Anno XVII n.04-01

 

 

 

 

 

Livio Caputo

IL TERZO PILASTRO DELL'ECONOMIA MONDIALE NON SI E' MAI RIPRESO DALLO SCOPPIO DELLA BOLLA SPECULATIVA DEGLI ANNI OTTANTA ED E' DIVENTATO IL "GRANDE MALATO" DELLA NOSTRA ERA

Ormai da decenni, l’economia mondiale si regge su tre pilastri: Stati Uniti, Europa e Giappone.

Tutto il resto del mondo dipende dalla salute di questi tre poderosi blocchi economici, che in genere si sono dati il cambio nel ruolo di locomotiva.

Adesso il motore americano che ha dominato gli anni Novanta si è inceppato e quello europeo stenta a funzionare a pieno regime.

Ma il Paese che desta le maggiori preoccupazioni è il Giappone, che ormai da dieci anni si dibatte in una crisi politico-economico-finanziaria cui non si riesce a porre rimedio e che, stando agli ultimi dati disponibili, rischia adesso di finire in una spirale negativa molto pericolosa.

C’è addirittura chi teme che il suo declino sia irreversibile, lasciando un vuoto che nessun altro Paese, o blocco di Paesi, è al momento in grado di colmare.

Ci fu un periodo, negli anni Settanta e Ottanta, in cui il Giappone parve addirittura destinato a diventare la potenza economica numero 1, in grado di spostare il baricentro dello sviluppo dall’Atlantico al Pacifico. Il suo modello di capitalismo consociativo, basato su una stretta collaborazione tra aziende, banche e stato da un lato e su un legame profondo tra imprese e maestranze dall’altro, continuò a funzionare come un orologio anche quando l’Europa era squassata dai venti del Sessantotto e l’America si dibatteva nelle spire di successive recessioni.

Bollati 50 anni fa come semplici imitatori, i giapponesi divennero in quegli anni leader mondiali, o almeno si conquistarono un posto al sole, in molti settori industriali, dall’ottica alla cantieristica, dalle automobili alle motociclette, dall’informatica al settore radiotelevisivo.

Il tasso di crescita annuo fu per un lungo periodo quasi doppio di quello degli altri grandi Paesi industriali, il reddito pro capite superò in volata quello europeo, le banche diventarono le più grandi del mondo, e il Giappone non solo il maggiore Paese creditore del mondo, ma anche il propulsore del grande sviluppo del Sud-Est asiatico.

Il “Made in Japan” divenne sinonimo di qualità, Sony, Hitachi, Nikon, Toyota, Honda e centinaia di altri giganti dell’industria nipponica invasero con i loro prodotti i mercati del mondo intero, il flusso di yen verso gli Stati Uniti fu perfino essenziale - in una certa fase - per sostenere l’economia americana. Il valore dei terreni nei grandi centri urbani scalò vette incredibili, tanto che a un certo punto si calcolò che, se il Parco imperiale intorno al quale è stata costruita Tokyo fosse stato messo in vendita, sarebbe stato valutato come tutta la California.

La Borsa, a sua volta, saliva, saliva e saliva, senza tenere alcun conto degli indicatori che, normalmente, influenzano le quotazioni dei titoli.

Venne a crearsi un giro vizioso: per comprare nuove azioni la gente, convinta che il boom non si sarebbe mai arrestato, si faceva prestare danaro dalle banche dando in pegno beni immobiliari a valori irreali. Nel frattempo, la leadership economico-finanziaria, virtualmente esente dal controllo degli azionisti, accumulava errori su errori, che in seguito si sarebbero rivelati fatali: investimenti insensati, prestiti troppo facili a iniziative inconsistenti, assunzione di personale in eccesso.

Ancora oggi, molte banche sono oberate da crediti inesigibili risalenti a quell’epoca - di parla di 240 mila miliardi di lire - che ne condizionano pesantemente l’attività e che non possono essere cancellati senza il rischio di clamorosi fallimenti.

Poi, un brutto giorno di undici anni fa - per l’esattezza il 29 dicembre 1989 - la bolla speculativa scoppiò e la Borsa, con le vendite alimentate da chi doveva pagare i suoi debiti, cominciò la sua inarrestabile discesa da un picco dell’indice Nikkei di 38.000 punti all’attuale livello di circa 13.000. Il mercato si avvitò letteralmente su se stesso e tutti si ritrovarono più poveri.

Ma, soprattutto, via via che i capitali cartacei delle famiglie andavano in fumo, venne meno uno dei fattori che più avevano contribuito allo straordinario sviluppo protrattosi ininterrottamente per una generazione: la fiducia del popolo giapponese in se stesso, il senso di missione che spingeva la gente a sputare l’anima 365 giorni l’anno. Intendiamoci: il Paese è rimasto una superpotenza industriale, con un persistente, gigantesco, attivo della bilancia commerciale e prodotti d’avanguardia in molti settori: ma non c’è più quel “QUID” che gli dava una marcia in più degli altri, e non c’è neppure quello spirito di corpo che aveva fatto parlare, negli anni d’oro, di Japan.Inc.

Infatti, mentre negli anni Novanta gli altri - e in particolare l’America - recuperavano rapidamente terreno, da quel colpo il Giappone non si è più risollevato.

A partire dal 1990, abbiamo assistito all’alternarsi di crisi profonde e di effimeri periodi di ripresa, che successivi governi hanno tentato invano di alimentare con una spesa pubblica che cresce di anno in anno.

Ormai, il deficit di bilancio giapponese ammonta all’8 per cento del PIL (ricordiamo che i parametri di Maastricht consentivano solo il 3%), il debito pubblico supera il 150% (l’Italia, maglia nera della UE, ha il 110), e l’agenzia Moody’s si è vista costretta a declassarlo due volte in due anni. Se tutto questo non ha portato finora a un crack, è perché, con un tasso di sconto bassissimo che il mese scorso è stato addirittura azzerato, il servizio del debito costa relativamente poco, e perché la metà dei buoni è nelle mani di banche e istituzioni finanziarie che, come nell’Italia d’antan, sono obbligate a tenerseli.

Gli stessi risparmiatori, scottati dalla Borsa, diffidenti nei confronti dell’estero, spaventati dall’incertezza del futuro, hanno continuato di buon grado a finanziare il deficit, nonostante l’infinitesimale remunerazione del loro danaro. Ma questa continua disponibilità a prestare i danari allo Stato è stata pagata cara su altri fronti: alla drastica diminuzione dei redditi da capitale, i giapponesi hanno reagito tagliando i consumi e impedendo così quel rilancio della domanda interna senza la quale è difficile riprendere la crescita.

Sta diventando evidente che lo stesso reddito pro capite da primato denunciato dalle statistiche è in realtà un’illusione ottica, perché a Tokyo una pesca costa 10 mila lire, un pasto in un buon ristorante 250mila, un biglietto di andata e ritorno in prima classe sul treno superveloce per Osaka 750 mila; e la qualità della vita del cittadino medio è, nel complesso, inferiore a quella degli europei. In un Paese occidentale si sarebbe corso ai ripari stimolando la concorrenza e cercando di abbassare i prezzi. Invece, le industrie giapponesi hanno reagito costituendo dei cartelli, e il governo si è ben guardato di aprire le porte ai prodotti stranieri. Il protezionismo statale (che spesso, per sfuggire ai fulmini dell’Organizzazione mondiale del Commercio, prende la forma di norme sulla sicurezza dei prodotti o sulla tutela della salute) e la tirannia dei sistemi di distribuzione tagliano tuttora fuori europei ed americani da molti settori, o li confinano a mercati di nicchia.

L’anomalia è particolarmente vistosa per i prodotti alimentari, perché il partito liberaldemocratico deve il suo potere cinquantennale al voto delle campagne e le lobby agricole hanno bloccato ogni tentativo di riforma.

E’ stato calcolato che se il Giappone aprisse le porte agli agrumi mediterranei, alla carne argentina e al riso thailandese l’indice del costo della vita potrebbe scendere addirittura del 10 per cento. Neppure il ricorso a una politica keynesiana ormai abbandonata dal resto del mondo ha rimesso in moto la macchina. Migliaia di miliardi sono stati investiti in opere pubbliche di dubbia utilità, destinate più a tenere in piedi una obsoleta ma ancora importantissima industria delle costruzioni (e a generare le relative tangenti) che ad ammodernare le infrastrutture.

Sebbene il danaro non costi ormai quasi nulla, l’impresa privata, tuttora afflitta da un eccesso di capacità produttiva che la costringe a dolorose ristrutturazioni, continua invece a stare alla finestra. Per quanto il Giappone rimanga una grande potenza industriale, con un gigantesco attivo nella bilancia commerciale che la recente svalutazione dello yen finirà con l’alimentare ulteriormente, esso ha urgente bisogno di una serie di profonde riforme, che una classe politica mediocre, priva di leadership e sempre alle prese con anacronistiche faide interne non riesce a varare. Il “modello giapponese”, a suo tempo invidiato da tutti, si sta in realtà rivelando inadeguato per una fase storica che richiede soprattutto intraprendenza, flessibilità, innovazione tecnologica e agilità imprenditoriale.

E’ vero che, rispetto a dieci anni fa, anche in Giappone la “deregulation” ha compiuto importanti passi avanti, e che la rivoluzione di Internet comincia anche lì a dare qualche frutto, ma il processo di ristrutturazione, sia nel settore pubblico, sia in quello privato (specie nei settori maturi, dominati dalle grandi conglomerate) rimane troppo macchinoso e condizionato dai “poteri forti”. E’ anche, per non dire soprattutto, una questione di cultura. Il Giappone era un tempo la patria dell’impiego a vita, della simbiosi tra azienda e dipendenti.

Anche se questa regola si applicava, in realtà, solo al quarto della forza lavoro dipendente dalle grandi imprese, influenzava profondamente non solo la filosofia aziendale, ma lo stile di vita e il sistema pensionistico.

La crisi ha modificato parzialmente il panorama, ma per molti “mobilità” rimane una brutta parola e portare via un dirigente a un’azienda concorrente offrendogli uno stipendio più alto è tuttora considerato scorretto. Un mercato del lavoro all’americana è non solo ostacolato - come in Europa - dai sindacati, ma è considerato alieno al costume nazionale, basato sulla continuità e la solidarietà.

Un altro handicap è costituito dalla scarsa inclinazione del giapponese medio all’imprenditorialità e al rischio.

Al contrario dell’Italia, dove le medie e piccole imprese rappresentano sempre più il motore dell’economia e suppliscono all’emorragia di posti di lavoro nelle grandi, le fortune del Giappone restano in mano ai giganti che hanno diffuso il loro marchio nel mondo e che usano i “piccoli” come fornitori, sacrificandoli all’occorrenza. La new economy, tuttavia, richiede qualcosa di diverso, che in Giappone scarseggia. Nonostante la sua tecnologia avanzata e una lunga esperienza nel settore, il Paese non ha finora una Silicon Valley, e non ha prodotto un Bill Gates. Molti osservatori individuano le radici del problema nel severissimo e selettivo sistema scolastico che, con tutti i suoi pregi, non incoraggia i giovani giapponesi a pensare in proprio e ad assumersi responsabilità. Quando si tratta di lavorare in squadra, di stare in ufficio fino a notte e magari di sacrificare le vacanze al dovere, essi battono ancora i colleghi occidentali (ma non quelli coreani o taiwanesi, diventati i loro concorrenti e rivali). In un’era che privilegia le iniziative originali e il lavoro autonomo, non si trovano a loro agio. Né, tutto sommato, i giapponesi, che prima del grande boom del dopoguerra avevano vissuto a lungo in isolamento, hanno ancora assimilato tutte le regole della globalizzazione; e, talvolta, danno l’impressione di avere perduto il treno. Nessuno dei governi che si sono succeduti in questi anni, con una rapidità degna della nostra Prima Repubblica, ha avuto il coraggio di prendere il toro per le corna, e anche quando ha cercato di farlo è stato bloccato da un Parlamento dominato dagli “interessi costituiti” e minato da una endemica corruzione. Ora anche il premier Mori se ne è andato, dopo che il suo indice di popolarità è sceso al 10 per cento, ma le prospettive non sono migliorate per questo. Rivoltare come un guanto un Paese dove, per tradizione, tutto deve avvenire per consenso è un compito pressoché sovrumano. E molti, a Tokyo e altrove, cominciano a temere che, invece del secolo del Giappone come si presumeva dieci anni fa, il XXI potrebbe essere quello della Cina.