APRILE 1999
    

 

 


Paolo Ghisoni

Quarantaquattro chili di nervi, trent'anni di furore agonistico, quindici stagioni con un elenco di problemi fisici paragonabile alla lista della spesa .
Questi i numeri essenziali di Stefania Belmondo, fondista piemontese che ai recenti mondiali di Ramsau riesce a riagguantare due medaglie d'oro, smentendo chi frettolosamente l'aveva data per finita lo scorso anno a Nagano. Proprio dalla delusione delle Olimpiadi invernali 1998, parte la rincorsa dello scricciolo della valle Stura, fino ai recenti traguardi iridati. Esattamente un anno prima (febbraio 1998), nella 30 km dei giochi olimpici giapponesi, Stefy domina sino al 25o passaggio, sembra pronta a bissare l'oro di Albertville del 1992, quando intervengono gli elementi atmosferici: comincia a piovere e gli sci si fanno sempre più pesanti, incollati al terreno da gocce che rendono la pista un vero e propri pantano. Il clan azzurro non ha previsto l'inconveniente tecnico: nonostante il mulinare furiosodella Belmondo, comincia la rimonta della russa Tchepalova, che si concretizza in dirittura d'arrivo. Una beffa per la Belmondo, un oro che si trasforma in argento, un'amarezza che si traduce in affermazioni pesanti sul mancato gioco di squadra: “Deciderò in primavera se andare avanti - dice - con la massima serenità. Ora non è proprio il momento.” Ferita nell'orgoglio ma non piegata dagli eventi, Stefy si rifugia con umiltà nella sua Pietraporzio, venticinque anime in tutto, per chiedere a se stessa cosa abbia ancora da dare a questo sport, che tipo di motivazioni e quale soglia di sofferenza possa ancora sopportare alla vigilia delle trenta primavere una ragazza che non nasconde l'esigenza di avere, anche lei, una vita normale. Sono giorni difficili in quella terra di transito tra le Alpi e la Francia, nel cuneese, dove “trapulin” (soprannome affettuoso di Stefania) vive. La gente del posto è abituata da sempre a lottare contro una natura spesso più forte, a non arrendersi alle avversità. Comunque sia, la Belmondo ci riprova, comincia a prepararsi per i mondiali del '99. Lo fa con la consueta meticolosità, con 700 km percorsi in allenamento, alzandosi alle cinque di mattino per fare jogging, proseguendo con la mountain bike e con una dieta fatta di verdure e mele. A ridosso dei mondiali di Ramsau, tanto per gradire, quindici giorni di ritiro a Madonna di Campiglio, lontano da tutto e da tutti, compreso il marito Davide, suo primo tifoso. Il risultato? Al via della 10 km tecnica libera ad inseguimento, la Belmondo è come un puledro imbizzarrito, che i giudici stentano a trattenere. C'è ancora da cancellare il ricordo spiacevole legato ai mondiali di Trondheim, nel 1997. In quell'occasione il duello sul filo di lana con la grande amica-nemica Elena Vialbe le tolse l'urlo di gioia dal petto: quattro medaglie d'argento dietro l'invincibile russa. Curiosamente a tifare Belmondo, a bordo pista, c'è proprio lei, la grande Vialbe, ormai ritiratasi. Quella nella 15 km è la prima affermazione della Belmondo a Ramsau, una vittoria che risolleva il movimento sciistico italiano uscito con le ossa rotte dai mondiali alpini di Vail. All'Hotel “Regina delle Alpi”, sede del Belmondo fan club, si brinda a champagne. C'è chi tenta anche la sorte, sperando nel Superenalotto. Due i numeri che vanno per la maggiore: 18, vittorie complessive della Belmondo, e 43, numero del pettorale che la porta al trionfo. Il borgo di 19 abitanti si unisce nella festa al paesino di Vinadio, dove le anime sono 400 e dove la campionessa ora risiede. I 42 milioni di premio del primo oro sembrano destinati alla costruzione di una sauna nella nuova abitazione, un piccolo lusso per un'atleta che fa della semplicità, della coerenza e della serietà la propria filosofia di vita, che rifugge la popolarità e la necessità di essere circondata da interessi spropositati. A due giorni dal primo oro la Belmondo trova il bis nella 10 km ad inseguimento. Un furetto che indossa gli stivali delle sette leghe arriva nello stadio austriaco a braccia alzate, consapevole di avere fatto il vuoto dietro di sé. Uno dei suoi fedelissimi la affianca nei metri finali, rincorrendola con un tricolore tra le mani, Stefy esita, non sa se ignorare l'invito o accettarlo, correndo magari il rischio di perdere spinta e coordinazione. E' ancora vivo in lei il dramma di Trondheim, dove la Vialbe la beffò per pochi centimetri. Alla fine però prevale il suo animo nobile, l'entusiasmo contagioso della gente; Stefy non la può deludere, e quindi afferra quella bandiera e la porta con sè fino al traguardo. E' l'apoteosi, soprattutto a Pietraporzio, dove le campane risvegliano dal sonno quei pochi ancora ignari dell'impresa della loro compaesana. Un piccolo paese per una grande donna, che nel giro di una settimana diventa, per titoli mondiali e olimpici, la seconda atleta italiana di tutti i tempi, dopo Deborah Compagnoni. Quando Stefy sembrava sul punto di lasciar perdere, ci ha pensato il marito a farle cambiare idea: ”Sopportarti 365 giorni all'anno a casa, una vera tragedia. Meglio che continui!” E allora avanti tutta, magari per fare un dispetto alle più giovani, a quella scuola russa che annoverava la sua più pericolosa rivale, ora grande amica. Ecco l'umanità di Stefania, il suo sentirsi realizzata, tra un libro di Tolstoi e uno, più nostrano, di Pavese, nel quale ritrova il suo stesso attaccamento alla terra e alla famiglia. E la comprensione verso le colleghe dell'ex Unione Sovietica: “Devono lottare ogni giorno per andare avanti. Lo vedi dalla tristezza degli occhi, dal modo di camminare pesante, difficile, come il paese in cui vivono.” Quando poi si parla di doping, Stefania si dichiara pura come l'acqua dello Stura, ruscello che taglia in due la sua valle, afferma: “Sono stata educata allo sport sin da piccola, allenamento e lavoro duro, e mi piacerebbe, quando avrò smesso di gareggiare, trovarmi con tanti giovani attorno e spiegare loro com'è bello lo sport pulito. I medici che potevano propormi qualcosa di strano non mi hanno mai avvicinato perché sapevano della mia avversione ai medicinali. Non mi interessano le scorciatoie del doping, sono stata una perdente così a lungo...” Da brutto anatroccolo a regina, senza rinunciare a se stessa, ai valori di sempre, coi quali attutire senza danni rilevanti eventuali cadute in un mondo difficile come quello dello sport, dove, a detta della protagonista, si raccoglie quasi sempre ciò che si investe.

 

   Leadership Medica®  
  Mensile di scienza  medica e attualita`  
 Copyright 1997© All Rights Reserved