Anno XVII- n.04-01

 

 

 

 

 

Carlo Franza

Nel nome dell’arte e della musica, Cremona e Vienna - la prima culla di Monteverdi e Stradivari, la seconda patria di Mozart – si ritrovano unite in occasione della mostra “Dipingere la musica. Strumenti in posa nell’arte del Cinque e Seicento”.

Già ospitata in Santa Maria della Pietà, a Cremona, la mostra è ora visibile nella capitale austriaca. Curata da Sylvia Ferino-Padgen, su idea di Luiz Marques, l’esposizione offre - nel suo nitido percorso ricco di famosissimi capolavori italiani, francesi, olandesi e fiamminghi (Giorgione, Lotto, Georges de La Tour, Hals, Van Dick, ecc.) - anche libri, stampe e notevoli strumenti musicali antichi. Racconta al visitatore il fascino che la musica esercitò sui pittori rinascimentali e barocchi. Leonardo, ad esempio, musico egli stesso, volle annullare le distanze tra pittura e musica, una disciplina che era sempre stata annoverata tra le arti liberali. Il Vasari stesso, nei suoi scritti, ci rammenta che quando Leonardo nel 1482, abbandonata Firenze, decise di tentare la fortuna a Milano, si presentò a Ludovico il Moro, duca ancora bambino, con in mano uno strumento musicale che suonò stupendo tutti.

Scrive Vasari: “Cosa bizzarra e nuova, acciò che l’armonia fosse con maggior tuba e più sonora della voce”.

Uno strumento che Leonardo aveva costruito con le sue mani, una lira d’argento a forma di teschio di cavallo, e che sapeva suonare benissimo.

Alla luce di siffatti argomenti c’è da aggiungere che gli artisti avevano sempre raffigurato strumenti musicali o figure intente a cantare e suonare; splendori in tal senso si hanno nelle chiese medioevali, con gli affreschi, i fondi oro, le pagine miniate, nelle tarsie dei cori, nei rilievi.

Nella mostra sono leggibili le ricognizioni iconografiche operate dagli storici dell’arte nell’ultimo tempo per individuare le conoscenze dei significati e dei temi che sottendono dipinti a soggetto musicale. Centocinquanta dipinti insieme ad altro materiale cartaceo e oggettistica svelano come tra Cinque e Seicento i dipinti a soggetto musicale assunsero un’importanza numerica e qualitativa prima mai raggiunta, sebbene già prima l’iconografia musicale fosse sconfinata: basti pensare al motto oraziano “Ut pictura poesis”.

Entriamo nel merito della mostra per osservare che la prima sezione si intitola “Musica picta”, divisa in sottosezioni nelle quali si osserva come i pittori avessero conoscenza diretta e familiarità con gli strumenti musicali, spesse volte presenti nelle loro botteghe; lo dimostra la bellissima tela del maestro dell’Annuncio ai Pastori illustrante “Lo studio del pittore”.

Leonardo insegna come si può essere musicisti senza disdegnare di autoritrarsi. In mostra la giovane Marietta Robusti, figlia di Tintoretto, davanti a una spinetta. Molti pittori frequentavano i musicisti ai quali poi facevano il ritratto; così è stato per Bernardo Strozzi con il suo Claudio Monteverdi. Talvolta la rappresentazione e i significati metaforici della musica spaziavano oltre, indicando la concentrazione di un accordatore (cat.I.48), il benessere che la musica si appresta a dare a un malato d’amore (cat.I.53).

La mitologia raffigura la musica come donna gentile, ma gli artisti le affiancavano viole sinuose e liuti panciuti con richiamo al corpo femminile, o flauti con allusivi rimandi a specificità maschili. Gli antichi utilizzavano la musica come raccordo con la divinità e gli stessi strumenti avevano una loro gerarchia; privilegiati erano gli strumenti a corda che derivavano dalla citara, ricavata da un guscio di tartaruga regalata da Ermes ad Apollo. Gli strumenti a fiato erano associati a trivialità poiché Pallade Atena aveva maledetto il flauto che lei stessa s’era costruita, accorgendosi poi che suonandolo diventava brutta, finché lo strumento diventò possesso dei satiri.

Nella seconda sezione della mostra troviamo i miti musicali nella pittura, con Apollo associato alla lira, i suoi diverbi con Marsia e Pan, il mito di Orfeo, primo psicoterapeuta di tutta la storia umana. Un dipinto di Bernardo Cavallino ritrae il Re Davide, salmista, che con la cetra riesce a liberare Saul da terribili angosce.

Nella terza sezione compaiono strumenti musicali, angeli e pastori musicanti, suonatori di trombe del giudizio. La stessa Chiesa cattolica venera Santa Cecilia come patrona della musica, anche se la martire romana non sapeva affatto suonare. I dipinti rappresentano la musica sacra, musica celeste, ma anche la musica profana, visto che per molti artisti c’era un legame stretto fra amore e musica.

Di forte impatto il quadro di Tiziano giunto dal Prado, che celebra la “Venere e l’organista”. In altre due sezioni la musica è rappresentata nei gruppi concerto, come nei caravaggeschi olandesi, o come “memento”, laddove gli strumenti musicali si accompagnano a silenziose nature morte.

Ecco allora putti con tamburello, divina ispirazione della musica, risse tra musicisti mendicanti, angeli musicanti: sono solo alcuni fra i temi della musica dipinta, che è soprattutto magia e seduzione.