APRILE 1999 
 
 
 
La “notte delle stelle” del 21 marzo 1999 resterà memorabile per il cinema italiano. Con “La vita è bella”, Roberto Benigni ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero, l'Oscar per l'attore protagonista e l'Oscar per la colonna sonora con le musiche di Nicola Piovani. In passato, altri registi italiani hanno avuto l'Oscar (Fellini, De Sica, Bertolucci, Salvatores, Tornatore), la prestigiosa statuetta è andata a due attrici (Sophia Loren e Anna Magnani), mai era toccata a un attore da quando questa gara fu istituita e cioè dal 1928. La vigilia era stata turbata da polemiche. “La vita è bella” riguarda il tragico tema della Shoah, dello sterminio degli ebrei nei Lager nazisti, e in alcuni ambienti italiani e americani era stato criticato il fatto che su un tema come quello della Shoah si fosse misurato un grande attore comico come Benigni. Chi assegna gli Oscar ha, evidentemente, dato ragione al ciclonico, travolgente toscano e alla poetica favola che ha saputo trarre dalla orribile memoria dei Lager.

Nei giorni in cui si discuteva di Benigni e del suo film, i miei ricordi insistevano nel ripropormi continuamente la figura di uno scrittore che ho molto amato e per il quale coltivo, inalterata, una profonda devozione, Primo Levi (1919-1987), l'autore della testimonianza più alta e più sconvolgente sui Lager, del libro che è stato tradotto in tutte le principali lingue del mondo, “ Se questo è un uomo” . Intervistai Levi una mattina dell'ottobre 1984, nella sua casa di corso Re Umberto a Torino. Stava per uscire un suo libro di poesie, “Ad ora incerta”. Alle pareti della stanza vidi in cornice una fotografia di pali di cemento e fili spinati. Una didascalia precisava: “Tragiche vestigia del campo di Auschwitz”. Quella fotografia fu lo spunto per la prima domanda.

- Una parte delle poesie di questo suo nuovo libro furono scritte tra il 1945 e il '46, subito dopo il suo ritorno dal campo di concentramento. Eppure Adorno aveva detto che dopo Auschwitz non si poteva più fare poesia... “La mia esperienza è stata opposta. Allora mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro. Dicendo poesia, non penso a niente di lirico. In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non parlando di Auschwitz”. - Alla pagina 15 di “Ad ora incerta” ho ritrovato i versi ai quali il suo nome è, e sarà, indelebilmente legato: quelli che fecero da epigrafe e diedero il titolo a “Se questo è un uomo”. Sento la necessità di ripeterli: 'Voi che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case,/voi che trovate tornando a sera/il cibo caldo e visi amici:/considerate se questo è un uomo,/che lavora nel fango/che non conosce pace/che lotta per mezzo pane/che muore per un sì o per un no./ Considerate se questa è una donna,/senza capelli e senza nome/senza più forza di ricordare/vuoti gli occhi e freddo il grembo/ come una rana d'inverno.' Ritiene che questi versi siano ancora attuali? “Sì. Lei conosce la mia storia e sa che l'esperienza del Lager non si cancella. Può venire superata, resa indolore, addirittura resa utile, ma non si cancella. Fa parte dei miei momenti liberi continuare a insistere sulla domanda di allora: appunto, se questo è un uomo. La domanda non si riferisce soltanto al mondo della guerra e del nazismo, ma anche al mondo di oggi, al terrorista, a chi corrompe o si fa corrompere, al cattivo politico, allo sfruttatore. Insomma a tutti quei casi in cui viene spontaneo chiedersi se l'umanità sia conservata o perduta, sia recuperabile o no” - Lei fu deportato nel febbraio 1944. Come rivede quei giorni? “ Ho smesso di trovarmeli nei sogni. Però ci penso ancora. Ogni tanto vorrei dire: fate attenzione, può succedere anche questo, e non soltanto in Germania”.. - E' tornato ad Auschwitz? “Due volte, nel 1965 e nel 1982. La scritta della lapide che c'è all'ingresso del 'memorial' degli italiani non è firmata, ma è mia. Le posso dettare le parole, le so a memoria: 'Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgono di ammonimento: fa che il frutto orrendo dell'odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme né domani né mai.”. - Come fu il ritorno da visitatore nel Lager? “Nel 1965 meno drammatico di quanto possa sembrare. Andai per una cerimonia commemorativa polacca. Troppo frastuono, poco raccoglimento, tutto rimesso bene in ordine, facciate pulite, tanti discorsi ufficiali”. - E nel 1982? “Eravamo in pochi, l'emozione è stata profonda. Ho visto il monumento di Birkenau, che era uno dei trentanove campi di Auschwitz, quello delle camere a gas. E' stata conservata la ferrovia. Un binario arrugginito entra nel campo e termina sull'orlo di una sorta di vuoto. Davanti c'è un treno simbolico fatto di blocchi di granito. Ogni blocco ha il nome d'una nazione. Il monumento è questo: il binario e i blocchi” - Si presentavano nomi, volti di vittime, volti di carnefici, in quei momenti? “No, ritrovavo sensazioni. Per esempio, l'odore del luogo. Un odore innocuo. Credo sia quello del carbone”.

Primo Levi è morto suicida la mattina di sabato 11 aprile 1987, gettandosi dal ballatoio del terzo piano nella tromba delle scale. Si disse che era depresso per l'infermità della madre ultranovantenne, per i postumi di un intervento chirurgico che aveva subito e superato, perché da qualche tempo scrivere gli costava una fatica enorme mentre lui aveva sempre scritto con facilità estrema. Ma fu avanzata anche un'altra ipotesi, probabilmente la più vera: dell'esperienza nei campi di sterminio gli erano rimasti ricordi terribili e una ferita segreta che egli aveva portato sempre con estrema forza,ed era tuttavia atroce. Forse fu la memoria, di cui era custode, a condurlo misteriosamente verso la morte. E' inutile, adesso, domandarsi se un film come quello vittorioso di Roberto Benigni sarebbe o non sarebbe piaciuto a Primo Levi, considerando che le comunità ebraiche sono divise nella valutazione de “La vita è bella”. Ciò che conta mi sembra un'altra, indiscutibile realtà: quando si tocca il terribile tema dei Lager, è impossibile non dover fare i conti con ciò che scrisse Primo Levi, con quelle pagine che, giorno dopo giorno, patimento dopo patimento, dolore dopo dolore, ci aiutano a capire e a giudicare.

 

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