Anno XVII n.04-01

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni

Quando vincere è una condanna: chiedere informazioni a tutti i più grandi leaders dello sport mondiale. Più si è in alto e più non ci si può permettere passi falsi. La fama chiama conferme su conferme, gli occhi della gente sono come delle calamite dalle quali è difficile separarsi. Tiger Woods poi, complice una serie di “aggravanti”, questo genere di pressione la dovrebbe avvertire più degli altri. Il golf ha la nomea di sport elitario, punto di contatto per businessman indaffarati che scelgono green sconfinati per rilassarsi o magari continuare a chiacchierare d’affari. I pregiudizi sui colori della pelle, soprattutto in America, sono ancora ben lungi dall’essere dimenticati. E così fa sensazione scoprire che un atleta di colore è il dominatore incontrastato di uno sport creato su misura per “bianchi benestanti” da tre anni a questa parte. Alle soglie dei 26 anni, il campione californiano, è anche in cima alla classifica dei guadagni con un totale di quasi 22 miliardi di dollari. In soli 5 anni di carriera tra sponsor e premi ha saputo fare meglio di leggende come Jordan, Alì, Ronaldo e Shaquille O’Neal. E questo è il secondo grande motivo per cui ogni sua uscita ha gli occhi di tutti, critici e invidiosi soprattutto, puntati addosso. Se ci si mette anche il fattore personalità, ecco che il puzzle dell’atleta perfetto da prendere come modello ma anche come bersaglio, si compone. Farsi biondo alla vigilia di una vacanza. Lo potrebbe fare qualunque adolescente con la voglia di staccare dalla routine quotidiana. Ma quel Woods personaggio pubblico, che guadagna montagne di denaro, suscita maggiore scalpore. Tiger per chi lo apprezza è una leggenda in marcia, destinato a stritolare primati e a diventare il più grande solista dei campi verdi della storia. Chi invece non lo apprezza parla di ragazzino cresciuto a mazza e palline senza un’educazione classica. Sono gli stessi che quando il suo digiuno da vittorie nel 2001 si allungava di settimana in settimana hanno osato ferirlo con titoloni del tipo “la tigre barcolla” , “munizioni bagnate”. Sei tornei ad inizio stagione senza vittorie. Sarebbe normale, soprattutto nel golf, per chiunque. Non per lui, l’Highlander dei ferri, che infatti puntualmente ha spezzato la catena negativa andando a segno due volte nel giro di 10 giorni al Bay Hill Invitational e al Player Championship di Ponte Vedra. La sua esultanza, paragonabile a quella di un centravanti criticato che finalmente si sblocca andando a segno con una doppietta, ha tradito un lato del carattere di Woods finora poco emerso. Finora la sua storia tutta in discesa gli aveva riservato consensi e ammirazione. Ma le due copertine di “Sports Illustrated” sommate a quella del “Time” che lo consacravano rispettivamente come Sportivo e Fenomeno dell’anno 2000 devono pure aver lasciato strascichi mentali. Lui, l’uomo da 20 milioni di dollari, infallibile negli eventi che contano, che non vince da tre mesi, l’occasione per soloni e dottori improvvisati per sparare la diagnosi: Tiger è in crisi! “Balle - la sua risposta - chi lo pensa è gente che non capisce nulla di questo sport”. Parole sante, soprattutto dopo che la sua risposta migliore, quella sul campo, ha spazzato via il venticello dei maligni. A volte, soprattutto con i più grandi, ci si diverte a contrapporre teorie da bastian contrario per distinguersi dalla massa degli adulatori. Chi lo fa, per darsi un tono o per poter sventolare la bandiera del dissenso, ha spesso una caratteristica base; quella di non aver mai imbracciato, a livello agonistico, i ferri del mestiere. Il calcio insegna. Ma man mano che si sale di livello o ci si sposta nelle discipline individuali, questa moda guastatrice trova un maggior numero di adepti. Woods finora ha numeri che nemmeno il più bieco contestatore potrebbe attaccare. In 5 stagioni di carriera professionistica, tre volte primo tra i professionisti di cui la prima a soli 21 anni. Venticinque tornei vinti, quinto giocatore di sempre a completare un grande Slam. Ma vincendone tre nello stesso anno, unico insieme a Ben Hogan (1953) a riuscirci nella storia del golf. La popolarità poi, misurata col moderno termometro di attendibilità, ovvero i contatti su Internet. Anche qui il fenomeno di Cypress precede tutti, atleti di ogni razza e specialità ma soprattutto di ogni epoca. Hanno anche provato, come nel tennis quando Sampras o Ivanisevic, servivano a velocità folli togliendo il gusto dello scambio, a cambiargli palline. Meno controllo, più facilità di drive. Una mossa anche di mercato, per agevolare la base dei praticanti, quelli tanto per intenderci che vogliono sorprendere il capoufficio quando arriva la sfida settimanale. Ma dopo un periodo di assestamento, anche questa mossa è risultata vana. La realtà è che la fortuna/sfortuna di Tiger consiste nella mancanza di avversari attendibili e costanti. Uno sport individuale e il clima di interesse che riesce a catalizzare dipende in maniera fondamentale dalla rivalità fra campioni. Gli esempi storici Coppi/Bartali, Thoeni/Stenmark, Borg/McEnroe, Hagler/Leonard sono stati l’essenza di discipline trasversali, che hanno saputo rompere il muro della specificità, trascinando anche chi prima non veniva coinvolto nell’entusiasmo. Fino a questo momento la “tirannia” Woods sul golf è totale. E se da un lato significa incremento costante del proprio conto in banca, a lungo andare, potrebbero essere in molti, addetti ai lavori in particolare, a vedere di buon occhio suoi eventuali passi falsi. Per trovare finalmente argomenti che non siano la monotonia di un trionfo annunciato. D’altronde, è risaputo. Dal gradino più alto si può solo cadere. E la lunga lista di chi sta dietro non aspetta altro, per poter salire anche di un solo centimetro. Con la speranza non troppo segreta di ereditare onori e oneri. E il ciclo ricomincia.