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Venezia - Le vocazioni."On fait toujours la meme chose"
dice un protagonista di "La condition humaine" di Malraux. Si fa
sempre la stessa cosa, e però ogni volta ci accorgiamo che è diversa.
E' cambiata lei, siamo cambiati
noi, di identico è rimasto quel qualcosa di inspiegabile, e per gli altri di
incomprensibile, che ci ha spinto fin dall'inizio in una certa direzione, e
venti, quarant'anni dopo, siamo ancora lì a percorrere la medesima strada e
ogni volta ci sembra una strada nuova.
“Io sono stato
geneticamente programmato per fare il fotografo”, mi dice Fulvio Roiter. “Da
bambino mi affascinavano le macchine, la Leica, la Contax che vedevo nelle
pubblicità di 'Vie d'Italia' e 'Vie del mondo'. La prima che ho avuto, un
regalo di mio padre, era una Welt e costava 600 lire; un decimo di quanto
avresti pagato una Leica, che era uno di quegli oggetti da piacere fisico, ad
avercela fra le mani. Fotografavo senza logica e senza tecnica, con il
ventre... Sa come dice Céline: ”Scrivere con le trippe”, ecco, era la stessa cosa. Avevo vent'anni, intuivo, ma non
sapevo spiegare il perché. Adesso che ho superato i settanta, ho lo sguardo
di allora e l'esperienza dell'età. Dicono che l'abitudine distrugga l'occhio:
dove vivi finisci con il non vedere niente. Può darsi, ma non vale per me: mi
salva l'emozione, sono ancora in grado di emozionarmi, e la curiosità: delle
persone, delle cose, dei paesaggi. Il tempo mi ha insegnato a scremare: nelle
immagini cerco l'essenzialità, che è un grado di scrittura. Prenda i quadri
di Emilio Vedova: se ne tagli metà, non te ne accorgi nemmeno. Io, invece,
sono per l'asciuttezza”.
Un'immagine rende meglio di
una spiegazione.
Al di là del vetro
punteggiato di gocce di pioggia, si profila l'isola di San Giorgio: a
sinistra s'innalza il campanile sistemato nel 1791 da Benedetto Buratti, e ne
indovini la sagoma e ne intuisci il color ruggine dei mattoni. Al centro, la
chiesa innalzata dal Palladio. Il grigioverde del mare sembra debba
confondersi con quello del cielo, e San Giorgio potrebbe essere un veliero
alla fonda o naufragato in laguna. La foto fa parte di Essere Venezia,
il terzo dei libri che Roiter ha dedicato al capoluogo veneto, il primo
interamente a colori. Se invece di perder tempo con Toscani, Cacciari avesse
frugato nella libreria di casa, avrebbe trovato ciò che dà la fragilità e
l'unicità della città di cui è sindaco, ne compendia grandezze e miserie. “Io
ho stima per Oliviero Toscani, ma Venezia in quella sua campagna pubblicitaria
non la vedi. Ci sono due cani che si accoppiano, una pantegana... Anche New
York ha i cani e le pantegane...Dicono 'un modo per richiamare i problemi'.
Sarà...Quel che è certo è che io i 'problemi', una parola da intellettuali
che oggi va tanto di moda, non li fotografo. C'è un filo di lana immaginario,
oltre il quale si fa violenza, si mercifica il dolore. Non mi piace e non mi
interessa.
Passeggio con un amico, una
signora anziana lo saluta, ci supera e lui mi fa. 'Poverina, ha i giorni
contati, leucemia'.
Mi dispiaccio, ma penso che
ha avuto comunque la sua vita. Poi incrociamo una diciottenne: stesso
rituale, anche lei, mi dice l'amico, è molto malata. E allora scatta la
ribellione, vorrei mostrarne la bellezza, far capire che è in pericolo,
spingere a cercare nuove cure, trovare il medicinale che la salverà. Ecco,
per me Venezia è una bellissima ragazza nata alcuni secoli fa. Una ragazza di
mare, e quindi più fotogenica e più fotografabile.
C'è il riverbero, è immersa nell'acqua, ci sono giornate
di tale trasparenza...Il significato letterale della parola fotografia è:
'Scrivere con la luce'. “Quel che cerco di fare, trovare attraverso la luce
il significato. Naturalmente, non basta la macchina: non è l'obiettivo a
suggerire, è l'occhio a vedere e a fare in modo che la macchina ubbidisca,
traduca ciò che l'occhio ha visto. Insegnare a fotografare non è un problema,
è insegnare a vedere che è difficile”.
L'ultimo libro di Roiter,
appena uscito, si chiama Viaggio italiano (Rizzoli editore), 311 scatti da un
capo all'altro della penisola. “Sull'Italia avevo un materiale formidabile,
frutto di un quarto di secolo di spostamenti. Il titolo giustifica le scelte,
è soggettivo, racchiude ciò che ho visto.
Io faccio racconti per
immagini. Ho cominciato da professionista, nel 1953, avevo 27 anni, vivevo a
Meolo, per fare contenti i miei avevo studiato chimica, mi ero specializzato
in idrocarburi. Non c'era metro quadrato del mio paese che non avessi
fotografato...Ma per mio padre quello non era un mestiere serio. Feci un
patto con lui: andare in Sicilia per un mese, a vedere e a fotografare. Se da
quel viaggio fossi uscito come un fotografo in grado di campare con il suo
lavoro, bene. Se no, avrei ripreso con gli idrocarburi. Spedii la bicicletta
a Palermo, bagaglio a mano. La recuperai alla stazione. Ho pedalato per
duemila chilometri, in giro per l'isola, ho fotografato tutto quello che mi
sembrava fotografabile. Tornato, ho mandato una scelta a 'La Guilde du
Livre', la casa editrice di Losanna che era allora il tempio sacro
dell'immagine. L'ho accompagnato con una lettera, piena di scuse, di pudori,
sa le lettere che ci scrivono quando si è agli inizi, credi di valere
qualcosa, ma non hai la controprova, non c'è nessuno che crede in te...Per un
paio di settimane feci la posta all'ufficio postale: “Toni, ghe niente per
me? Niente Fulvio". Poi un bel giorno, la risposta. Non so ancora
l'inizio a memoria: “Monsieur, vous etes trop modeste”. Da allora non mi sono
più fermato. Anni dopo, mio padre andò a cambiare un assegno in banca. “ Ha
un documento?” gli chiese l'impiegato. “Documenti? Ma se mi conoscono tutti
qui a Meolo”. “Mi dispiace ma io sono nuovo e non la conosco, così come lei
non conosce me.” “Infatti. Mi presento, ragionier Tovaglia” Piacere, Roiter.
“Roiter come il fotografo?”. “Sono il padre”. “Guardi, le cambio quello che
vuole, ma mi deve far conoscere suo figlio”.
La sera a casa mio padre mi
fece: “Senti un po', conosci un certo ragionier Tavoglia?”
“Mai sentito nominare.
Perché?” “No, niente”. A letto disse a mia madre, a cui aveva già raccontato
tutto: “Meglio non dirgli niente, visto mai si monta la testa...”
Il “non mi sono più fermato”
di Roiter significa una trentina di libri: dalle incisioni preistoriche della
Valcamonica alla Firenze sportiva, dall'Umbria di San Francesco alla
Andalusia di Lorca, Machado, Unamuno, dalla Venezia a fior d'acqua a quella a
fior di laguna o in maschera carnevalesca. Senza dimenticare il Brasile, il
Messico, la Turchia, Bruges... Per Ombrie. La terre de San Francois, il
suo secondo volume, prese il premio Nadar per la fotografia, che in Francia è
come il Goncourt per la letteratura e in Italia come lo Strega, quando lo
Strega era ancora un premio. “Nadar, Un genio. I suoi ritratti, pensi a
quello di Baudelaire, per esempio. I soggetti dovevano star fermi, immobili,
per almeno due minuti. Provi oggi a tenere uno in posa per 120 secondi, e
vedrai che faccia da fesso vien fuori. Lui invece tirava fuori l'anima.
Allora la fotografia era agli esordi, oggi abbiamo macchine
sofisticatissime e pellicole ultrasensibili con cui puoi fare tutto. Eppure,
con un milione di immagini al giorno non c'è l'Immagine che Nadar riusciva a
condensare in una posa”.
Ragazzo, durante la guerra,
Roiter ha attraversato ricostruzione e boom, anni di piombo e anni di latta a
passo di carica, ma senza troppe illusioni.
“Mezzo secolo di ideologia
schiantano un tedesco, figuriamoci un italiano. Poi c'è stata la grande
menzogna del linguaggio: nessuno come i comunisti ha saputo barare con le
parole. Il mercenario che si trasforma in volontario, l'agente speciale in
consigliere, il libertario derubricato a provocatore, chi è in disaccordo a
controrivoluzionario...Risultato: non sappiamo più chi siamo.
C'è il benessere, sì, ma non
c'è il tessuto civile che fa la dignità di una nazione. Per cui c'è la
compiacenza della miseria, la pietà a buon mercato, quel titillare il basso,
il volgare che esiste nell'animo umano, nei singoli come nei popoli. Io
invece credo alla virtù terapeutica del bello, al suo valore taumaturgico. Un
giorno mi ha scritto una signora da Napoli: il marito operato di tumore e che
non ha più gusto per la vita, sempre più chiuso in se stesso. Unico
spiraglio, l'amore per la fotografia, una passione per le mie. Vuole
aiutarmi, essere mio complice?, terminava, una lettera così bella asciutta e
commovente che se sapessi scrivere così farei lo scrittore, mica il
fotografo...Be' per farla breve ho telefonato, sono stato loro ospite, ho
visto una persona tornare a vivere. Negli anni, la famiglia si è allargata, è
arrivato anche un figlio...Poi dicono che la fotografia non è magia. Lo è
amico mio, ma ci vuole fede. La fede nella bellezza”.
Dalla sua casa al Lido, dove
abita con Louise “Lou” Embo, la bella moglie belga anche lei fotoreporter di
fama (Tremiti, Vianello editore, con un testo di Tony Damascelli, firma che i
lettori del Giornale ben conoscono, è la sua ultima fatica), me ne vado
portandomi via una fotografia. “Prima si parlava dell'abitudine, del fatto
che a forza di vedere sempre le stesse cose, alla fine non ce ne accorgiamo
più. 'Belle comme la belle femme des autres', diceva Morand per spiegare il
meccanismo psicologico che ne è alla base: bella come le belle donne degli
altri, della nostra non ce ne rendiamo più conto, ci sta sempre davanti agli
occhi. Bene, tempo fa vado a Fossalta di Piave, dove Ernest Hemingway, ferito
della Grande guerra, ricevette le prime cure. Un luogo che ho visto mille
volte. Questa volta però erano sbocciati dei tulipani. Ho lasciato la casa
sullo sfondo e, in controluce, ho messo a fuoco i fiori. Ecco, guardi, i
petali sembrano gocce di sangue, il sangue di Hemingway. Se le piace, gliela
regalo”. L'ho già incorniciata.
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