APRILE 1999
    

 

                                        


Genina Jacobone

Da anni collaboratore della nostra rivista, Stenio Solinas è una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. Già capo della redazione cultura del “Giornale”, oggi fa l'inviato per la stessa testata. Nei suoi libri si occupa della storia culturale del nostro paese e l'ultimo di essi - “Compagni di solitudine” (Ed. Ponte alle grazie) - rappresenta una sorta di autobiografia intellettuale, attraverso i ritratti degli autori più letti e amati, fin dalla giovinezza: da Heminghway a Celine, da Rimbaud a Chatwin, da Morand a Lawrence. L'ottica è quella, ovviamente, di un uomo controcorrente, ben lontano dalle tendenze che sono prevalse nell'Italia del dopoguerra. Il gusto estetico di Solinas non è comune, e le sue letture sono sconosciute, purtroppo, a gran parte dei suoi colleghi giornalisti.

Come sei arrivato a questo libro, come è maturato?

Avevo, nel corso degli anni realizzato numerosi ritratti di scrittori, e la pubblicazione di questo libro è il modo per salvare dall'oblio, a cui inevitabilmente sono destinati, gli articoli per i quotidiani. Quando però la casa editrice mi ha proposto di raccogliere in un libro questa galleria di ritratti, mi ha suggerito anche di “personalizzarli”, cosa che ho fatto in pratica riscrivendo ex novo i pezzi apparsi sui giornali. Mi sembrava giusto ridare voce ad una serie di autori che negli ultimi trenta - quarant'anni erano completamente scomparsi dalle librerie e dalla grande industria editoriale.

Questa è l'origine editoriale del libro. Ma mi incuriosisce sapere quale ruolo esso ricopre nella tua ricerca personale.

La verità è che si fanno ogni tanto dei bilanci della propria vita, delle proprie scelte. Oggi che è così di moda parlare di destra e di sinistra, ho voluto raccontare gli ultimi trent'anni della destra culturale, della quale io ho fatto parte, pur sentendomi, paradossalmente, un po' a disagio. Contemporaneamente ho cercato di descrivere le esperienze e gli stati d'animo non solo miei, ma comuni a molte persone che per un trentennio avevano vissuto da “esuli in patria”, messi ai margini della vita politica e del dibattito culturale del nostro paese.

Non pensi che la stessa cosa si stia verificando anche oggi?

Certo. Infatti il cosiddetto “sdoganamento” della destra, tra il '93 e il '94, è avvenuto quando la parola non aveva più significato. Le varie forze politiche che hanno incarnato questa parola, per varie motivazioni, hanno fatto tabula rasa di quello che erano state prima e, quando si fa tabula rasa del proprio passato, si perdono le radici, i legami, l'identità. Mai si è parlato tanto di destra come ora che la destra non esiste.

In effetti manca del tutto, a livello culturale, la controinformazione. Le nuove generazioni non sanno cosa è successo trent'anni fa, men che meno la storia di cinquant'anni fa. A scuola la cultura di destra non esiste, esiste solo la cultura di una certa sinistra, ma anche in quell'ambito vi sono delle divergenze.

Infatti, a partire dal dopoguerra ha avuto il sopravvento un certo tipo di costruzione intellettuale e ideologica per la quale tutto ciò che era stato precedentemente doveva essere oggetto di scherno o di derisione. Si è fatto finta che il ventennio fascista - un ventennio fatto anche di ombre, errori e orrori - non esistesse, mentre non se ne può prescindere per comprendere la storia del nostro paese. Abbiamo perso una guerra, facendo finta di averla vinta; abbiamo trasformato un fenomeno minoritario come la Resistenza in un fenomeno maggioritario, quando invece il fascismo aveva il 90% dei consensi (come testimoniano gli studi di Renzo De Felice). La stessa grande guerra viene ricordata più per Caporetto che per la vittoria finale.

E quali sono le conseguenze di un simile atteggiamento?

Tutto ciò ha reso l'Italia un paese senza dignità, che in politica estera doveva rinunciare ad ogni politica di potenza, perché sarebbe stata sinonimo di fascismo. Dal '48 ad oggi l'Italia ha avuto una media di un governo l'anno e, di regola, al ministero degli esteri si dava meno importanza che al ministero delle poste (per motivi clientelari). Abbiamo vissuto per quarant'anni sotto l'ombrello protettivo della Nato, ma da quando è caduto il Muro di Berlino il mondo è cambiato e noi ci siamo trovati in difficoltà. Abbiamo una guerra a duecento km dalle nostre coste e non sappiamo assolutamente cosa fare, perché è sempre mancata una politica nazionale. Sono conseguenze che si riflettono anche sulle nuove generazioni, sul futuro dell'Italia.

E' questa, purtroppo, l'eredità che lasciamo ai nostri giovani e, da questo punto di vista, il tuo libro - così ben strutturato e comunque obiettivo - avrà una funzione molto importante proprio nel comunicare ai giovani ciò che non sanno.

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