Anno XVII-n.04-01

 

 

 

 

 

Luisa Miccoli

Il lapis del falegname

Manuel Rivas

Feltrinelli, pp.143

Manuel Rivas è una delle figure più rappresentative della cultura spagnola attuale. Alcune opere sono state tradotte in dieci lingue e vendute con successo ovunque. Il segreto sta nell’aura magica che pervade le sue pagine, dove si ha la sensazione di navigare sempre un po’ sopra le righe, là dove il tocco poetico, il rigore della cronaca e il dialogo tra gli uomini formano come un’unica onda nel mare della storia. Soprattutto se è una storia di dolore, di sofferenza, di morte e di pazzia. Il lapis è una matita rossa di legno, ma nella memoria di Herbal traccia un solco pesante.

Ora è vecchio e passa il suo tempo in un vecchio bordello nei pressi di Vigo - Galizia, ai bordi del Portogallo - ma un tempo era diventato caporalmaggiore nel carcere dove si decideva il destino dei prigionieri politici. Come tale era stato testimone, complice ed artefice di atrocità e di ingiustizie, durante la guerra civile spagnola. Le vicende dei campi di detenzione si assomigliano un po’ tutte e le storie di sofferenza, di solitudine, di morte hanno sempre la stessa patina angosciosa e triste a qualsiasi latitudine si vivano.

Detenzioni arbitrarie, torture, botte, esecuzioni sommarie, topi, pidocchi, e fame, come se l’aguzzino che è in noi in certe circostanze prendesse il sopravvento e recitasse il suo copione fino in fondo, al di là dei connotati politici, ideali, storici del recluso.

Herbal, povero Cristo, non è cattivo, è fedele alle leggi militari, ligio a quella divisa che lo ha riscattato da una infanzia dura e povera, affezionato al lapis rosso come ad un portafortuna che lo lega ad un destino migliore.

Perché in cattedrale a Santiago anche lui c’è stato due volte e ricorda il profumo dell’incenso, le lunghe prediche in latino e quel fumo che rende tutto incantato e mistico. Intrigante, perciò, a livello narrativo è il rapporto conflittuale che si crea in lui con un prigioniero in particolare: il dottor Da Barca. Non c’è nulla da fare: il dottore, leader del braccio politico del carcere, è intelligente, di grande valore, con una carica di empatia e di umanità notevole, non si può ignorare né soggiogare, né tanto meno ridurre a numero in gabbia. Quel dottore ha un’anima nobile, un ideale forte in cui crede, una donna da amare con passione fino alla morte: è impossibile non confrontarsi quotidianamente con lui. Ammirazione, invidia, ostilità, rabbia si alternano nell’animo del carceriere, per quindici lunghi anni.

Poi, scontata la pena, il dottore Da Barca se ne va in Messico e la storia di Herbal cambia; lui stesso diventa prigioniero per aver commesso un omicidio. Così, quando, a distanza di cinquant’anni, il vecchio abbrutito Herbal legge il necrologio del dottore e di sua moglie, lascia emergere l’inconscia consapevolezza di aver combattuto una lotta impari, dove è sempre stato perdente. Allora finalmente ammette che loro sono stati la parte più bella, più pulita della sua vita.

L’abilità dello scrittore sta proprio nella capacità di rendere i suoi personaggi autentici e non patetici nella quotidianità del dolore o in quella ancor più tremenda, che il dottor Da Barca definisce “la memoria del dolore”.

Il suo segreto è rendere il ricordo, il rimorso, il rimpianto di Herbal qualcosa di palpabile, di concreto, di viscerale, come lo è la paura, la violenza, l’abbrutimento, l’ansia della morte. Il dolore fantasma, la solitudine, la vecchiaia, tutta la crudeltà non hanno fermato l’avanzare della sovversione, né il corso della storia e pesano come macigni inutili ed ingombranti.

Il suo pregio è l’aver saputo pennellare la passione di una storia d’amore intrecciata ad un ideale racchiudendola poi in una foto ricordo. Colpi veloci, colori accesi, ritratti forti, disegnato tutto con un solo lapis di legno, per Camillo Diaz Balino, pittore spagnolo assassinato nel 1936.