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Quando
vincere è una condanna: chiedere informazioni a tutti i più grandi leaders
dello sport mondiale. Più si è in alto e più non ci si può permettere
passi falsi. La fama chiama conferme su conferme, gli occhi della gente
sono come delle calamite dalle quali è difficile separarsi. Tiger Woods
poi, complice una serie di “aggravanti”, questo genere di pressione
la dovrebbe avvertire più degli altri. Il golf ha la nomea di sport
elitario, punto di contatto per businessman indaffarati che scelgono
green sconfinati per rilassarsi o magari continuare a chiacchierare
d’affari. I pregiudizi sui colori della pelle, soprattutto in America,
sono ancora ben lungi dall’essere dimenticati. E così fa sensazione
scoprire che un atleta di colore è il dominatore incontrastato di uno
sport creato su misura per “bianchi benestanti” da tre anni a questa
parte. Alle soglie dei 26 anni, il campione californiano, è anche in
cima alla classifica dei guadagni con un totale di quasi 22 miliardi
di dollari. In soli 5 anni di carriera tra sponsor e premi ha saputo
fare meglio di leggende come Jordan, Alì, Ronaldo e Shaquille O’Neal.
E questo è il secondo grande motivo per cui ogni sua uscita ha gli occhi
di tutti, critici e invidiosi soprattutto, puntati addosso. Se ci si
mette anche il fattore personalità, ecco che il puzzle dell’atleta perfetto
da prendere come modello ma anche come bersaglio, si compone. Farsi
biondo alla vigilia di una vacanza. Lo potrebbe fare qualunque adolescente
con la voglia di staccare dalla routine quotidiana. Ma quel Woods personaggio
pubblico, che guadagna montagne di denaro, suscita maggiore scalpore.
Tiger per chi lo apprezza è una leggenda in marcia, destinato a stritolare
primati e a diventare il più grande solista dei campi verdi della storia.
Chi invece non lo apprezza parla di ragazzino cresciuto a mazza e palline
senza un’educazione classica. Sono gli stessi che quando il suo digiuno
da vittorie nel 2001 si allungava di settimana in settimana hanno osato
ferirlo con titoloni del tipo “la tigre barcolla” , “munizioni bagnate”.
Sei tornei ad inizio stagione senza vittorie. Sarebbe normale, soprattutto
nel golf, per chiunque. Non per lui, l’Highlander dei ferri, che infatti
puntualmente ha spezzato la catena negativa andando a segno due volte
nel giro di 10 giorni al Bay Hill Invitational e al Player Championship
di Ponte Vedra. La sua esultanza, paragonabile a quella di un centravanti
criticato che finalmente si sblocca andando a segno con una doppietta,
ha tradito un lato del carattere di Woods finora poco emerso. Finora
la sua storia tutta in discesa gli aveva riservato consensi e ammirazione.
Ma le due copertine di “Sports Illustrated” sommate a quella del “Time”
che lo consacravano rispettivamente come Sportivo e Fenomeno dell’anno
2000 devono pure aver lasciato strascichi mentali. Lui, l’uomo da 20
milioni di dollari, infallibile negli eventi che contano, che non vince
da tre mesi, l’occasione per soloni e dottori improvvisati per sparare
la diagnosi: Tiger è in crisi! “Balle - la sua risposta - chi lo pensa
è gente che non capisce nulla di questo sport”. Parole sante, soprattutto
dopo che la sua risposta migliore, quella sul campo, ha spazzato via
il venticello dei maligni. A volte, soprattutto con i più grandi, ci
si diverte a contrapporre teorie da bastian contrario per distinguersi
dalla massa degli adulatori. Chi lo fa, per darsi un tono o per poter
sventolare la bandiera del dissenso, ha spesso una caratteristica base;
quella di non aver mai imbracciato, a livello agonistico, i ferri del
mestiere. Il calcio insegna. Ma man mano che si sale di livello o ci
si sposta nelle discipline individuali, questa moda guastatrice trova
un maggior numero di adepti. Woods finora ha numeri che nemmeno il più
bieco contestatore potrebbe attaccare. In 5 stagioni di carriera professionistica,
tre volte primo tra i professionisti di cui la prima a soli 21 anni.
Venticinque tornei vinti, quinto giocatore di sempre a completare un
grande Slam. Ma vincendone tre nello stesso anno, unico insieme a Ben
Hogan (1953) a riuscirci nella storia del golf. La popolarità poi, misurata
col moderno termometro di attendibilità, ovvero i contatti su Internet.
Anche qui il fenomeno di Cypress precede tutti, atleti di ogni razza
e specialità ma soprattutto di ogni epoca. Hanno anche provato, come
nel tennis quando Sampras o Ivanisevic, servivano a velocità folli togliendo
il gusto dello scambio, a cambiargli palline. Meno controllo, più facilità
di drive. Una mossa anche di mercato, per agevolare la base dei praticanti,
quelli tanto per intenderci che vogliono sorprendere il capoufficio
quando arriva la sfida settimanale. Ma dopo un periodo di assestamento,
anche questa mossa è risultata vana. La realtà è che la fortuna/sfortuna
di Tiger consiste nella mancanza di avversari attendibili e costanti.
Uno sport individuale e il clima di interesse che riesce a catalizzare
dipende in maniera fondamentale dalla rivalità fra campioni. Gli esempi
storici Coppi/Bartali, Thoeni/Stenmark, Borg/McEnroe, Hagler/Leonard
sono stati l’essenza di discipline trasversali, che hanno saputo rompere
il muro della specificità, trascinando anche chi prima non veniva coinvolto
nell’entusiasmo. Fino a questo momento la “tirannia” Woods sul golf
è totale. E se da un lato significa incremento costante del proprio
conto in banca, a lungo andare, potrebbero essere in molti, addetti
ai lavori in particolare, a vedere di buon occhio suoi eventuali passi
falsi. Per trovare finalmente argomenti che non siano la monotonia di
un trionfo annunciato. D’altronde, è risaputo. Dal gradino più alto
si può solo cadere. E la lunga lista di chi sta dietro non aspetta altro,
per poter salire anche di un solo centimetro. Con la speranza non troppo
segreta di ereditare onori e oneri. E il ciclo ricomincia.
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