Anno XVII - n.04-01

 

 

 

 

 

 

 

Nella sala convegni della cassa di risparmio di Cesena, in un ambiente molto gradevole, si è svolta la tavola rotonda organizzata dal prof. Enzo Pretolani – libero docente a Bologna e presidente del comitato etico dell’ospedale Bufalini di Cesena – su “La medicina impossibile e quella sostenibile”.

“Quale sarà il futuro della medicina?” si sono domandati i relatori nel corso di un vivace dibattito al quale ha partecipato direttamente anche il pubblico, intervenuto numeroso a testimoniare l’interesse che suscitano tali problemi, quando sono trattati in modo concreto e senza demagogia. Il lungo e dettagliato intervento di Pretolani ha introdotto i temi principali della discussione.

Ne riportiamo alcuni brani: “Il variegato mondo della sanità è caratterizzato da una serie di paradossi e di contraddizioni, che tenteremo di analizzare in questa sede…Uno di questi, veramente fondamentale per il futuro dell’assistenza sanitaria, è costituito dal fatto oggettivo che, mentre cresce la disponibilità di sempre nuove, più costose tecniche diagnostiche e terapeutiche, contemporaneamente e paradossalmente aumentano le lagnanze e lo scontento della popolazione, unitamente alle preoccupazioni dei gestori economici, tecnici e politici della cosiddetta “macchina” della salute… Su questo problema scontiamo l’impatto a livello di opinione pubblica di slogan propagandistici coniati dai mass media ed in primis dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, riassunti in un concetto retoricamente falso e falsato: “Salute per tutti nel 2000”, come obiettivo per gli stati del mondo. Si è creata così nell’immaginario collettivo la convinzione che un mitico Eldorado di mezzi tecnici e di risorse economiche possa essere a disposizione di tutti in maniera illimitata, quando invece non è possibile il ‘tutto per tutti e sempre di più’, anche se non si può dimenticare che il ‘il futuro della medicina è quello di rendere possibile l’attualmente impossibile’… Una medicina sostenibile deve essere una medicina che fa cultura al riguardo nella Società e nei cittadini, mettendo a nudo le possibili conseguenze economiche di una progressiva dipendenza tecnologica. Occorre dunque pensare ad una drastica ricollocazione delle risorse, con relativo contenimento dei costi, in modo da assicurare non solo il presente, ma anche e soprattutto per il futuro, una buona medicina per tutti…

La medicina postmoderna deve sì considerare al centro del suo interesse il benessere e la salute dell’individuo, che però debbono essere inseriti in maniera equilibrata nel contesto più vasto della società, nella quale l’individuo esiste ed opera. In questo ambito non ci si può limitare a contestare il fatto che in medicina il progresso possa essere illimitato, ma occorre anche attuare misure che lo rendano economicamente sostenibile, in quanto la strada del progresso medico ha costi crescenti man mano che le attrezzature tecnologiche diventano più sofisticate e più rapide: pensiamo solamente a titolo esplicativo alla velocizzazione dei tempi di obsolescenza di certe macchine, la TAC o la RMN, che prima ‘duravano’ molti anni ed ora hanno un tempo di ‘vita attiva’ dimezzato proprio in funzione della loro sofisticazione tecnica di base. Lo stesso discorso vale per i computer, per i cellulari etc.. L’innovazione tecnologica esasperata ha conquistato non solo i medici ma anche il grande pubblico in un’orgia di perfezionismo tecnologico (e non clinico!!), quasi che la maggiore utilizzazione tecnologica possa rendere più facile e vicina la guarigione. Verrà il tempo che, se si continuerà su questa strada, a tanti medici si atrofizzeranno le mani, non essendo più necessarie per manovrare le macchine (non dico a palpare, toccare i malati) in quanto le macchine in questione saranno comandate dalla voce umana o magari da quella del robot. E così le analisi cliniche riveleranno malattie, vere o suppostei, delle quali l’individuo era inconsapevole, cioè non soffriva. Se non vogliamo andare in bancarotta a causa delle tecnologie nella sanità, dobbiamo chiederci se esse costituiscono o meno una minaccia per tanti pazienti, sottraendo a loro disponibilità economiche per cure mediche al fine di destinarle a pochi eletti."

Pretolani ha concluso la sua relazione con quanto segue: “Una ricetta unitaria prefigurante la medicina sostenibile del futuro non esiste; occorre ipotizzare un modello di assistenza sanitaria, la cui priorità assoluta sia quella di non abbandonare nessuno, trovando una strada intermedia fra due modelli operativi, di cui uno privilegi la popolazione in generale, mentre l’atro non dimentichi i desideri e i bisogni individuali, senza che questi diventino pretese nei confronti della società. Occorre anche studiare una compartecipazione individuale in termini di costi, che da un lato costituisce una presa di coscienza dei doveri verso la collettività e dall’altro rappresenti un freno alla richiesta incondizionata di prestazioni. L’esperienza purtroppo ora demagogicamente disattesa, dei ticket anche modesti sulle prestazioni sanitarie, aveva insegnato che questa piccola tassa consentiva grandi risparmi economici in termini di ridotta richiesta di esami palesemente inutili sul piano clinico-terapeutico. Nella logica di un mercato equilibrato fra risorse disponibili e spese affrontabili occorre tener presente che nessuna società può permettersi il lusso economico di un progresso senza limiti, che andrebbe fra l’altro a danno di altri settori fondamentali della vita moderna e post-moderna. Siamo ancora in tempo ad evitare di caricare le nuove generazioni dei pesi delle nostre temerarietà e delle nostre incoscienze irresponsabili? Speriamo di sì ma non ne sono certo!!!"

Particolarmente apprezzata è stata la relazione del prof. Giovanni Ceccarelli – libero docente all’Università di Pavia – che ha parlato di “Un nuovo esame da introdurre nella futura facoltà di europea di medicina: medical market and promotion”. Ne riportiamo le parti salienti: “Nell’elenco degli esami della facoltà di Medicina dei miei tempi – gli anni ’50 – era incluso quello di “semeiotica medica”, che, sebbene facoltativo, era considerato da noi studenti come obbligatorio, consideratane l’importanza…le autorità accademiche ritenevano che quell’esame fosse fondamentale per costruire, in noi medici, quella che potremmo definire ‘l’arte della diagnosi’… Insomma le diagnosi le fanno i medici e i medici sono tali perché sanno diagnosticare le malattie… Un primo colpo a tale mia ferrea convinzione di medico, della quella andavo giustamente orgoglioso, mi venne quando scoprii che alcune diagnosi cambiavano col tempo… Un altro colpo lo ebbi quando mi accorsi che alcune condizioni cliniche erano sempre le stesse, ma col tempo cambiavano nome… Infine, un fenomeno strano mi balzò agli occhi all’inizio degli anni ’90: per motivi di lavoro venni a contatto con una organizzazione che tra gli altri compiti ha anche quello di fare statistiche sulle diagnosi emesse dai medici in rapporto alle successive prescrizioni, ordinandole, ad esempio, in base alla loro frequenza per determinati periodi. Ed ebbi così consapevolezza del numero delle diverse diagnosi emesse dai miei colleghi in Italia nel corso di alcuni anni; si noti che sto parlando non di diagnosi “annunciate” dai medici, ma di diagnosi legate ad una prescrizione di farmaci… Scoprii alcune cose. Ad esempio, la diagnosi di osteoporosi era al 18° posto nel 1984, ma era balzata al 4° nel 1993, per ripiombare al 25° nel 1994 e nel 1995; la diagnosi di depressione, invece, era al 32° posto nel 1984 e al 3° alla pari col diabete nel 1993. Emisi tra me e me l’ipotesi – azzardata – che fossimo di fronte ad un vento “assurdo”: fino al 1987-88 i farmaci per la cura della depressione erano fondamentalmente rimasti quelli del 1950 (imipramina, amitriptilina) i cui prezzi erano anch’essi, su per giù, rimasti al 1950. Ma nel 1987, per la prima volta dopo più di trent’anni, il gruppo degli antidepressivi veniva a disporre di sostanze nuove – gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina – che avevano nuovi e aggiornati meccanismi di azione e anche nuovi prezzi, aggiornati ai tempi e alle necessità della ricerca; questi nuovi prezzi permettevano alle industrie di portare l’attenzione sulla malattia “depressione”, potendosi disporre non solo di molecole più attive, ma anche di prodotti più remunerativi. Si sarebbe avuta, in base alla mia ipotesi, una situazione a tutta prima difficile da comprendere: si disponeva dopo molti anni di farmaci finalmente in grado di affrontare in modo nuovo e più efficace una condizione clinica grave e difficile come la depressione e nello stesso tempo proprio questa disponibilità creava – e in abbondanza – nuovi casi di depressione. Il farmaco che “curava” la depressione era alla base – se la mia ipotesi fosse stata vera – dell’aumento dei casi di depressione: il farmaco creava il mercato della malattia. … Alcuni studi svolti in Inghilterra nei primi anni Novanta dimostrano che i due terzi delle visite ad opera di medici di base si concludevano con una prescrizione di farmaci e che tale prescrizione è in gran parte correlata e influenzata dalla percezione che il medico ha delle attese dei pazienti, cioè dalla richiesta, più o meno esplicita, di farmaci… In definitiva i pazienti che si aspettano di ricevere dal medico una prescrizione di farmaci ne ricevono effettivamente una più spesso di quanto avvenga per pazienti che non hanno tali attese. Certamente l’attesa del paziente per una prescrizione non è l’unico fattore che la determina, ma essa vi svolge sicuramente un ruolo. Non c’è nulla di strano, in questa situazione, se qualcuno, al di fuori della classe medica, si accorge di questo stato di fatto e cerca di volgerlo a proprio vantaggio. E’ sorto così, prima in Gran Bretagna e poi negli Usa, il Direct to Consumer Advertising, ovvero la pubblicità dei farmaci (e non solo quelli da banco) che si rivolge in primo luogo ai pazienti, veri o potenziali… Che in questa situazione io invochi – un po’ provocatoriamente – l’introduzione di un corso di studi su “Drugs and marketing promotion” per i futuri medici europei non mi pare troppo fuori luogo, anche se ovviamente quel corso verrebbe immediatamente captato da intelligenti uomini di industria e probabilmente il suo impatto a favore di una medicina dei farmaci più sostenibile sarebbe immediatamente vanificato, e forse rovesciato. Ma, come si dice? Mi rifiuto di entrare nel gran novero dei depressi, già troppo abbondante: spes ultima dea".

Non meno interessante è stata la relazione dell’avv. Antonella Monteleone, (che fa parte, come il prof. Pretolani, del comitato etico dell’Ospedale di Cesena) incentrata sui “Profili comportamentali a valenza etico-legale per una nuova sanità”.

Eccone alcuni brani: “Nel corso del mio lavoro, ed in occasione di numerosi procedimenti penali e/o civili a carico dei medici, ho avuto occasione di apprezzare l’enorme aspettativa del paziente rispetto al medico o, meglio, rispetto ad una medicina avvertita quale disciplina onnipotente, superiore ad ogni possibilità di errore; il massiccio accesso alla giurisdizione intesa quale strumento di controllo della medicina che sbaglia appare direttamente proporzionale all’aspettativa lesa… Nel corso degli ultimi 15 anni circa, è certamente aumentata la richiesta di controllo giurisdizionale sulla medicina, sono aumentati i procedimenti penali a carico dei medici, anche relativi a reati perseguibili a querela e, specularmente, sono aumentati i giudizi civili. Quanto al controllo penale, esso è amplificato dai mezzi di comunicazione i quali, collocandosi in questo solco, tengono a trarre da singoli episodi di colpa medica un generale disvalore della cosiddetta “malasanità”. Il cittadino-paziente, condizionato dall’aspetto mediatico, e certo di una medicina onnipotente, esige immediatamente il controllo penale. A mio avviso questa esigenza nasce dalla scorretta percezione dell’effettivo potere della medicina e dalla necessità, spesso indotta da una cattiva pratica giudiziaria, di usare lo strumento penale come “pungolo” per il risarcimento… Il controllo giudiziario, intimamente connesso alle aspettative risarcitorie, ha burocratizzato la medicina, appiattito i comportamenti alla necessaria esecuzione di prassi ‘doverose’, indipendentemente dall’effettiva necessità terapeutiche."

Ha concluso i lavori l’intervento del prof. Lorenzo Facchini, ordinario di antropologia all’Università di Bologna, che ha affrontato un aspetto particolare di un dibattito, oggi attualissimo: “Biotecnologie e biomedicina. Conflitto o coesistenza sinergica nella medicina del futuro?” Un tema per il quale occorrerebbero volumi interi e che sulle nostre testate stiamo trattando da tempo.

Secondo Facchini, “I principi etici che regolano l’impiego delle nuove biotecnologie debbono fare riferimento al rispetto e ai diritti della persona su cui si compie l’intervento, al bene delle persone che possono richiederlo… Da questi principi scaturiscono i criteri che vanno tenuti presenti nelle applicazioni della biomedicina: rispetto della dignità della persona, rispetto della vita umana, sollievo della sofferenza, utilizzazione razionale delle risorse… Una cultura che non accetta i limiti connessi con la condizione umana, quali la sofferenza, la morte, fa della salute un bene assoluto, per cui anche ciò che non aiuta il benessere diventa malattia e il suo superamento un diritto. La tutela della salute è un diritto e un dovere della persona e della comunità. Essa va ricercata in armonia con altri diritti secondo una gerarchia di valori, tenendo presente che non tutti desideri acquistano il valore di un diritto.”

Il direttore di Leadership Medica e Leader for chemist, Genina Iacobone, che ha moderato il dibattito, ha ribadito che parlare di costi della sanità è molto problematico, dal momento che si conoscono, nel bilancio dello stato, le uscite per la sanità ma non le entrate, visto che in molte delle tasse che il cittadino paga è presente una quota destinata alla sanità. Inoltre un aspetto sul quale bisogna insistere è quello riguardante l’etica tra gli operatori sanitari; la deontologia professionale è essenziale in questo ambito, ancor più importante della discussione sulla legittimità delle biotecnologie. Il discorso è strettamente connesso a quello sulla meritocrazia: etica del lavoro e professionalità sono gli unici parametri sui quali misurare la qualità dell’assistenza sanitaria, e gli operatori che si impegnano in questo senso dovrebbero essere premiati. Succederà mai qualcosa del genere?