Anno XVII- n.04-01

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni

Il premio Nobel compie cent’anni. Fu assegnato per la prima volta nel 1901. Lo fondò il chimico e industriale svedese Alfred Bernhard Nobel, nato a Stoccolma nel 1833 e morto in Italia, a Sanremo, nel 1896, che aveva legato il suo nome alla scoperta della dinamite.

Sembra giusto ricordare i nomi dei primi vincitori. Per la fisica il tedesco Wilhelm Conrad Rontgen, lo scopritore dei raggi X. Per la chimica l’olandese Jacobus Van’t Hoff, il fondatore della stereochimica. Per la medicina il tedesco Emil von Behring, lo scopritore del siero antidifterico. Per la letteratura il poeta francese Sully-Prudhomme.

Per la pace il filantropo svizzero Jean-Henry Dunant che promosse la fondazione della Croce Rossa, e l’economista francese Frederic Passy, che fondò nel 1867 la Lega internazionale della pace e nel 1870 la Società per l’arbitrato fra le nazioni.

Viene spontaneo notare che il punto debole di questa lista di premiati è il francese Sully-Prudhomme,un poeta che non meritava tanta gloria. In quell’anno era ancora vivo e attivissimo un gigante come Tolstoj (morirà nel 1910), che aveva appena pubblicato uno dei suoi capolavori, il romanzo “Resurrezione”. Del resto, la letteratura ha un ruolo molto particolare nella storia del Nobel.

Mentre si può ragionevolmente dire che nei settori delle scienze quasi tutti quelli che hanno ricevuto il premio lo meritavano ampiamente, non altrettanto si può dire per scrittori e poeti.

L’aver ignorato Tolstoj fu il primo segnale di un destino che avrebbe portato a ignorare, negli anni, i futuri, grandi come Joyce, Musil, Frost, Borges e (perché no?) D’Annunzio e Simenon. Nella breve lista dei dimenticati non entrano Proust e Kafka che, in gran parte, furono pubblicati dopo la morte. In compenso, chi erano, che Cosa avevano scritto Gjellerup, von Heidenstam, Karlfeldt, Jensen, che ebbero il momento di gloria del Nobel? Forse soltanto nei loro paesi c’è ancora qualcuno che li studia e li ricorda. I premi Nobel italiani per la letteratura sono sei: Giosuè Carducci (1906), Grazia Deledda (1926), Luigi Pirandello (1934), Salvatore Quasimodo (1959), Eugenio Montale (1915) e Dario Fo (1997).

Fatta eccezione per il vecchio Carducci che morì poco dopo nel febbraio 1907 e per Pirandello, la cui fama di drammaturgo era veramente mondiale, gli altri suscitarono con la loro vittoria polemiche e dissensi. I più bersagliati dalle critiche sono stati Quasimodo e Fo. Come si svolge la cerimonia conclusiva del Nobel ? Avendo seguito Eugenio Montale a Stoccolma, sono stato testimone diretto dell’avvenimento.

Era il 10 dicembre 1975. La rigida liturgia del Nobel concesse una variante per Montale. Re Carlo Gustavo di Svezia fece qualche passo in più di quelli prescritti. Si alzò dalla poltrona dorata dove stava e raggiunse il punto dove Montale lo aspettava in piedi. La variante era prevista fin dalla prova generale del mattino. Montale non era in grado di muoversi senza dare il braccio a qualcuno. La liturgia del Nobel ha le sue stranezze: poteva eccezionalmente consentire che fosse il re a raggiungere il poeta, non che il poeta avesse al suo fianco un accompagnatore.

Il momento magico di Montale durò in tutto quattordici minuti. Prima erano stati consegnati i premi ai vincitori per la chimica, la fisica e la medicina (uno degli insigniti era Renato Dulbecco, il biologo italiano naturalizzato statunitense). L’orchestra filarmonica di Stoccolma attaccò un motivo dalle “Antiche arie e danze” di Respighi. I tic del volto pallido e scavato di Montale sembravano irrefrenabili.

L’emozione del poeta era profonda. Si udirono le parole di Ahders Osterling, il novantenne italianista che più di ogni altro si era battuto in favore di Montale. Il vecchio studioso svedese disse che “la poesia di Montale non viene incontro al lettore a braccia aperte. Lo stile lirico di Montale ha assorbito un carattere che sembra attinto dal severo profilo del paesaggio della costa ligure,con un mare procelloso che si abbatte contro bastioni di rocce scoscese “ . L’incantesimo fu breve, ma intensissimo. Sembrò che il mare cantato dal genovese Montale fosse arrivato fino a Stoccolma, dove un altro mare, più cupo e gelido, scorre davanti ai palazzi e ai viali della città. Osterling parlò anche della “negatività” che fu spesso rimproverata al poeta. Lo fece con rapidi cenni all’epoca in cui visse Montale: una guerra mondiale, il fascismo, un’altra guerra mondiale, un dopoguerra di profondi e inquieti rivolgimenti. “C’è una negatività - disse Osterling - che scaturisce non dal disprezzo dell’uomo, ma dal sentimento indistruttibile della vita e della dignità dell’uomo”. Erano le 17.50 quando Osterling concluse dicendo in italiano: “Caro signor Montale...”. Fu allora che il re portò il diploma e la medaglia d’oro, che reca l’effigie di Alfred Nobel, fino alla poltrona davanti alla quale il poeta si era sollevato puntando le mani un po’ tremanti sui braccioli. Il re disse qualche parola, poi diede il segnale dell’applauso. Il momento magico era finito. La cerimonia riprese subito (almeno per noi, arrivati a Stoccolma soltanto in nome di Montale) il suo rigido andamento fra mondano e noioso. Tremila persone sono un pubblico quasi da piccolo stadio. Per poterle accogliere tutte, la premiazione avveniva in un immenso padiglione, costruito per ospitare la Fiera di Sant’Enrico e situato in un sobborgo abbastanza deserto. In quel padiglione, nel 1974, si era disputata la finale dell’ Eurofestival della canzone.

Quel 10 dicembre 1975, il cielo fu d’un azzurro incredibilmente terso. Solo il freddo vento ricordava il Nord, la temperatura raggiunse i venti gradi sottozero. Fu impossibile parlare a Montale, impeccabile nel frac. Lo sguardo azzurro del poeta individuava gli amici in mezzo alla gente, e il sorriso era subito pronto come per un cenno di intesa. Ma era evidente il suo nervosismo. Gonfiava le gote, le liberava in un soffio appena avvertibile. Questo era il segno, per chi lo conosceva, che la folla un po’ lo spaventava, che un re e una regina, un’orchestra e tremila persone assiepate erano uno spettacolo troppo grande.

Che tutti quei velluti blu, quei fiori, quella rigidezza di gesti, quelle vocali incomprensibili che davano sommessi ordini, appartenevano a un mondo, sia pure splendido, distante da lui. Per questo, quando Osterling lo chiamò “caro signor Montale”, sarebbe stato meraviglioso fermare gli orologi e continuare a risentire quella tremula voce, impegnata in un saluto così diverso dalle parole solenni della gloria.

 

 

 

Alfred Nobel

Montale e la regina di Svezia alla consegna del Nobel