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Come si fa a misurare lo stato di salute di un paese,
e di un popolo, a parte i parametri del Censis, o dell’Istat, o il rifugiarci
nel mondo così apparentemente iperreale e invece anche così virtuale
(o almeno sviante) del Pil, il prodotto interno lordo? Come
facciamo a dire se “stiamo bene” o “stiamo male”? Mentre chi sta leggendo
architetta la sua forma mentis in proposito, vi racconto un minuscolo
episodio, che forse qualcosa con questo abbozzo di discorso c’entra.
Dal momento che mi occupo quotidianamente via radio (a colori) dei problemi
degli italiani, periodicamente qualche collega giornalista mi fa una
breve intervistina rituale.
E’
breve perché come è noto dei problemi reali degli italiani non frega
nulla a nessuno, se non a quegli stessi italiani che dovrebbero essere
i destinatari della merce-informazione, i quali però non vengono tenuti
quasi in alcun conto dagli operatori mass-mediatici, assai più mediatici
che mass, che parlano e scrivono per loro stessi.
E’
“intervistina” perché ormai da troppi anni vengo etichettato come uno
“inservibile”, non facendo parte di cordate, lobbies, sottomovimenti
ecc. Quindi se facessero una intervista seria, con tutti i sacramenti,
proprio a me, sarebbe come sconfessare la logica che ormai da parecchio
informa l’informazione, ovverosia l’informazione non è mai fine a se
stessa, ma serve sempre ad altro, è pura strumentalizzazione: e a che
serve intervistarmi davvero se non a sapere come la penso?
E
sono noto, sì ma relativamente e forse più “conosciuto per la mia notorietà”
come diceva Engels di Carlo Marx prima che con il Manifesto dei Comunisti
diventasse famoso. Ed è infine rituale perché mi domandano sempre le
stesse cosine,del tipo: ma di cosa si lamentano di più gli ascoltatori,
della giustizia, della sanità, della scuola (cfr. per tutto ciò il sito
www. olivierobeha.it nella sua sottodivisione “civis”), oppure non avresti
un caso particolare da te risolto, o similia.
Ma
l’ultima volta una collega, dopo l’iter rituale, mi ha chiesto se mi
piacesse l’Italia, se mi piacessero gli italiani.
Ho
risposto che mi era piaciuta l’Italia degli anni ’60, che mi piacerebbe
l’Italia del Terzo Millennio se... E no, mi ha interrotto, non preferirai
mica quell’Italia lì a quella di oggi, vero? Beh, ho fatto io, dipende
dal punto di vista, dai criteri, dai parametri che scegliamo per confrontarle...
Ma scusa, dice allora lei con più verve e un accenno di spregio neppure
troppo dissimulato, era un’Italia... Era un’Italia, cerco di aiutarla
io, perfido... E lei: ma sì, piccolo-borghese... Ah, obietto, perché
questa invece come è? Ma era un’Italia, ribatte lei, un’Italia papalina...
Bene, forse non leggi i giornali, le dico, e non sai che tutti i leaders
di partito sono affluiti in Vaticano in chiave elettorale... Ma non
intendevo quello, fa lei con voce più magra, dicevo la base... Senti,
dico, per farla corta, quanti anni hai? E lei, lusingata: 30. Brava:
hai amici, sì? Certo,dice lei.
E
come sono, questi amici o amiche, eh? Lei non capisce: in che senso,
come sono? Sono allegri, vi divertite, dico io... Nemmeno un po’, mi
risponde testualmente.
Ecco,
concludo, ragionaci sopra, forse l’allegria è già un infinitesimale
(infinitesimale?) cartello segnaletico per orientarci.
Stavo
rimuginando su questa conversazione, cioè in pratica sull’intervistina
che le avevo fatto, su lei trentenne che saputa affrescava il suo periodo
prenatale..., quando ho avuto un lampetto, e ho fatto letteralmente
due più due. Nell’ultima settimana di febbraio-sembra un secolo fa -
ma l’evento nell’immaginario non dura una settimana bensì un anno intiero...
- c’è stato il Festival di Sanremo.
Nei
primi giorni di aprile c’è stato lo spostamento di una partita di campionato
dalla domenica al lunedì - Fiorentina-Roma - per motivi di ordine pubblico,
per troppo teppismo potenziale, insomma. Il calcio era una festa, Sanremo
il simbolo di spensieratezza dell’Italia canora della Ricostruzione
negli anni del dopoguerra.
Ebbene,
i grandi ascolti tv in passato ci avevano sempre detto che queste due
Istituzioni, Sanremo e il campionato, segnavano il massimo del gradimento
nel gusto nostrano. Ebbene, a parte il fatto che anche gli ascolti sono
ormai diminuiti, “digradano”, stufi come siamo di questo Festival asservito
e annacquato dalla tv e impauriti dalla piega che ha preso l’andare
allo stadio al punto che si gioca di lunedì “perché allo stadio ci vadano
meno tifosi romanisti così ci si picchia di meno”, forse che queste
due voci si traducono in allegria per questo paese?
E’
allegra l’Italia che abbiamo tutt’intorno, è un paese che canta come
aveva sempre fatto in passato?
E’
allegra con il calcio, si diverte davvero? Domande retoriche, con risposte
assai negative, tipo il “nemmeno un po’” della mia pertinente collega.
Se
solo si riuscisse a contagiare i nostri figli con il sentimento di questa
mancanza, per questa “omessa allegria” che ci sta condannando più o
meno tutti...
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