
Aristide Malnati
Quando i grandi d'Egitto, nei periodi storici denominati Medio e Nuovo Regno, si trasferirono da Menfi (l'attuale Cairo) a Tebe (oggi Luxor) soprattutto allo scopo di cementare l'unificazionedel Paese da poco faticosamente raggiunta, tutto l'apparato statale, con lo splendore e la magnificenza che lo distingueva, si insediò nella nuova regione. Scelsero la riva destra del Nilo per innalzare monumentali templi in lode agli dei e al Faraone (ne conserviamo l'esempio con i complessi sacri di Luxor e Karnak) e la riva sinistra per seppellire i propri sovrani e, in cimiteri separati, le persone più umili, divise secondo il grado e l'importanza, formando nelle montagne che si affacciavano sul Nilo un enorme complesso funerario con tombe stracolme di tesori. I magnifici monili sepolti con i vari
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Il tempio di Hatshepsut ai piedi di una scenografica barriera rocciosaRamses, Tuthmosis, Amemnes, Merenptah-Siptah e con le regine loro spose - monili offerti dai fedeli come segno di devozione e di aiuto a trascorrere un'agiata vita eterna (venivano a tal proposito inserite nel corredo funebre statuette di concubine a garantire una corretta attività sessuale del Faraone deceduto) - attirarono nel corso dei secoli l'attenzione di famelici predoni che a tutte le epoche, ma in particolar modo nel medioevo arabo, violarono le tombe asportando ogni oggetto. Di tutte queste tombe solo una non fu toccata, per disattenzione, anche se gli egiziani ancora oggi sostengono che la volontà del Faraone lì sepolto ne avrebbe difeso le spoglie colpendo con una maledizione chiunque cercasse di disturbarne il riposo. Era - la storia è nota - la tomba di Tut Ankh Amon, monarca della XVIII Dinastia, morto non ancora 20enne. Nel 1922 l'archeologo più famoso della storia di questa
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Geroglifici che riportano passi del Libro dei Mortidisciplina, l'inglese Howard Carter, penetrò nel sepolcro e rimase sbalordito dalla magnificenza del tesoro perfettamente conservato: in uno spazio sostanzialmente piccolo e di secondaria importanza era stata accatastata una fortuna smisurata, un tesoro senza limiti, che oggi è in bell'esposizione al Museo Egizio del Cairo. Oggi le tombe della Valle dei re, delle regine e dei nobili (così si chiamano le zone di questo immenso cimitero) sono a portata di turista, ma continuano ad affascinare gli archeologi e a stimolare le ricerche degli studiosi, sempre sforzandosi di scoprire qualche novità (ma un altro Tut Ankh Amon ci pare francamente difficile!), ma in particolar modo desiderosi di studiare, con l'aiuto delle moderne tecniche di scavo e di raffinati strumenti tecnologici, sepolcri, sì già scoperti, ma spesso bisognosi di restauri e comunque da precisare meglio nelle loro camere più recondite. E' con queste premesse che l'egittologo Francesco Tiradritti, responsabile della sezione egizia delle Civiche Raccolte Archeologiche e Numismatiche del Castello Sforzesco di Milano (il cui Direttore Generale è il famoso archeologo Ermanno Arslan), da 4 anni dirige un'équipe di esperti nello scavo della tomba del nobile Harwa (XXV Dinastia: VIII-VII sec. a. C.). Siamo alle pendici del grande tempio di Hatshepsut (la bellissima figlia di Tuthmosis I), che sorge in una scenografica barriera rocciosa: la tomba di Harwa era già nota agli studiosi da parecchio tempo, ma nessuno vi aveva mai operato un intervento scientifico e sistematico, volto a ripulirla e a restaurarne e soprattutto volto - e qui sta la parte più affascinante! - a esplorarne
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Francesco Tiradritti nel vestibolo della tomba di Harwal'intrico di corridoi che portano alla camera sepolcrale, dove frammenti numerosi lasciano sperare (con più di un fondamento) che lì sia ancora sepolto il sarcofago di questo gran personaggio, famoso per la sua ricchezza e il suo potere. Era Harwa un dignitario di illustri natali, che rivestì la carica di Grande Maggiordomo della divina donatrice (Osiride), dalla quale traeva uno smisurato prestigio in tutta la regione di Luxor e soprattutto nei rapporti con il clero del dio Ammone. La tomba si presenta annunciata da un vestibolo e da un ampio cortile davanti all'ingresso vero e proprio; appena entrati troviamo una sala ipostila con alle pareti geroglifici che raccontano le gesta in vita di Harwa; si procede in una seconda sala ipostila più piccola che confluisce nella sala di Osiride e in quella di
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L'interno della tomba di Harwa: accesso alla sala di Osiride
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Raffigurazione di Anubi all'interno della tombaUsery: qui i fatti narrati dai geroglifici mutano e si fanno decisamente più funebri, dato che illustrano la discesa negli inferi di questo personaggio altolocato, accompagnato da Anubi. Un corridoio circonda la struttura e sul lato nord appare un intrico di stanze e di pozzi per le offerte: sono stati trovati in uno di essi vasi ancora integri che contenevano provviste o più semplicemente unguenti e profumi; si giunge così alla camera mortuaria, culmine di tutto il complesso, nella quale Tiradritti ha fondate speranze di trovare il sarcofago. Il lavoro di queste prime campagne è stato impeccabile ed è consistito nello sterro e nella ripulitura delle varie camere (inizialmente piene di detriti). Negli strati ancora in posizione si è proceduto con molta cautela e si sono fatti importanti rinvenimenti: in primo luogo materiale ceramico con forme di tutti i tipi e con manufatti ancora interi; poi addirittura un papiro scritto in geroglifico, che conserva parte del libro dei morti, la Bibbia degli antichi egizi, che veniva interrata nelle tombe di un certo prestigio, quasi a testimoniare la santità in vita del defunto lì sepolto. E non sono mancati momenti di pura avventura, con emozioni degne della fiction cinematografica più spettacolare: parecchie stanze sono ancora oggi la tana di decine di pipistrelli, che, spaventati dall'arrivo dell'uomo, fuggono in ogni luogo; inoltre qualche anno orsono gli operai, che eseguono manualmente lo scavo agli ordini di un Rais, si sono imbattuti in un cobra che aveva scelto la tomba di Harwa per passare l'inverno: spavento generale, ma il rettile è stato prontamente ucciso. E, al di là delle avventurose peripezie e della fatica anche fisica a cui gli archeologi sono quotidianamente sottoposti, l'équipe di Tiradritti si segnala ormai come uno dei gruppi di punta tra le missioni italiane che operano nel Paese dei Faraoni, sempre attenta alle operazioni e agli interventi di scavo e solerte nel pubblicare i rendiconti della propria attività scientifica. Ci pregiamo dunque di segnalarla come meritoria di più cospicui finanziamenti ai grandi sponsor (come il Gruppo Cariplo) troppo spesso impegnati a sostenere spedizioni scientifiche (o pseudoscientifiche!) ree, dopo una più che decennale attività, di non aver pubblicato alcuna monografia su ciò che hanno trovato: è il caso della missione attiva a Tebtynis, vicino al Cairo, così colpevolmente in ritardo nel fornire agli studiosi del settore i risultati scientifici delle proprie scoperte.
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