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IL
TERZO PILASTRO DELL'ECONOMIA MONDIALE NON SI E' MAI RIPRESO DALLO SCOPPIO
DELLA BOLLA SPECULATIVA DEGLI ANNI OTTANTA ED E' DIVENTATO IL "GRANDE
MALATO" DELLA NOSTRA ERA
Ormai
da decenni, l’economia mondiale si regge su tre pilastri: Stati Uniti,
Europa e Giappone.
Tutto
il resto del mondo dipende dalla salute di questi tre poderosi blocchi
economici, che in genere si sono dati il cambio nel ruolo di locomotiva.
Adesso
il motore americano che ha dominato gli anni Novanta si è inceppato
e quello europeo stenta a funzionare a pieno regime.
Ma
il Paese che desta le maggiori preoccupazioni è il Giappone, che ormai
da dieci anni si dibatte in una crisi politico-economico-finanziaria
cui non si riesce a porre rimedio e che, stando agli ultimi dati disponibili,
rischia adesso di finire in una spirale negativa molto pericolosa.
C’è
addirittura chi teme che il suo declino sia irreversibile, lasciando
un vuoto che nessun altro Paese, o blocco di Paesi, è al momento in
grado di colmare.
Ci
fu un periodo, negli anni Settanta e Ottanta, in cui il Giappone parve
addirittura destinato a diventare la potenza economica numero 1, in
grado di spostare il baricentro dello sviluppo dall’Atlantico al Pacifico.
Il suo modello di capitalismo consociativo, basato su una stretta collaborazione
tra aziende, banche e stato da un lato e su un legame profondo tra imprese
e maestranze dall’altro, continuò a funzionare come un orologio anche
quando l’Europa era squassata dai venti del Sessantotto e l’America
si dibatteva nelle spire di successive recessioni.
Bollati
50 anni fa come semplici imitatori, i giapponesi divennero in quegli
anni leader mondiali, o almeno si conquistarono un posto al sole, in
molti settori industriali, dall’ottica alla cantieristica, dalle automobili
alle motociclette, dall’informatica al settore radiotelevisivo.
Il
tasso di crescita annuo fu per un lungo periodo quasi doppio di quello
degli altri grandi Paesi industriali, il reddito pro capite superò in
volata quello europeo, le banche diventarono le più grandi del mondo,
e il Giappone non solo il maggiore Paese creditore del mondo, ma anche
il propulsore del grande sviluppo del Sud-Est asiatico.
Il
“Made in Japan” divenne sinonimo di qualità, Sony, Hitachi, Nikon, Toyota,
Honda e centinaia di altri giganti dell’industria nipponica invasero
con i loro prodotti i mercati del mondo intero, il flusso di yen verso
gli Stati Uniti fu perfino essenziale - in una certa fase - per sostenere
l’economia americana. Il valore dei terreni nei grandi centri urbani
scalò vette incredibili, tanto che a un certo punto si calcolò che,
se il Parco imperiale intorno al quale è stata costruita Tokyo fosse
stato messo in vendita, sarebbe stato valutato come tutta la California.
La
Borsa, a sua volta, saliva, saliva e saliva, senza tenere alcun conto
degli indicatori che, normalmente, influenzano le quotazioni dei titoli.
Venne
a crearsi un giro vizioso: per comprare nuove azioni la gente, convinta
che il boom non si sarebbe mai arrestato, si faceva prestare danaro
dalle banche dando in pegno beni immobiliari a valori irreali. Nel frattempo,
la leadership economico-finanziaria, virtualmente esente dal controllo
degli azionisti, accumulava errori su errori, che in seguito si sarebbero
rivelati fatali: investimenti insensati, prestiti troppo facili a iniziative
inconsistenti, assunzione di personale in eccesso.
Ancora
oggi, molte banche sono oberate da crediti inesigibili risalenti a quell’epoca
- di parla di 240 mila miliardi di lire - che ne condizionano pesantemente
l’attività e che non possono essere cancellati senza il rischio di clamorosi
fallimenti.
Poi,
un brutto giorno di undici anni fa - per l’esattezza il 29 dicembre
1989 - la bolla speculativa scoppiò e la Borsa, con le vendite alimentate
da chi doveva pagare i suoi debiti, cominciò la sua inarrestabile discesa
da un picco dell’indice Nikkei di 38.000 punti all’attuale livello di
circa 13.000. Il mercato si avvitò letteralmente su se stesso e tutti
si ritrovarono più poveri.
Ma,
soprattutto, via via che i capitali cartacei delle famiglie andavano
in fumo, venne meno uno dei fattori che più avevano contribuito allo
straordinario sviluppo protrattosi ininterrottamente per una generazione:
la fiducia del popolo giapponese in se stesso, il senso di missione
che spingeva la gente a sputare l’anima 365 giorni l’anno. Intendiamoci:
il Paese è rimasto una superpotenza industriale, con un persistente,
gigantesco, attivo della bilancia commerciale e prodotti d’avanguardia
in molti settori: ma non c’è più quel “QUID” che gli dava una marcia
in più degli altri, e non c’è neppure quello spirito di corpo che aveva
fatto parlare, negli anni d’oro, di Japan.Inc.
Infatti,
mentre negli anni Novanta gli altri - e in particolare l’America - recuperavano
rapidamente terreno, da quel colpo il Giappone non si è più risollevato.
A
partire dal 1990, abbiamo assistito all’alternarsi di crisi profonde
e di effimeri periodi di ripresa, che successivi governi hanno tentato
invano di alimentare con una spesa pubblica che cresce di anno in anno.
Ormai,
il deficit di bilancio giapponese ammonta all’8 per cento del PIL (ricordiamo
che i parametri di Maastricht consentivano solo il 3%), il debito pubblico
supera il 150% (l’Italia, maglia nera della UE, ha il 110), e l’agenzia
Moody’s si è vista costretta a declassarlo due volte in due anni. Se
tutto questo non ha portato finora a un crack, è perché, con un tasso
di sconto bassissimo che il mese scorso è stato addirittura azzerato,
il servizio del debito costa relativamente poco, e perché la metà dei
buoni è nelle mani di banche e istituzioni finanziarie che, come nell’Italia
d’antan, sono obbligate a tenerseli.
Gli
stessi risparmiatori, scottati dalla Borsa, diffidenti nei confronti
dell’estero, spaventati dall’incertezza del futuro, hanno continuato
di buon grado a finanziare il deficit, nonostante l’infinitesimale remunerazione
del loro danaro. Ma questa continua disponibilità a prestare i danari
allo Stato è stata pagata cara su altri fronti: alla drastica diminuzione
dei redditi da capitale, i giapponesi hanno reagito tagliando i consumi
e impedendo così quel rilancio della domanda interna senza la quale
è difficile riprendere la crescita.
Sta
diventando evidente che lo stesso reddito pro capite da primato denunciato
dalle statistiche è in realtà un’illusione ottica, perché a Tokyo una
pesca costa 10 mila lire, un pasto in un buon ristorante 250mila, un
biglietto di andata e ritorno in prima classe sul treno superveloce
per Osaka 750 mila; e la qualità della vita del cittadino medio è, nel
complesso, inferiore a quella degli europei. In un Paese occidentale
si sarebbe corso ai ripari stimolando la concorrenza e cercando di abbassare
i prezzi. Invece, le industrie giapponesi hanno reagito costituendo
dei cartelli, e il governo si è ben guardato di aprire le porte ai prodotti
stranieri. Il protezionismo statale (che spesso, per sfuggire ai fulmini
dell’Organizzazione mondiale del Commercio, prende la forma di norme
sulla sicurezza dei prodotti o sulla tutela della salute) e la tirannia
dei sistemi di distribuzione tagliano tuttora fuori europei ed americani
da molti settori, o li confinano a mercati di nicchia.
L’anomalia
è particolarmente vistosa per i prodotti alimentari, perché il partito
liberaldemocratico deve il suo potere cinquantennale al voto delle campagne
e le lobby agricole hanno bloccato ogni tentativo di riforma.
E’
stato calcolato che se il Giappone aprisse le porte agli agrumi mediterranei,
alla carne argentina e al riso thailandese l’indice del costo della
vita potrebbe scendere addirittura del 10 per cento. Neppure il ricorso
a una politica keynesiana ormai abbandonata dal resto del mondo ha rimesso
in moto la macchina. Migliaia di miliardi sono stati investiti in opere
pubbliche di dubbia utilità, destinate più a tenere in piedi una obsoleta
ma ancora importantissima industria delle costruzioni (e a generare
le relative tangenti) che ad ammodernare le infrastrutture.
Sebbene
il danaro non costi ormai quasi nulla, l’impresa privata, tuttora afflitta
da un eccesso di capacità produttiva che la costringe a dolorose ristrutturazioni,
continua invece a stare alla finestra. Per quanto il Giappone rimanga
una grande potenza industriale, con un gigantesco attivo nella bilancia
commerciale che la recente svalutazione dello yen finirà con l’alimentare
ulteriormente, esso ha urgente bisogno di una serie di profonde riforme,
che una classe politica mediocre, priva di leadership e sempre alle
prese con anacronistiche faide interne non riesce a varare. Il “modello
giapponese”, a suo tempo invidiato da tutti, si sta in realtà rivelando
inadeguato per una fase storica che richiede soprattutto intraprendenza,
flessibilità, innovazione tecnologica e agilità imprenditoriale.
E’
vero che, rispetto a dieci anni fa, anche in Giappone la “deregulation”
ha compiuto importanti passi avanti, e che la rivoluzione di Internet
comincia anche lì a dare qualche frutto, ma il processo di ristrutturazione,
sia nel settore pubblico, sia in quello privato (specie nei settori
maturi, dominati dalle grandi conglomerate) rimane troppo macchinoso
e condizionato dai “poteri forti”. E’ anche, per non dire soprattutto,
una questione di cultura. Il Giappone era un tempo la patria dell’impiego
a vita, della simbiosi tra azienda e dipendenti.
Anche
se questa regola si applicava, in realtà, solo al quarto della forza
lavoro dipendente dalle grandi imprese, influenzava profondamente non
solo la filosofia aziendale, ma lo stile di vita e il sistema pensionistico.
La
crisi ha modificato parzialmente il panorama, ma per molti “mobilità”
rimane una brutta parola e portare via un dirigente a un’azienda concorrente
offrendogli uno stipendio più alto è tuttora considerato scorretto.
Un mercato del lavoro all’americana è non solo ostacolato - come in
Europa - dai sindacati, ma è considerato alieno al costume nazionale,
basato sulla continuità e la solidarietà.
Un
altro handicap è costituito dalla scarsa inclinazione del giapponese
medio all’imprenditorialità e al rischio.
Al
contrario dell’Italia, dove le medie e piccole imprese rappresentano
sempre più il motore dell’economia e suppliscono all’emorragia di posti
di lavoro nelle grandi, le fortune del Giappone restano in mano ai giganti
che hanno diffuso il loro marchio nel mondo e che usano i “piccoli”
come fornitori, sacrificandoli all’occorrenza. La new economy, tuttavia,
richiede qualcosa di diverso, che in Giappone scarseggia. Nonostante
la sua tecnologia avanzata e una lunga esperienza nel settore, il Paese
non ha finora una Silicon Valley, e non ha prodotto un Bill Gates. Molti
osservatori individuano le radici del problema nel severissimo e selettivo
sistema scolastico che, con tutti i suoi pregi, non incoraggia i giovani
giapponesi a pensare in proprio e ad assumersi responsabilità. Quando
si tratta di lavorare in squadra, di stare in ufficio fino a notte e
magari di sacrificare le vacanze al dovere, essi battono ancora i colleghi
occidentali (ma non quelli coreani o taiwanesi, diventati i loro concorrenti
e rivali). In un’era che privilegia le iniziative originali e il lavoro
autonomo, non si trovano a loro agio. Né, tutto sommato, i giapponesi,
che prima del grande boom del dopoguerra avevano vissuto a lungo in
isolamento, hanno ancora assimilato tutte le regole della globalizzazione;
e, talvolta, danno l’impressione di avere perduto il treno. Nessuno
dei governi che si sono succeduti in questi anni, con una rapidità degna
della nostra Prima Repubblica, ha avuto il coraggio di prendere il toro
per le corna, e anche quando ha cercato di farlo è stato bloccato da
un Parlamento dominato dagli “interessi costituiti” e minato da una
endemica corruzione. Ora anche il premier Mori se ne è andato, dopo
che il suo indice di popolarità è sceso al 10 per cento, ma le prospettive
non sono migliorate per questo. Rivoltare come un guanto un Paese dove,
per tradizione, tutto deve avvenire per consenso è un compito pressoché
sovrumano. E molti, a Tokyo e altrove, cominciano a temere che, invece
del secolo del Giappone come si presumeva dieci anni fa, il XXI potrebbe
essere quello della Cina.
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