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Genina Jacobone
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Qualche anno fa uno storico americano
di origine giapponese, Francis Fukuyama, avanzò l'originale teoria della
“fine della storia”. Dopo il crollo del Muro di Berlino, il nostro
secolo, ormai al termine, non aveva più niente da dire ed il
modello occidentale si sarebbe esteso a tutto il pianeta. Tutto questo come se la Storia fosse
solo quella ricollegabile alla Nato o al patto di Varsavia, alleanze militari
delle quali, tra l'altro, non facevano parte i paesi più popolati del
pianeta, Cina e India. Ed invece, dal 1989 ad oggi, abbiamo avuto un'escalation
di conflitti, spesso di natura etnica, anche a pochi chilometri dai nostri
confini: l'Irak, l'ex Jugoslavia, l'Africa Centrale, lo sfaldamento
dell'impero sovietico (che Mosca cerca in qualche modo di arginare),
l'interminabile tragedia dell'Afganistan, le stragi algerine, la questione
curda, la recente vicenda di Timor Est e così via. Ma la Storia, ancora una volta,
non si può ridurre ai conflitti armati, poiché la violazione dei diritti
civili si perpetua quotidianamente in aree geografiche dove, formalmente,
regna la pace; allo stesso modo il problema dei popoli, africani ma non solo,
che vivono sotto la soglia di sopravvivenza rimane di terribile attualità,
tanto più che le catastrofi naturali più immani spesso si verificano a danno
dei paesi più poveri. Piove sempre sul bagnato, si potrebbe dire, senza un
filo di ironia. L'Organizzazione della Nazioni
Unite, tramite le sue diramazioni (Fao, Unicef, Alto Commissariato per i
Rifugiati...), svolge un'opera meritoria, oltre che un dovere statutario, ma
saremmo ipocriti se non riconoscessimo che, all'interno dell'ONU, le
contrastanti tendenze politiche portano talvolta a decisioni discutibili, in
base alle quali certi casi internazionali sono, chissà perché, più importanti
di altri. E allora, negli ultimi decenni, sono state le Organizzazioni Non Governative a svolgere un ruolo primario nell'assistenza dei profughi, fossero essi vittime di una guerra, di un terremoto, di un'alluvione. Le origini Il Nobel per la pace assegnato quest'anno a Médecins sans
frontières riconosce ufficialmente, e consegna alla Storia, l'attività dei
milioni di volontari che, negli anni, hanno cercato di porre
rimedio a quello che, in molti casi, la cosiddetta comunità internazionale
non aveva saputo evitare: guerre e carestie. “Mentre intere famiglie vengono cacciate dalle loro case a
Timor Est e altre migliaia nel mondo sono vittime di conflitti che non
assurgono al diritto di cronaca, questo Nobel è un importante conferma del
diritto fondamentale delle popolazioni dimenticate all'aiuto e alla
protezione” - ha dichiarato James Orbinski, presidente del Consiglio
Internazionale di Médecins sans frontières. Non dimentichiamo che in altre occasioni il prestigioso
riconoscimento è stato assegnato - oltre che a figure come Martin Luther
King, Madre Teresa di Calcutta e Nelson Mandela - anche a politici che
definire “uomini di pace” sarebbe un po'azzardato, al di là del
riconoscimento del ruolo storico da essi ricoperto: Sadat, Begin, Rabin,
Arafat, Gorbaciov, solo per fare alcuni nomi. Ma che cos'è Medici senza frontiere? “Un'organizzazione privata - così recita la “Carta dei
principi” - a carattere internazionale. La gran parte dei suoi membri
sono medici ed operatori sanitari, ma si avvale anche del contributo di altre
professioni utili alla sua attività”. Sul finire degli anni Sessanta la guerra nel Biafra si era
trasformata in un vero e proprio genocidio, sotto gli occhi inermi dei medici
della Croce Rossa. Alcuni di loro, francesi, si unirono a dei colleghi reduci
dall'aver prestato aiuto in Bangladesh, sconvolto da un'inondazione, e
decisero di dare origine ad un'associazione indipendente che si
occupasse del soccorso medico di emergenza. Nacque così,
nel 1971, Médecins sans frontières. L'evoluzione Da allora un susseguirsi di tragedie, volute o subite
dagli uomini, ha visto impegnati in prima fila i volontari di Médecins
sans frontières, che, a distanza di 28 anni, sono circa 2.500, di
45 nazionalità diverse, con una presenza che copre ben 85 paesi. Il budget annuale si aggira sui 300 milioni di dollari. Si calcola che tra aderenti e finanziatori privati quasi quattro milioni di persone nel mondo sostengano l'attività di un'Organizzazione internazionale con 19 sedi: Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Svizzera, Lussemburgo, Grecia, Italia, Stati Uniti, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia, Norvegia, Hong Kong, Australia, Germania e Austria. La sezione italiana è sorta nel 1993, il primo volontario però è partito nel 1989 e da allora si sono succedute centinaia di partenze. Attualmente ci sono, nel mondo circa 50 milioni fra rifugiati, profughi e sfollati, una massa di disperati, per la cui sopravvivenza si adoperano Médecins sans frontières e altre organizzazioni umanitarie. L'opera di assistenza si concentra sulla medicina di base, il controllo epidemiologico, la prevenzione, le campagne di vaccinazione, la sorveglianza nutrizionale e, questioni primarie, l'approvvigionamento d'acqua e la costruzione di strutture sanitarie, per quanto provvisorie possano essere. Le tre grandi centrali logistiche sono situate a
Bruxelles, Ostenda e Amsterdam; a 48 ore dall'inizio di un'emergenza
gli aerei cargo dell'Organizzazione sono già in grado di intervenire.
L'Africa Quando si parla del continente
africano non si sa a quali gravissimi problemi dare la precedenza: carestie,
malnutrizione, scontri etnici, impervi cammini sulla strada della democrazia,
residui di un passato coloniale che, in realtà, non è ancora del tutto
passato. L'Angola è un paese nel quale
tutti questi drammi esistono tuttora. Da quando l'ex colonia portoghese
ha raggiunto l'indipendenza, nel 1975, non ha mai avuto pace; le fazioni storicamente
avverse sono impegnate in una guerriglia originata dalla mancata accettazione
dei risultati elettorali, che hanno portato al governo il movimento
dell'MPLA. La fazione avversa, l'UNITA, sta dunque conducendo una sanguinosa
lotta contro l'esercito governativo. Médecins sans frontières è
presente in Angola dal 1998, con una copertura minima di 9 province
dell'immenso stato dell'Africa sudoccidentale. L'assistenza alla popolazione non
può che esser il frutto, quando è possibile, della cooperazione tra enti
diversi; MSF si trova dunque ad agire in collaborazione con l'ospedale
cattolico di Cubal, nella provincia di Benguela, mentre in altre zone il
sostegno viene fornito alle strutture sanitarie governative. Tuttavia l'inasprirsi della
guerra civile sta rendendo ancora più a rischio la presenza degli operatori
nella zona. Un intervento di carattere
particolare è quello operato in Costa d'Avorio. Dal 1997 MSF fornisce assistenza
nella prigione di La Maca, situata nella capitale Abidjan. Stiamo parlando del
Congo-Brazzaville, regione equatoriale confinante ad est con la Repubblica
Democratica del Congo (ex Zaire). Nella capitale, Brazzaville, si è
assistito, a partire dal dicembre '98, ad una recrudescenza degli scontri tra
forze governative e ribelli. Centinaia di migliaia di persone
sono state costrette a rifugiarsi nella foresta tropicale di Pool, a sud
della capitale. Le testimonianze raccolte dai rappresentanti di MSF parlano
di villaggi deliberatamente presi di mira dalle truppe di una o dell'altra
fazione, se non addirittura bombardati dagli elicotteri, e di uomini usati
come scudi umani. I profughi, in continua fuga da villaggio a villaggio,
hanno dovuto fare i conti con le precarie condizioni igienico-sanitarie e con
il rischio di epidemie. Gli abitanti del Congo Brazzaville sono due milioni e ottocentomila; il 10% di essi è stato costretto ad allontanarsi dai luoghi i residenza e a cercare rifugio altrove, spesso in balia delle milizie, incapaci di garantire loro la minima assistenza. Dallo scorso maggio è
cominciato il rientro dei profughi a Brazzaville, in quanto le forze
governative sembrano avere nuovamente il pieno controllo della capitale
e della zona a sud di essa. Tra le tante vessazioni a danno
della popolazione non sono mancati gli stupri, ben 500 quelli denunciati ai
medici di Médecins sans frontières che accolgono i profughi presso il
Makelekele Hospital e lo Sports Center di Brazzaville; evidentemente la cifra
è ben al di sotto di quella reale, che dovrebbe includere anche tutti i casi
non denunciati. I volontari presenti nella zona
della capitale; hanno il compito di visitare i profughi, verificarne le
condizioni di salute, dirigerli alle strutture sanitarie o ai centri di
assistenza alimentare. MSF ha infatti allestito tre therapeutic feeding
centers, dove vengono curati i bambini affetti da grave malnutrizione. Francois Guillemot, un medico di MSF, da Brazzaville scrive: “La giornata comincia. Entrando nell'unità pediatrica dell'ospedale Makelekele non posso fare a meno di avvertire un sentimento di terrore. Quale nuovo dramma mi aspetta?” I Balcani e la Turchia A pochi mesi dalla fine della guerra del Kosovo, i
giornali, almeno quelli italiani, sembrano disinteressarsi della sorte dei
profughi rientrati in patria. Eppure il prima e il dopo di una guerra sono
forse più importanti della guerra stessa ed è in quei frangenti che le
organizzazioni umanitarie si rivelano indispensabili. La repressione serba nei confronti dell'etnia albanese
è diventata sistematica a partire dai primi mesi del '98;
ventitré cliniche mobili di Médecins sans frontières per tutto lo scorso anno
hanno assistito i profughi kossovari, distribuendo i medicinali tra i
villaggi. Quando la guerra è scoppiata, le squadre di volontari sono state costrette, per motivi di sicurezza, ad evacuare il Kosovo, ma hanno subito approntato programmi di assistenza per i deportati in Montenegro, Albania e Macedonia. La terza fase, quella del rientro in Kosovo, è altrettanto
critica, sia dal punto di vista politico - poiché gestire la rinnovata
convivenza tra kossovari e serbi non è impresa facile - sia da quello
della sicurezza e della salute. Città come Pristina, Prizren, Pec e Djakovica hanno subito
gravissimi danni infrastrutturali. Si tratta quindi di riattivare i servizi
sanitari, ricostruire le cliniche, restituire l'acqua corrente. I volontari di Médecins sans frontières sono anche impegnati
sul fronte della comunicazione. La triste eredità di ogni conflitto armato è
rappresentata infatti dagli ordigni inesplosi che ancora giacciono sul
territorio. Ha avuto inizio quindi una campagna di sensibilizzazione sul
pericolo delle mine, attraverso la radio, i manifesti e i volantini che
vengono distribuiti ai profughi rientrati nei loro luoghi di origine o in
procinto di farlo. Il Kosovo - come già il Mozambico, tanto per fare
l'esempio di un paese nel quale lo sminamento, prima di essere portato a
termine, ha provocato, nella popolazione, morti e menomazioni permanenti
- continua a mietere vittime. E' evidente che, in questo specifico contesto, MSF sta
andando anche oltre i suoi compiti statutari, sostituendosi a quelle
istituzioni cui spetterebbe, tra le altre cose, anche il dovere di informare
sui rischi e pericoli che il territorio ancora nasconde. La Turchia nelle ultime settimane ha dovuto affrontare una doppia emergenza terremoto. L'ultimo in ordine del tempo risale al 12 novembre scorso ed ha colpito la zona nord ovest del paese. Il villaggio di Kaynasli è quello che ha subito i maggiori danni; già il 14 novembre Médecins sans frontières metteva a disposizione il suo dispensario farmaceutico, mentre una piccola squadra di medici e infermiere si univa ai campi allestiti dall'Unicef e dalla Mezzaluna Rossa. Timor est Passando in rassegna alcuni luoghi caldi del pianeta ci
siamo, una volta di più, resi conto di come la violenza, la sopraffazione e
la sofferenza abbiano mille facce: dalla rassegnazione di fronte
all'imperversare degli elementi alla lotta fratricida, dall'autoritarismo
travestito da democrazia alla costante violazione dei diritti umani come
sistema di governo. E' il caso dell'Isola di Timor, che, dopo regolare
referendum, si è resa indipendente - limitatamente alla sua parte orientale -
dall'Indonesia. La cosa non è piaciuta alle milizie filoindonesiane, che -
con l'appoggio non dichiarato del governo di Giacarta - hanno messo a ferro e
fuoco Timor Est, fino all'intervento, non proprio tempestivo, delle forze
Onu. La situazione, attualmente non è molto diversa da quella balcanica: gli
abitanti di Timor Est, sfollati nelle campagne o fuggiti addirittura dal
paese, allorché sono iniziati i raid delle milizie indonesiane, stanno
lentamente tornando a casa, con il timore, tra l'altro, di trovarsi ancora di
fronte i soldati di Giacarta. Si aggira sui 40.000 il numero di profughi
rientrati, con una media di 2.000 rientri al giorno; nel frattempo sono
sorti i consueti problemi legati alla salute, all'alimentazione, agli
alloggi. L'Organizzazione Mondiale della Sanità parla già di
pericolo di epidemie di malaria e colera, oltre che di preoccupante
recrudescenza della tubercolosi. Ancora una volta i volontari di Médecins sans frontières, affiancandosi alle organizzazioni istituzionali (World Health Organization e Alto Commissariato Onu per i Rifugiati), dovranno battersi contro l'emergenza, contro la miseria e contro il rancore tra le fazioni avverse, tra uomini che si trasformano, di volta in volta, da perseguitati in persecutori. In conclusione L'excursus sulla quasi trentennale attività di Médecins
sans frontières, oltre a rappresentare una vera e propria carrellata
sugli eventi più importanti della storia recente, pone anche molti
interrogativi sulla situazione internazionale alla vigilia dei cambiamenti
che si attendono dal nuovo millennio. Nel mondo esiste, da cinquant'anni a questa parte, un'area
privilegiata, l'occidente industrializzato, che racchiude parte dell'Europa e
due terzi del Nord-America, con un'appendice in Estremo Oriente (il Giappone)
e in Oceania (Australia). Ciò significa che in quasi tutto l'emisfero
meridionale e in buona parte di quello settentrionale il disagio
sociale, politico ed economico è assai diffuso, seppure con diverse
gradazioni. I conflitti etnici, che sono il fenomeno forse più
eclatante di questi ultimi dieci anni, spesso hanno origine dall'imperfezione
delle strutture politiche, come nel caso della Federazione Iugoslava, dove
per molti anni l'integrazione etnica è stata più apparente che reale, almeno
se si considera il frazionamento al quale si è assistito di recente. Allo stesso modo le ondate di immigrazione provenienti
dall'Africa (ma non solo) sono anche il risultato di una politica
cooperazione rivolta al Terzo Mondo che non ha dato i frutti sperati,
anch'essa condizionata, fino al crollo dell'URSS, dalla competizione tra le
due superpotenze. Ora si parla di azzerare il debito con l'estero di questi
malandati paesi, ma anche questo, a nostro parere, sarebbe insufficiente. In definitiva, se guerra, miseria e carestia colpiscono
soprattutto le aree più arretrate del pianeta, a pagarne le conseguenze,
inevitabilmente, è anche l'Occidente. I flussi migratori, difficili da arginare e da
regolamentare, hanno inevitabili contraccolpi sull'equilibrio sociale. La realtà italiana è emblematica: le regioni meridionali,
già gravate da un forte tasso di disoccupazione, si trovano a fronteggiare lo
sbarco quotidiano di disperati, dei quali solo una minoranza riuscirà ad
integrarsi, anche perché le differenze culturali e religiose molto spesso
rappresentano una barriera, non facilmente sormontabile, che si frappone alla
pacifica convivenza. Médecins sans frontières è sempre in prima
linea quando si tratta di accorrere là dove i problemi recano più disagio
alle popolazioni, ma la soluzione di certi problemi è ancora lontana e,
soprattutto, non la possono trovare i volontari di un'organizzazione umanitaria.
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