L'Organizzazione della Nazioni Unite, tramite le sue diramazioni (Fao, Unicef, Alto Commissariato per i Rifugiati...), svolge un'opera meritoria, oltre che un dovere statutario, ma saremmo ipocriti se non riconoscessimo che, all'interno dell'ONU, le contrastanti tendenze politiche portano talvolta a decisioni discutibili, in base alle quali certi casi internazionali sono, chissà perché, più importanti di altri.

E allora, negli ultimi decenni, sono state le Organizzazioni Non Governative a svolgere un ruolo primario nell'assistenza dei profughi, fossero essi vittime di una guerra, di un terremoto, di un'alluvione.

 

Le origini

Il Nobel per la pace assegnato quest'anno a Médecins sans frontières riconosce ufficialmente, e consegna alla Storia, l'attività dei milioni di volontari   che, negli anni, hanno cercato di porre rimedio a quello che, in molti casi, la cosiddetta comunità internazionale non aveva saputo evitare: guerre e carestie.

“Mentre intere famiglie vengono cacciate dalle loro case a Timor Est e altre migliaia nel mondo sono vittime di conflitti che non assurgono al diritto di cronaca, questo Nobel è un importante conferma del diritto fondamentale delle popolazioni dimenticate all'aiuto e alla protezione” - ha dichiarato James Orbinski, presidente del Consiglio Internazionale di Médecins sans frontières. 

Non dimentichiamo che in altre occasioni il prestigioso riconoscimento è stato assegnato - oltre che a figure come Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta e Nelson Mandela - anche a politici che definire “uomini di pace” sarebbe un po'azzardato, al di là del riconoscimento del ruolo storico da essi ricoperto: Sadat, Begin, Rabin, Arafat, Gorbaciov, solo per fare alcuni nomi.

Ma che cos'è Medici senza frontiere? 

“Un'organizzazione privata - così recita la “Carta dei principi” -  a carattere internazionale. La gran parte dei suoi membri sono medici ed operatori sanitari, ma si avvale anche del contributo di altre professioni utili alla sua attività”.

Sul finire degli anni Sessanta la guerra nel Biafra si era trasformata in un vero e proprio genocidio, sotto gli occhi inermi dei medici della Croce Rossa. Alcuni di loro, francesi, si unirono a dei colleghi reduci dall'aver prestato aiuto in Bangladesh, sconvolto da un'inondazione, e decisero  di dare origine ad un'associazione indipendente che si occupasse del soccorso medico di emergenza. Nacque così, nel 1971, Médecins sans frontières.

L'evoluzione

Da allora un susseguirsi di tragedie, volute o subite dagli uomini, ha visto impegnati in prima fila i volontari di Médecins sans frontières, che, a distanza  di 28 anni, sono circa 2.500, di 45 nazionalità diverse, con una presenza che copre ben 85 paesi. 

Il budget annuale si aggira sui 300 milioni di dollari.

Si calcola che tra aderenti e finanziatori privati quasi quattro milioni di persone nel mondo sostengano l'attività di un'Organizzazione internazionale con 19 sedi: Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Svizzera, Lussemburgo, Grecia, Italia, Stati Uniti, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia, Norvegia, Hong Kong, Australia, Germania e Austria. La sezione italiana è sorta nel 1993, il primo volontario però è partito nel 1989 e da allora si sono succedute centinaia di partenze.

Attualmente ci sono, nel mondo circa 50 milioni fra rifugiati, profughi e sfollati, una massa di disperati, per la cui sopravvivenza si adoperano Médecins sans frontières e altre organizzazioni umanitarie. 

L'opera di assistenza si concentra sulla medicina di base, il controllo epidemiologico, la prevenzione, le campagne di vaccinazione, la sorveglianza nutrizionale e, questioni primarie, l'approvvigionamento d'acqua e la costruzione di strutture sanitarie, per quanto provvisorie possano essere. 

Le tre grandi centrali logistiche sono situate a Bruxelles, Ostenda e Amsterdam; a 48 ore dall'inizio di un'emergenza  gli aerei cargo dell'Organizzazione  sono già in grado di intervenire.
Sono innumerevoli, nella quasi trentennale storia di “Medici senza frontiere”, gli interventi umanitari operati, in ogni parte del mondo, per le cause più varie. Ci limitiamo a prendere in considerazione alcuni casi emblematici, toccando tre continenti, Africa, Asia ed Europa.

 

L'Africa

Quando si parla del continente africano non si sa a quali gravissimi problemi dare la precedenza: carestie, malnutrizione, scontri etnici, impervi cammini sulla strada della democrazia, residui di un passato coloniale che, in realtà, non è ancora del tutto passato. 

L'Angola è un paese nel quale tutti questi drammi esistono tuttora.

Da quando l'ex colonia portoghese ha raggiunto l'indipendenza, nel 1975, non ha mai avuto pace; le fazioni storicamente avverse sono impegnate in una guerriglia originata dalla mancata accettazione dei risultati elettorali, che hanno portato al governo il movimento dell'MPLA. La fazione avversa, l'UNITA, sta dunque conducendo una sanguinosa lotta contro l'esercito governativo.

Médecins sans frontières è presente in Angola dal 1998, con una copertura minima di 9 province dell'immenso stato dell'Africa sudoccidentale.

L'assistenza alla popolazione non può che esser il frutto, quando è possibile, della cooperazione tra enti diversi; MSF si trova dunque ad agire in collaborazione con l'ospedale cattolico di Cubal, nella provincia di Benguela, mentre in altre zone il sostegno viene fornito alle strutture sanitarie governative.

Tuttavia l'inasprirsi  della guerra civile sta rendendo ancora più a rischio la presenza degli operatori nella zona.

Un intervento di carattere particolare è quello operato in Costa d'Avorio.

Dal 1997 MSF fornisce assistenza nella prigione di La Maca, situata nella capitale Abidjan. 
Infatti la sovrappopolazione carceraria  (6.000 detenuti in un penitenziario che ne doveva contenere fino a 1.500) provoca problemi di igiene e di malnutrizione  che è facile immaginare.
Ma vi è un altro paese africano dove attualmente, e nel completo disinteresse dei mass media internazionali, la guerra civile sta avendo effetti disastrosi sulla popolazione.

Stiamo parlando del Congo-Brazzaville, regione equatoriale confinante ad est con la Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire).

Nella capitale, Brazzaville, si è assistito, a partire dal dicembre '98, ad una recrudescenza degli scontri tra forze governative e ribelli.

Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a rifugiarsi nella foresta tropicale di Pool, a sud della capitale. Le testimonianze raccolte dai rappresentanti di MSF parlano di villaggi deliberatamente presi di mira dalle truppe di una o dell'altra fazione, se non addirittura bombardati dagli elicotteri, e di uomini usati come scudi umani. I profughi, in continua fuga da villaggio a villaggio, hanno dovuto fare i conti con le precarie condizioni igienico-sanitarie e con il rischio di epidemie.

Gli abitanti del Congo Brazzaville sono due milioni e ottocentomila; il 10% di essi è stato costretto ad allontanarsi dai luoghi i residenza e a cercare rifugio altrove, spesso in balia delle milizie, incapaci di garantire loro la minima assistenza.

Dallo scorso maggio è cominciato  il rientro dei profughi a Brazzaville, in quanto le forze governative sembrano avere nuovamente il pieno controllo della capitale  e della zona a sud di essa.

Tra le tante vessazioni a danno della popolazione non sono mancati gli stupri, ben 500 quelli denunciati ai medici di Médecins sans frontières che accolgono i profughi presso il Makelekele Hospital e lo Sports Center di Brazzaville; evidentemente la cifra è ben al di sotto di quella reale, che dovrebbe includere anche tutti i casi non denunciati.

I volontari presenti nella zona della capitale; hanno il compito di visitare i profughi, verificarne le condizioni di salute, dirigerli alle strutture sanitarie o ai centri di assistenza alimentare. MSF ha infatti allestito tre therapeutic feeding centers, dove vengono curati i bambini affetti da grave malnutrizione.

Francois Guillemot, un medico di MSF, da Brazzaville scrive: “La giornata comincia. Entrando nell'unità pediatrica dell'ospedale Makelekele non posso fare a meno di avvertire un sentimento di terrore. Quale nuovo dramma mi aspetta?”

 

I Balcani e la Turchia

A pochi mesi dalla fine della guerra del Kosovo, i giornali, almeno quelli italiani, sembrano disinteressarsi della sorte dei profughi rientrati in patria. Eppure il prima e il dopo di una guerra sono forse più importanti della guerra stessa ed è in quei frangenti che le organizzazioni umanitarie si rivelano indispensabili.

La repressione serba nei confronti dell'etnia albanese è  diventata sistematica a partire dai primi mesi  del '98; ventitré cliniche mobili di Médecins sans frontières per tutto lo scorso anno hanno assistito i profughi kossovari, distribuendo i medicinali tra i villaggi.

Quando la guerra è scoppiata, le squadre di volontari sono state costrette, per motivi di sicurezza, ad evacuare il Kosovo, ma hanno subito approntato programmi di assistenza per i deportati in Montenegro, Albania e Macedonia.

La terza fase, quella del rientro in Kosovo, è altrettanto critica, sia dal punto di vista politico - poiché gestire  la rinnovata convivenza tra kossovari e serbi non è impresa facile -  sia da quello della sicurezza e della salute.

Città come Pristina, Prizren, Pec e Djakovica hanno subito gravissimi danni infrastrutturali. Si tratta quindi di riattivare i servizi sanitari, ricostruire le cliniche, restituire l'acqua corrente.

I volontari di Médecins sans frontières sono anche impegnati sul fronte della comunicazione. La triste eredità di ogni conflitto armato è rappresentata infatti dagli ordigni inesplosi che ancora giacciono sul territorio. Ha avuto inizio quindi una campagna di sensibilizzazione sul pericolo delle mine, attraverso la radio, i manifesti e i volantini che vengono distribuiti ai profughi rientrati nei loro luoghi di origine o in procinto di farlo.

Il Kosovo - come già il Mozambico, tanto per fare l'esempio di un paese nel quale lo sminamento, prima di essere portato a termine, ha provocato, nella popolazione, morti e menomazioni permanenti -  continua a mietere vittime.

E' evidente che, in questo specifico contesto, MSF sta andando anche oltre i suoi compiti statutari, sostituendosi a quelle istituzioni cui spetterebbe, tra le altre cose, anche il dovere di informare sui rischi e pericoli che il territorio ancora nasconde.

La Turchia nelle ultime settimane ha dovuto affrontare una doppia emergenza terremoto. L'ultimo in ordine del tempo risale al 12 novembre scorso ed ha colpito la zona nord ovest del paese. Il villaggio di Kaynasli è quello che ha subito i maggiori danni; già il 14 novembre Médecins sans frontières metteva a disposizione il suo dispensario farmaceutico, mentre una piccola squadra di medici e infermiere si univa ai campi allestiti dall'Unicef e dalla Mezzaluna Rossa. 

 

Timor est

Passando in rassegna alcuni luoghi caldi del pianeta ci siamo, una volta di più, resi conto di come la violenza, la sopraffazione e la sofferenza abbiano mille facce: dalla rassegnazione di fronte all'imperversare degli elementi alla lotta fratricida, dall'autoritarismo travestito da democrazia alla costante violazione dei diritti umani come sistema di governo.

E' il caso dell'Isola di Timor, che, dopo regolare referendum, si è resa indipendente - limitatamente alla sua parte orientale - dall'Indonesia.

La cosa non è piaciuta alle milizie filoindonesiane, che - con l'appoggio non dichiarato del governo di Giacarta - hanno messo a ferro e fuoco Timor Est, fino all'intervento, non proprio tempestivo, delle forze Onu. La situazione, attualmente non è molto diversa da quella balcanica: gli abitanti di Timor Est, sfollati nelle campagne o fuggiti addirittura dal paese, allorché sono iniziati i raid delle milizie indonesiane, stanno lentamente tornando a casa, con il timore, tra l'altro, di trovarsi ancora di fronte i soldati di Giacarta. Si aggira sui 40.000 il numero di profughi rientrati, con una media di 2.000 rientri al giorno; nel frattempo  sono sorti i consueti problemi legati alla salute, all'alimentazione, agli alloggi.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità parla già di pericolo di epidemie di malaria e colera, oltre che di preoccupante recrudescenza della tubercolosi.

Ancora una volta i volontari di Médecins sans frontières, affiancandosi alle organizzazioni istituzionali (World Health Organization e Alto Commissariato Onu per i Rifugiati), dovranno battersi contro l'emergenza, contro la miseria e contro il rancore tra le fazioni avverse, tra uomini che si trasformano, di volta in volta, da perseguitati in persecutori.

In conclusione

L'excursus sulla quasi trentennale attività di Médecins sans frontières,  oltre a rappresentare una vera e propria carrellata sugli eventi più importanti della storia recente, pone anche molti interrogativi sulla situazione internazionale alla vigilia dei cambiamenti che si attendono dal nuovo millennio.

Nel mondo esiste, da cinquant'anni a questa parte, un'area privilegiata, l'occidente industrializzato, che racchiude parte dell'Europa e due terzi del Nord-America, con un'appendice in Estremo Oriente (il Giappone) e in Oceania (Australia). Ciò significa che in quasi tutto l'emisfero meridionale  e in buona parte di quello settentrionale  il disagio sociale, politico ed economico è assai diffuso, seppure con diverse gradazioni.

I conflitti etnici, che sono il fenomeno forse più eclatante di questi ultimi dieci anni, spesso hanno origine dall'imperfezione delle strutture politiche, come nel caso della Federazione Iugoslava, dove per molti anni l'integrazione etnica è stata più apparente che reale, almeno se si considera il frazionamento al quale si è assistito di recente.

Allo stesso modo le ondate di immigrazione provenienti dall'Africa (ma non solo) sono anche il risultato  di una politica cooperazione rivolta al Terzo Mondo che non ha dato i frutti sperati, anch'essa condizionata, fino al crollo dell'URSS, dalla competizione tra le due superpotenze.

Ora si parla di azzerare il debito con l'estero di questi malandati paesi, ma anche questo, a nostro parere, sarebbe insufficiente.

In definitiva, se guerra, miseria e carestia colpiscono soprattutto le aree più arretrate del pianeta, a pagarne le conseguenze, inevitabilmente, è anche l'Occidente.

I flussi migratori, difficili da arginare e da regolamentare, hanno inevitabili contraccolpi sull'equilibrio sociale.

La realtà italiana è emblematica: le regioni meridionali, già gravate da un forte tasso di disoccupazione, si trovano a fronteggiare lo sbarco quotidiano di disperati, dei quali solo una minoranza riuscirà ad integrarsi, anche perché le differenze culturali e religiose molto spesso rappresentano una barriera, non facilmente sormontabile, che si frappone alla pacifica convivenza.

Médecins sans frontières   è sempre in prima linea quando si tratta di accorrere là dove i problemi recano più disagio alle popolazioni, ma la soluzione di certi problemi è ancora lontana e, soprattutto, non la possono trovare i volontari di un'organizzazione umanitaria.

 

Come far parte di “Medici senza frontiere"

Tra i nostri lettori ci saranno sicuramente molti medici interessati alle vicende di MSF, ed alcuni di loro saranno tentati di entrare nelle file di questo pacifico esercito.

Ma come avviene il “reclutamento”? Qualcuno, facendo lavorare la fantasia, potrebbe pensare ad una figura di medico impavido e avventuroso, che, alla stregua di un reporter d'assalto, rischia la vita ogni giorno. In realtà si tratta di uomini  con una vocazione “umanitaria”, presupposto necessario ma non sufficiente; infatti, data la particolarità e la complessità del lavoro da svolgere, sono numerosi i requisiti che i candidati devono possedere. Innanzitutto la conoscenza di almeno una lingua tra inglese e francese (meglio se entrambe); subito dopo viene la predisposizione alla vita di gruppo, da intendersi come spirito di collaborazione, tolleranza, apertura mentale e facilità di adattamento a condizioni di vita che non sono certe delle più normali.

Dal momento che il contratto minimo per MSF dura 6 mesi, si richiede al candidato il massimo di disponibilità temporale, nel senso che gli può essere richiesta una trasferta di 9-12 mesi, con un breve preavviso (al massimo quattro settimane).

Entrando nello specifico delle singole professionalità, Medici senza frontiere cerca medici generici, chirurghi, anestesisti ed infermieri professionali, solo raramente esperti di logistica ed amministrazione.

Le principali attività da svolgere sono: medicina preventiva e curativa, chirurgia, nutrizione, controllo e prevenzione delle epidemie, vaccinazioni, assistenza alla maternità e all'infanzia.

Il candidato italiano dopo essersi messo in contatto con la sede nazionale verrà sottoposto ad un colloquio e, nel caso di esito positivo, inserito nell'archivio dei volontari, i quali, dopo aver seguito dei corsi preparatori, saranno pronti a partecipare ad una “missione”.

Resta da chiarire una questione tutt'altro che marginale, quella relativa alla remunerazione dell'operatore che svolge una missione.

E' prevista un'indennità mensile che varia da un minimo di L. 1.100.000 ad un massimo di L. 2.700.000, a seconda dell'esperienza maturata; a questo va aggiunta una diaria, ovvero un rimborso giornaliero forfettario in moneta locale a copertura dei bisogni di base. Copertura assicurativa standard, spese di viaggio e alloggio sono ovviamente a carico dell'Organizzazione.

Non ci sono limiti di età per i candidati, anche se gli operatori tra i 25 e 40 anni hanno più possibilità di essere selezionati. 
Va precisato anche che le condizioni di vita e di lavoro che caratterizzano ogni missione rendono impossibile la presenza “in loco”  dei familiari dell'operatore.

Il contatto telefonico con i congiunti è solitamente consentito tramite le linee ordinarie o, in circostanze eccezionali, dalle apparecchiature satellitari dell'Organizzazione.

Normalmente all'operatore spetta una settimana di “riposo pagato” ogni tre mesi di lavoro.
L'impegno con MSF è volontario e quindi l'operatore può chiedere da un momento all'altro il rimpatrio, che, in questo caso, è però a suo carico. Naturalmente il volontario di MSF dovrà lasciare, se convocato per una missione, il posto di lavoro; l'ente o la società per la quale si lavora non è tenuto a concedere al dipendente l'aspettativa, mentre MSF si limita  fornire un attestato di partecipazione alla missione.

Tirando le somme, appare evidente che alla base deve esserci una forte motivazione nel candidato, la volontà di abbandonare repentinamente il tran-tran quotidiano per immergersi in una realtà completamente nuova, non priva di rischi, ma anche, supponiamo, densa di emozioni.

Medici senza frontiere, 
Via Ostiense 6/E, 00154, Roma, 
tel 0657300900, fax 0657300901. 
Sito Internet: http://www.msf.it ; e-mail: msf@msf.it
Presidente MSF Italia: Carlo Urbani
Direttore esecutivo:  José Imbernon


 

LA  CARTA DI "MEDECINS SANS FRONTIERES"

Medici Senza Frontiere è un'organizzazione privata, a carattere internazionale.

La gran parte dei suoi membri sono medici ed operatori sanitari, ma si avvale  anche del contributo di altre professioni utili alla sua attività. Tutti gli aderenti devono attenersi devono attenersi, sul proprio onore, ai seguenti principi

- i Medici Senza Frontiere prestano la loro opera di soccorso alle popolazioni povere, alle vittime delle catastrofi di origine naturale o umana, alle vittime della guerra, senza discriminazione alcuna, sia essa razziale, religiosa o politica;

- i Medici Senza Frontiere osservano la neutralità e l'imparzialità in nome dell'etica professionale universale e del diritto all'assistenza umanitaria, rivendicando piena libertà nell'esercizio delle proprie funzioni;

- si impegnano a rispettare i principi deontologici previsti dalla professione nonché a mantenere una totale indipendenza da ogni potere politico, economico o religioso;

- in qualità di volontari, sono al corrente dei rischi e dei pericoli presentati dalle missioni che compiono astenendosi, quindi, dal reclamare, per sé o per altri aventi diritto, compensi diversi da quelli che l'associazione sarà in grado di fornire loro.


 

CRONOLOGIA

1971 - Nascita di Médecins sans Frontières

1972 - Intervento in Nicaragua dopo un terremoto

1974 - Progetto di assistenza medica a lungo termine dopo un uragano in Honduras

1976 - Durante la guerra in Libano, 56 medici e infermieri si alternano  per sette mesi sotto le bombe in un ospedale di Beirut.Ha inizio l'intervento di MSF per i rifugiati indocinesi in Thailandia

1978 - Avvio di diversi progetti nei campi profughi di Sahara Occidentale, Sudan e Zaire

1979 - Intervento durante la guerra in Ciad. Cento volontari, tra medici e infermieri, accolgono in Thailandia il flusso di rifugiati cambogiani

1980 - MSF organizza una “Marcia per la sopravvivenza della Cambogia”. Avvio di progetti in Afganistan, Kurdistan iraniano e Honduras. Quaranta volontari di Medici Senza Frontiere curano i rifugiati della guerra dell'Ogaden in Somalia . Programma di assistenza nutrizionale in Uganda nella provincia di Karamajo, soggetta alla siccità e alla guerra civile

1981 - detenzione di un medico e di un'infermiera, volontari MSF, per otto mesi in Turchia
Primi bombardamenti in Afganistan da parte dell'armata sovietica sugli ospedali gestiti da MSF

1984 - Sviluppo di un'importante programma nutrizionale in Etiopia

1985 - MSF denuncia  il dirottamento dell'aiuto umanitario e la deportazione della popolazione in Etiopia. Questo costerà all'Organizzazione l'espulsione dal paese

1986 - In Salvador, viene creato un sistema di distribuzione di acqua potabile per sostituire le installazioni distrutte da un terremoto

1988 - Nasce l'Unità Europea di Intervento di Medici Senza Frontiere per coordinare l'azione di sei sezioni europee nelle operazioni di urgenza 

1989 - Un aereo di Aviation Sans Frontières con due volontari di MSF a bordo viene abbattuto da un missile
Nasce l'Ufficio Internazionale di MSF, con sede  a Bruxelles

1990 - Intervento durante la guerra civile in Liberia. Un logista di MSF viene ucciso in Afganistan

1991 - MSF è la prima organizzazione umanitaria ad intervenire in Somalia allo scoppio della guerra civile

1992 - Somalia: incremento dei programmi e della pressione pubblica a favore delle vittime della carestia e della guerra Bosnia-Erzegovina: MSF denuncia la “pulizia etnica” e i Crimini contro l'Umanità. 

1993 - Si costituisce in Italia l'associazione Medici Senza Frontiere, come parte del movimento internazionale
Burundi: in seguito al colpo di stato e all'inizio dei massacri, vasta operazione di soccorso per 600.000 rifugiati e sfollati

1994 - MSF interviene in Ruanda dopo il tragico genocidio di più di 800.000 ruandesi
Vasta operazione per il trattamento del colore nei campi profughi di Goma, in Zaire

1995 - MSF è l'unica organizzazione umanitaria presente durante la caduta dell'enclave di Srebrenica, in Bosnia

Nord Corea: operazioni di soccorso durante le inondazioni

Cecenia. assistenza medica per le vittime della guerra civile, sia all'interno della repubblica che nei paesi vicini

1996 - In Nigeria MSF effettua una campagna di vaccinazione per 4 milioni e mezzo di persone 

Cecenia: diversi membri dell'équipe di MSF vengono rapiti da ignoti: dopo alcune settimane di prigionia verranno liberati

Sierra Leone: assistenza medica alle vittime delle torture e della guerra

Roma: MSF inizia un progetto di assistenza sanitaria ai nomadi e riceve il Premio Internazionale per la Pace  e l'Azione Umanitaria  

1997 - Esplode l'Africa centrale esplode

Guerra civile nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo): viene impedito l'accesso di MSF ai campo profughi e si consuma il massacro dei civili.Guerra civile nel Congo Brazzaville e colpo di stato in Sierra Leone. Un medico di Msf viene ucciso nell'ospedale di Baidoa, in Somalia

1998 - Emergenza carestia in Sudan. Nicaragua: intervento di MSF a sostegno dei senzatetto, dopo il passaggio dell'uragano Mitch

1999 - Guerra del Kosovo: allestimento di campi profughi in Albania e, terminate le ostilità, ritorno dei volontari di MSF tanto in  Kosovo che in Serbia

Turchia: soccorso alle popolazioni terremotate

Timor Est: le squadre di MSF vengono espulse dai miliziani anti-indipendentisti, ritornando sull'isola non appena le condizioni di sicurezza permettono di assistere la popolazione

Leadership Medica®
Mensile di scienza  medica e attualita`
 Copyright 1997© All Rights Reserved