Anno XVII-n.04/01

 

 

 

 

 

 

Oliviero Beha

Come si fa a misurare lo stato di salute di un paese, e di un popolo, a parte i parametri del Censis, o dell’Istat, o il rifugiarci nel mondo così apparentemente iperreale e invece anche così virtuale (o almeno sviante) del Pil, il prodotto interno lordo? Come facciamo a dire se “stiamo bene” o “stiamo male”? Mentre chi sta leggendo architetta la sua forma mentis in proposito, vi racconto un minuscolo episodio, che forse qualcosa con questo abbozzo di discorso c’entra. Dal momento che mi occupo quotidianamente via radio (a colori) dei problemi degli italiani, periodicamente qualche collega giornalista mi fa una breve intervistina rituale.

E’ breve perché come è noto dei problemi reali degli italiani non frega nulla a nessuno, se non a quegli stessi italiani che dovrebbero essere i destinatari della merce-informazione, i quali però non vengono tenuti quasi in alcun conto dagli operatori mass-mediatici, assai più mediatici che mass, che parlano e scrivono per loro stessi.

E’ “intervistina” perché ormai da troppi anni vengo etichettato come uno “inservibile”, non facendo parte di cordate, lobbies, sottomovimenti ecc. Quindi se facessero una intervista seria, con tutti i sacramenti, proprio a me, sarebbe come sconfessare la logica che ormai da parecchio informa l’informazione, ovverosia l’informazione non è mai fine a se stessa, ma serve sempre ad altro, è pura strumentalizzazione: e a che serve intervistarmi davvero se non a sapere come la penso?

E sono noto, sì ma relativamente e forse più “conosciuto per la mia notorietà” come diceva Engels di Carlo Marx prima che con il Manifesto dei Comunisti diventasse famoso. Ed è infine rituale perché mi domandano sempre le stesse cosine,del tipo: ma di cosa si lamentano di più gli ascoltatori, della giustizia, della sanità, della scuola (cfr. per tutto ciò il sito www. olivierobeha.it nella sua sottodivisione “civis”), oppure non avresti un caso particolare da te risolto, o similia.

Ma l’ultima volta una collega, dopo l’iter rituale, mi ha chiesto se mi piacesse l’Italia, se mi piacessero gli italiani.

Ho risposto che mi era piaciuta l’Italia degli anni ’60, che mi piacerebbe l’Italia del Terzo Millennio se... E no, mi ha interrotto, non preferirai mica quell’Italia lì a quella di oggi, vero? Beh, ho fatto io, dipende dal punto di vista, dai criteri, dai parametri che scegliamo per confrontarle... Ma scusa, dice allora lei con più verve e un accenno di spregio neppure troppo dissimulato, era un’Italia... Era un’Italia, cerco di aiutarla io, perfido... E lei: ma sì, piccolo-borghese... Ah, obietto, perché questa invece come è? Ma era un’Italia, ribatte lei, un’Italia papalina... Bene, forse non leggi i giornali, le dico, e non sai che tutti i leaders di partito sono affluiti in Vaticano in chiave elettorale... Ma non intendevo quello, fa lei con voce più magra, dicevo la base... Senti, dico, per farla corta, quanti anni hai? E lei, lusingata: 30. Brava: hai amici, sì? Certo,dice lei.

E come sono, questi amici o amiche, eh? Lei non capisce: in che senso, come sono? Sono allegri, vi divertite, dico io... Nemmeno un po’, mi risponde testualmente.

Ecco, concludo, ragionaci sopra, forse l’allegria è già un infinitesimale (infinitesimale?) cartello segnaletico per orientarci.

Stavo rimuginando su questa conversazione, cioè in pratica sull’intervistina che le avevo fatto, su lei trentenne che saputa affrescava il suo periodo prenatale..., quando ho avuto un lampetto, e ho fatto letteralmente due più due. Nell’ultima settimana di febbraio-sembra un secolo fa - ma l’evento nell’immaginario non dura una settimana bensì un anno intiero... - c’è stato il Festival di Sanremo.

Nei primi giorni di aprile c’è stato lo spostamento di una partita di campionato dalla domenica al lunedì - Fiorentina-Roma - per motivi di ordine pubblico, per troppo teppismo potenziale, insomma. Il calcio era una festa, Sanremo il simbolo di spensieratezza dell’Italia canora della Ricostruzione negli anni del dopoguerra.

Ebbene, i grandi ascolti tv in passato ci avevano sempre detto che queste due Istituzioni, Sanremo e il campionato, segnavano il massimo del gradimento nel gusto nostrano. Ebbene, a parte il fatto che anche gli ascolti sono ormai diminuiti, “digradano”, stufi come siamo di questo Festival asservito e annacquato dalla tv e impauriti dalla piega che ha preso l’andare allo stadio al punto che si gioca di lunedì “perché allo stadio ci vadano meno tifosi romanisti così ci si picchia di meno”, forse che queste due voci si traducono in allegria per questo paese?

E’ allegra l’Italia che abbiamo tutt’intorno, è un paese che canta come aveva sempre fatto in passato?

E’ allegra con il calcio, si diverte davvero? Domande retoriche, con risposte assai negative, tipo il “nemmeno un po’” della mia pertinente collega.

Se solo si riuscisse a contagiare i nostri figli con il sentimento di questa mancanza, per questa “omessa allegria” che ci sta condannando più o meno tutti...