APRILE 1999   
 

 

 

 

 

 

Livio Caputo

Questo 1999 ha tutta l'aria di diventare un anno di svolta per l'Europa: una svolta che, con un po' di fortuna, potrebbe produrre più unità, più efficienza, più democrazia. Ma attenzione, non bisogna sbagliare una sola mossa, perché il passaggio è estremamente delicato e sono sempre possibili brutti scivoloni.
Abbiamo avuto, nel primo trimestre di quest'anno, una serie di avvenimenti che hanno messo in moto meccanismi nuovi, che nessuno potrà più arrestare: il varo e i primi travagli della moneta unica; le dimissioni forzate della Commissione sotto il peso di un vicenda di malversazioni denunciate dal Parlamento; la designazione dell'italiano Romano Prodi alla presidenza dell'Unione per i prossimi cinque anni e mezzo; la conclusione delle trattative per la cosiddetta Agenda 2000; la terribile guerra del Kosovo che, ancora una volta, ha messo in luce quanto l'Europa abbia bisogno di una politica estera e di sicurezza comune; infine, i preparativi per l'elezione di un nuovo Parlamento europeo che in base al Trattato di Amsterdam avrà poteri, di controllo e d'indirizzo, molto più incisivi di prima. In parte per effetto del calendario, in parte per una relazione di causa ed effetto, tutti questi eventi sono concatenati tra loro e, come quando si agita un caleidoscopio, possono potenzialmente produrre una Unione diversa, nell'aspetto e nella sostanza, da quella che abbiamo conosciuto fin qui.
L'Euro è stato un avvenimento storico, che ha suscitato nello stesso tempo grande soddisfazione, nuove aspettative e qualche ansietà. Grande soddisfazione, perché era dai tempi di Carlo Magno che l'Europa non godeva più di una unità monetaria e perché l'ancoraggio ormai fisso alla moneta comune ha consentito a molti Paesi dalle valute tradizionalmente ballerine di raggiungere la stabilità, di superare indenni varie tempeste e di fondare su basi più salde i propri scambi commerciali all'interno della UEM.
Nuove aspettative, perché tutti sono consci che l'Euro non può essere il traguardo finale del processo di integrazione europea, ma ha bisogno, per vivere e prosperare, di un supporto politico, cioè di un organismo cui la Banca Centrale Europea ed i suoi supertecnocrati debbano rispondere. Infine, qualche ansietà, perché la moneta unica, presentata come una rivale del dollaro in qualità di valuta di riserva, ha presto cominciato a perdere terreno rispetto al biglietto verde, come se non fosse in grado di fornire ai mercati sufficienti garanzie.
Molti hanno individuato la causa di questo malessere nel conflitto – ideologico e pratico - tra i banchieri centrali, tenuti dal trattato di Maastricht a combattere soprattutto l'inflazione, e i governi di sinistra che guidano i più forti Paesi dell'UE, ansiosi piuttosto di riaprire i rubinetti della spesa per combattere la disoccupazione. E' stato preso anche atto del fatto che un tasso di interesse unico per undici Paesi che applicano politiche economiche diverse, è in fasi congiunturali diverse e perciò possono anche

Il 1999 ci riserva una serie di passaggi e di decisioni cruciali per l'avvenire dell'Unione

avere idee diverse di gestione della moneta può funzionare, in prospettiva, soltanto se l'Unione continuerà a serrare le file e armonizzare la propria condotta: in altre parole, se in fondo al tunnel si intravede, sia pure confusamente, la prospettiva di un'Europa federale. Appena due mesi dopo l'entrata in vigore dell'Euro, è scoppiato lo scandalo che ha travolto la Commissione Santer. Le vicende, perfino un po' comiche, della commissaria francese Edith Cresson e del suo dentista promosso a fini di retribuzione esperto di Aids sono state soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una situazione che si andava deteriorando da tempo. Con gli anni, e soprattutto sotto la gestione decennale – autoritaria e centralista - di Jacques Delors, la Commissione aveva acquistato sempre più poteri, ma la sua burocrazia era diventata via via più inefficiente, più arrogante e, come ha rivelato la Commissione parlamentare d'inchiesta, anche più disonesta.
Sempre più il potere di un organismo non elettivo, ma formato da personaggi designati dai governi membri sulla base di criteri più clientelari che meritocratici, veniva considerato inadeguato alle nuove circostanze.
Sempre più la Commissione veniva criticata per tenere in vita progetti costosi e superati, per avere criteri di spesa oscuri e poco uniformi, per occuparsi di problemi che, dopo l'accento posto dal trattato di Maastricht sul principio di sussidiarietà, dovrebbero essere lasciati alle autorità nazionali, o addirittura regionali o locali.
In più, cominciavano a circolare, per i corridoi di Bruxelles, storie poco edificanti di favoritismi, irregolarità nella gestione dei fondi e confusione tra interesse pubblico e interesse privato. A un certo punto, il bubbone è scoppiato. In un primo momento, la Commissione è riuscita a sfuggire al voto di censura del Parlamento chiedendo una inchiesta affidata a cinque saggi; ma quando questa ha pronunciato il suo verdetto, distribuendo bacchettate a numerosi commissari, Santer e i suoi uomini hanno dovuto trarne le conseguenze e rassegnare dimissioni collettive che non hanno precedenti nella storia dell'Europa unita.
I governi sono corsi subito ai ripari, designando a tamburo battente un nuovo presidente nella persona di Prodi, e impegnandosi a completare al più presto la composizione della nuova Commissione che – salvo nuovi incidenti - ci guiderà fino alla fine del 2004. Ma le regole del gioco sono radicalmente cambiate.
Anzitutto, il Parlamento ha ora il potere non solo di dare o non dare il suo “placet” al nuovo presidente, ma di rivedere le bucce a ogni singolo commissario designato. In secondo luogo, lo stesso Prodi non sarà più tenuto ad accettare supinamente i collaboratori che i Paesi membri gli proporranno (pescando spesso e volentieri tra vecchi politici da rimuovere dalla scena nazionale cui si vuol dare un contentino miliardario), ma potrà sceglierli tra una rosa di nomi e distribuire i portafogli più in base alle loro capacità e competenze che al peso politico dei paesi di appartenenza.
Infine, il Parlamento, avendo preso coscienza del proprio potere e ormai in preda all'ansia di conquistarne nuove fette, vigilerà con assai maggiore rigore sull'operato della Commissione e non glie ne lascerà più scappare una.
E' evidente che, in una situazione del genere, sia i governi, sia i partiti sia si apprestano in quindici Paesi contemporaneamente alle elezioni europee, avranno interesse a mandare a Bruxelles uomini più validi e preparati di quanto non sia stato fatto finora.
C'è addirittura chi prevede che il Parlamento potrebbe, nella circostanza, trasformarsi in Assemblea Costituente e dare finalmente all'Unione una legge fondamentale che vada al di là dei vari trattati e consenta di correggere le molte anomalie oggi presenti nella costruzione europea.Sarà, almeno in parte, Prodi a dovere gestire tutte queste spinte e cercare di incanalarle verso un traguardo positivo.
Per l'Italia, e un successo avere di nuovo ottenuto, più di un quarto di secolo dopo l'infelice presidenza di Franco Maria Malfatti, la poltrona numero uno di una Unione molto più grande e potente di allora. Ora che l'operazione si è conclusa con successo, non è importante stabilire se essa sia stata fatta nel solo interesse nazionale, o anche per rimuovere dalla scena politica romana un personaggio diventato scomodo per la maggioranza di sinistra. E' importante che Prodi sia – come è – un europeista convinto e un uomo tenace nel perseguire i propri obiettivi. Se poi, nei passaggi delicati, si ricorderà anche di essere italiano (come Delors si ricordava di essere francese), potrà facilitare al nostro Paese una serie di passaggi delicati che lo aspettano, visto che ancora non abbiamo completato il riassetto dei nostri conti pubblici.
La crisi della Commissione non ha comunque impedito ai Quindici di condurre in porto, nei tempi prestabiliti, le riforme finanziarie che erano considerate indispensabili per ripartire con il processo di integrazione e preparare il terreno all'allargamento a Est. La complessità del negoziato, che si svolgeva contemporaneamente su tre tavoli (politica agricola, fondi strutturali e di coesione, contributi diretti al bilancio dell'Unione), con compensazioni previste tra l'uno e l'altro, non ha consentito n eppure ai governi coinvolti di valutare immediatamente se erano tra i vincitori o tra i perdenti. Fatto è che in capo a una notte di trattative con il coltello tra i denti, tutti hanno ottenuto qualcosa e tutti hanno dovuto rinunciare a qualcosa: quelli che hanno tirato la paglietta più corta sono stati probabilmente i tedeschi, che si erano proposti di ottenere un taglio immediato del loro contributo netto di 11 miliardi di Euro al bilancio dell'Unione e invece ne hanno ottenuto uno assai inferiore e per giunta diluito nel tempo.
Ma la Germania, come presidente di turno dell'Unione, aveva la responsabilità di assicurare il successo dell'Agenda e – se non voleva perdere una parte del suo prestigio europeo - doveva rassegnarsi a fungere ancora per un po' di tempo da ufficiale pagatore.
Perché l'Unione sia pronta ad accogliere i nuovi Paesi che battono alla sua porta, dovrà ancora procedere a una serie di riforme strutturali e organizzative di altrettanto ardua realizzazione; ma il primo ostacolo è stato saltato con maggiore facilità del previsto, e c'è da supporre che le pressioni che arrivano da Varsavia, da Praga, da Budapest e dalle altre capitali interessate per una accelerazione del processo non rimarranno ora inascoltate. La incorporazione di Polonia, Ungheria e Repubblica ceca nella NATO, avvenuta proprio alla vigilia della guerra del Kosovo, ha indubbiamente reso la “pratica” più urgente, perché questi Paesi che hanno accettato di fare da baluardo orientale dell'Europa sul piano militare hanno ora il diritto di vedere avviata anche la loro integrazione economica. Il Kosovo, ancora più della Bosnia, è stato un trauma per l'Europa, perché essa aveva preso l'iniziativa diplomatica che ha prodotto il negoziato di Rambouillet, ma ha finito con il dovere subire il maggiore dinamismo (e, se vogliamo, anche semplicismo, della iniziativa americana, sfociata poi nei bombardamenti della Jugoslavia. L'intera vicenda ha dimostrato ancora una volta che, fino a quando non saprà parlare con una sola voce, e non si darà gli strumenti necessari a praticare una politica estera autonoma, l'Unione Europea resterà sempre al rimorchio di Washington anche quando non ne condivide interamente le decisioni. Inoltre, essa ha riattizzato in tutta Europa le fiamme di un latente antiamericanismo, alimentate dal ruolo che gli USA si sono assunti di poliziotto del mondo, da una certa rozzezza nella gestione degli alleati e ora anche dalla Chiesa cattolica che ha preso ad addossare agli americani anche colpe che non hanno.
L'unico modo per evitare che questi sentimenti prendano piede e degenerino al punto da compromettere un'alleanza transatlantica tuttora indispensabile per la sicurezza del mondo, è che l'Unione Europea arrivi a parlare con gli Stati Uniti da pari a pari. Perciò, è diventato impellente che essa nomini infine il suo Mr.PESC, un uomo di grande prestigio abilitato a rappresentare i suoi interessi di politica estera, e compia anche sul piano militare uno sforzo che la renda – potenzialmente – più autonoma. Anche questo sta diventando un passaggio ormai obbligato, una cosa che non è possibile rinviare. L'incognita più grossa riguarda la statura del gruppo dirigente che dovrà gestire tutti questi cambiamenti. L'Unione europea sta per entrare nel terzo millennio sotto l'egida del socialismo, perché a prevalenza di sinistra è oggi il Consiglio europeo (11 capi di governo su quindici, più due cristiano democratici alla testa di governi di grande coalizione)e a prevalenza di sinistra sarà la nuova Commissione presieduta da Prodi.
Se anche il Parlamento europeo che sarà eletto il 13 giugno dovesse rispecchiare questa tendenza, ci sarebbe da aspettarsi per i prossimi cinque anni una deriva, magari attenuata dallo stato di necessità e dai trattati in vigore, verso un'Europa più dirigista, più keynesiana, meno propensa a scatenare le forze del mercato. Ma la nuova dottrina del Partito socialista europeo è tutt'altro che chiara. Al Congresso di Milano, dove nella lotta alla disoccupazione è stata privilegiata la cosiddetta “ricetta Clinton”, è sembrato prevalere il filone pragmatista e sostanzialmente liberista di Tony Blair. Ma quando si arriva al dunque, pesano forse di più i Jospin, gli Schroeder e i D'Alema, che restano fedeli al filone socialdemocratico, anche se di volta in volta si mostrano disponibili ad adeguarlo alle nuove situazioni. Ma chi, tra costoro, ha la capacità di leadership, l'ampiezza di visione e la autorità che avevano i padri fondatori dell'Europa, e che oggi sarebbero di nuovo necessarie per traghettare l'Unione verso nuovi lidi? Forse Blair, ma la sua visione dell'Europa è molto restrittiva, e certo non coincide con quella tedesca, italiana e neppure francese. Anno fondamentale, comunque, il 1999 sarà; un anno di decisioni e possibilmente anche di conflitti, un anno che peserà su tutti quelli a venire. Un anno in cui l'Unione dovrà infine decidersi a fare le cose che spettano a uno stato federale, cioè politica estera, politica economica e perfezionamento del mercato unico e lasci perdere tutte le altre in cui ha finora disperso le sue energie. Ci guadagneremmo tutti, europeisti e non europeisti.

 

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