| APRILE 1999 |
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Oliviero Beha
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Sempre più la comunicazione, il sistema nervoso dell'organismo mondo, deve fare i conti con se stessa, con la volontà e la capacità di autocontrollarsi, che vuol dire
mettersi in discussione, autocensurarsi, scegliere tra ciò che “passa” e ciò che “non può passare”. E' un discorso interno ed esterno ad Internet, alla sua potenzialità “democratica” ma anche invasiva, senza freni, senza filtri: quindi la comunicazione del terzo millennio, se si vuole un titolo per questo articolo. Eppure non c'è bisogno di Internet, cioè del più recente canale di comunicazione (proprio per questo ancora accessibile solo a una parte minima della popolazione planetaria), per fissare alcuni punti cruciali. Bastano altri mezzi, assai più tradizionali, assai più commestibili, assai più diffusi, che se sollecitati opportunamente si difendono, si censurano,
esibiscono la paura di comunicare le critiche alla comunicazione: parlo di cinema, giornali, tv, e vi sottopongo tre meravigliose questioni legate a questi ambiti, nati o qualche secolo fa (i giornali), o alla fine del secolo scorso (il cinema), o nella prima metà di questo (la tv). Per il cinema, l'evento planetariamente più significativo è la consegna degli Oscar. Quelli conquistati da Roberto Benigni, le polemiche "parasioniste" sul suo film “La vita è bella”, le diatribe italiane intestine, ecc. ecc, hanno lasciato ai margini una considerazione che altrimenti sarebbe potuta emergere con ben diversa evidenza. Non è stato “nominato” e quindi premiato un film straordinario, di un regista straordinario, come l'australiano Peter Weir, e cioè “The Truman show”, palesemente perché critico fino alla crudeltà nei confronti di un modo
di vivere (americano e non solo, in quell'ellenismo da Mc Donald che ci riguarda un po' tutti) televisivo, passivo, sterile. Attraverso il cinema, la comunicazione processava se stessa, le sue idee, i suoi valori, le sue abitudini: la morale è che il film si può fare, ma non se ne possono trarre conseguenze troppo “spinte, visibili, rimarchevoli, positive”, non si può premiare, insomma. Tra le domande che questo si tira dietro c'è forse: è la nostra una società così libera da produrre un tale film, o così censoria da non potersi permettere di premiarlo? E veniamo alla carta stampata: in marzo, più o meno negli stessi giorni della “Notte degli Oscar” hollywoodiana, ha preso fuoco una polemica sul nostro superministro dell'economia, Ciampi, tra i
candidati (reali o simulati) a succedere a Scalfaro al Quirinale. Nel parlarne, il portavoce dei Verdi, il senatore Manconi, ha affermato che “Ciampi non era un massone” come si sentiva dire in giro, voce uscita da ambulacri della politica ma informalmente, e periodicamente, insorgente. Un importante quotidiano ha schiaffato questa affermazione in prima pagina, Ciampi ha smentito e querelato il giornale, Manconi ha confermato di aver effettivamente detto che “non” lo era, massone intendo, e di averlo fatto per svelenire il clima, così che la voce non restasse come una parte di spada di Damocle sulla testa del candidato, di aver cioè esternato “a fin di bene”. Nella mia trasmissione radiofonica quotidiana, “Radioacolori”, sono tornato sulla vicenda perché mi premeva il modo, la forma di
comunicazione e non tanto il merito, se cioè Ciampi fosse o non fosse massone. E ho fatto a mo' di esempio per i radioascoltatori questo tipo di domanda: se vi dico non prestate orecchio alle voci, ai pettegolezzi, perché Radioacolori “non” chiuderà, voi che ne pensate, come interpretate la mia “non” notizia, cioè una smentita fatta come affermazione in negativo? Il risultato è stato che centinaia di ascoltatori hanno chiamato per lamentarsi, per sostenere che “Radioacolori non doveva chiudere”. Qual è la morale? Che se facciamo passare una “non notizia”, una smentita di una notizia non resa pubblica, stiamo manipolando alle radici l'informazione, magari “a fin di bene” ma ciò conta poco, se fosse stato a tutt'altro fine
sarebbe stato lo stesso. E' la comunicazione che sta mettendo delle mine sul suo stesso percorso, il rischio di saltare in aria. Si può risalire a Socrate, ai retori greci, al paradosso Epimenide, per poi arrivare alle contraddizioni nella parola scritta.
Fatto sta che a questo stratosferico livello comunicazionale, i rischi sono proporzionati: c'è un pericolo stratosferico di confondere qualunque messaggio. Come difendersi da quel “non”, speso come un'affermazione positiva a cui cambiare di segno, giacché il nostro cervello pensa in positivo prima di cambiare immagine? Ovverosia: se dico che un elefante non vola, prima immagino e faccio immaginare anche solo per un secondo un elefante volante, per poi immagazzinare la notizia che l'elefante non si leva per aria. Pensate che fenomenale questione comunicazionale c'è dietro tutto ciò, naturalmente trascurata da chi in questa palude di segni vive, lavora, magari prospera. Vi avevo promesso un terzo esempio, di genere televisivo, anzi, per essere più precisi, inerente alla comunicazione televisiva pubblicitaria in senso stretto. Me lo tengo per la prossima volta, così che possiate cominciare a prefigurare qualcosa...
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